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POETESSA DEL MESE

 

 

 

 

 

 

 

Maria Stella Lo Re


Sono nata a Grosseto il 23/2/1958. Vivo a Siena, dove mi sono laureata in Storia dell'Arte Contemporanea con Enrico Crispolti. 
Ho pubblicato articoli di critica d’arte e storia dell’architettura su riviste.
Ho collaborato con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per le province di Siena e Grosseto alla stesura di schede storiche-architettoniche sul Catalogo della Va Settimana della Cultura 2003

Attualmente sto collaborando con il Centro Interdipartimentale di Studi sull'America Indigena (C.I.S.A.I.) dell’Univesità degli Studi di Siena.

 


IL BIMBO E IL PESCATORE D’ANIME

Come sogno, vede calare un pezzo del suo giorno,

cornice fragile, dietro poesia d’un puzzle inossidabile.    

Sfondo di questo canto, un vespro, proferito accuratamente,

come ira trasformata in nota melodiosa o diafana assonanza.

Due mosse: “Campana” astratta in gesso, la gamba alzata, un sasso, 

a faccia in giù, vagò. D’animale piccolo, ora, il passo arranca.

Come saldato a un sommo urlo, il pianto, sommesso solo al suo                  verdetto.

Ridono, sotto volte millenarie, e all’aria, storditi di meraviglia ignota,

i bimbi, e nel mare, il pescatore adesca l’anima delle cose,

il fiato dei mufloni, grida di resa vergini. Tesse come sabbia

molle e asciutta in processione, fiacca, d’insetto, l’anima, che non                  paga,

orfana di mutilata specie, volta d’un guizzo. Ai quattro angoli del                  mondo,

al centro, il pescatore toglie dall’amo l’anima. Ma in meno d’un istante

può anche renderla, buttarla nuovamente in mare, i pesci morderla. 

 

Ti trovo in ogni luogo, dove mai fui, mai vi abitai. Dove abitasti Tu,

mai lo seppi.

 

 

LE NOSTRE FOTOGRAFIE

(A MIA MADRE)

 

La tua sopra la mia. A piedi scalzi. A bocca aperta, io.

Sulla battigia cammina lentamente, si capisce, morbido burro l’andatura,

danza sull’ocra sabbia, immagino; argento, in bianco e nero, invece, vedo.

Tonalità sul grigio, lo sguardo l’ha sbiadita. Dietro, io, che rido.

Due righe, parlo del retro. D’amore o morte, cancellate un tempo.

Io dietro, stupidamente rido. Inseguo profili che riconosco a stento.

Che tempo. Il reciproco volto, acerbo: uno colorato, l’altro quasi sfuocato.

Guardo, sono anni che lo faccio. Ti guardo. Non so, se mi riconosco.

Tu più bella. E non è questione di fotografie. Capelli rossi, ondulati,

labbra di nostalgia. Continuo a sorridere, e ti sorrido, io, che di norma, piango.

Guardami tu, adesso. Mi riconosci? Tu, che lo so, mi vedi, vero mi vedi ancora,

lassù dall’alto della funivia del Padreterno? Lascia che siano luce gli occhi tuoi,

e scorgano ancora la mia ruga, la mia via. Lascia che sia lampo di luce ancora vivo, a scorgere la mia guancia e il labbro arcuato, carta su carta, sull'angoliera

 

SILENZIO IN AUTOSTRADA

Luci di fari abbaglianti: camion autocarri tir

luci di lampioni che anacoreti stanno stoici

sotto la circonferenza della luna

all’ala sghemba del calore

Leva altre note, anche combinate a caso

scrivi il tuo corpo con la lingua sul muro

pronuncia tante frasi nel gorgoglio

intona un canto che circuisca il timpano;

questo raggio di silenzio smorza il giallo

spacca l’aurea di questo mio corpo sfianco

che corre la distanza veloce d’autostrada

con polvere di un respiro di una recitazione

di un conato di uno starnuto che sia fragore

LE QUATTRO STAGIONI

 

Mani, bucce di mela,

sapori di mezze stagioni

che se ne vanno;

succhi gastrici tornati a gola

su e giù a raccontare la vita.

Saldi di fine stagione

a grappolo astanti sulle vetrine.

Ad ogni stagione la stessa emozione

accendere e spegnere il televisore

accendere e spegnere l’interruttore

accendere e spegnere il frullatore

accendere e spegnere il phon.

Piedi, buccia d’arancia,

l’anello infila l’alluce,

quadro d’infanzia

giunto al termine.

Passi, fuori casa, dentro casa,

avanti e indietro a sfinire la vita.

 

 

 

VECCHIO ORFEO

 

La salita attraversa il silenzio.

Sul fondo della lente di cristallo

dei tuoi occhiali, montatura argento,

il sigaro toscano, graffio

sulle dita della mano

a consumarsi lento,

caligine il fumo risucchiato

satura la stanza buia, i denti;

cenere dell’Ade scende sul parquet.

Avida di parole, di te, che non sento,

mi lasci tessere tacite, recise note.

Ti guardo, invano aspetto, vecchio Orfeo

troppo distratto, attorcigliato sul divano,

guerriero che per amore non combatte più

o forse amore più non sente.

Corteggio il tuo contorno al quale appendo

gomitoli di desideri che non sciogli

mi sento caramògio al tuo cospetto,

e arresa mi aggiro intorno a una caraffa

di vetro trasparente di caràssi.

 

 

 

SEGUO IL TUO NASO

 

Seguo il tuo naso, che segue

naturalmente il ruotare del collo,

che segue la vista dell’occhio,

dell’uno ed anche di quell’altro,

che rincorre una farfalla, una bella farfalla bianca,

e un moscerino, e poi un grappolo di moscerini su un limone

spaccato in due, aperto in spicchi orizzontali,

e una mongolfiera che ancora non atterra

appiccicata alla palla del cielo, che ora storna a sud,

e un cappotto che si agita per la strada, all’aria,

mosso dallo schiaffo del vento

e dalle lunghe gambe slanciate

che spuntano dal fondo della martingala.

Seguo tutto di te, che segui il resto di me.

 

 

ACCENDI

 

Accendimi di più la luce

che in questi dossi vedo solo il cielo di sempre, grigio-nero;

su questo faticoso itinerario come su un vecchio treno di terza classe,

temo la prossima stazione.

Gennaio, dentro inconsueto schizzo d’azzurro aperto dove l’occhio

strizza il pianto a volte,

mi affaccia alla discesa, metto la maglietta sbracciata,

aspetto già la barca che mi porti dentro l’acqua.

Ma intanto, oggi, annegato è il sole.

 

 

MI OSSERVI

 

Mi osservi ai bordi dei miei contorni

la periferia degli ornamenti

i lembi della mia esilità

osservi

e osservi finché non sono io

a osservare te

a seguire la sghembità del cono

prospettico del tuo vedere

come la coda di un bel gatto azzurro

che mi sdrucciola il pelo addosso

Il tuo occhio

ceruleo connaturato all’eleganza

passa in rassegna

quello che di me non conta

Vienimi all’occhio

stammi sul viso

ferma il mio cercarti

spogliati di te

della mia fragilità che senti forte

della mia forza menzognera

della brina dei miei occhi commossi

che ti guardano e aspettano

passa in mezzo agli artifizi

separali

Crea la scena

Scrivi la storia.

 

 

 

TRA LE CITTA’, AL GALOPPO

 

Galoppa galoppa il mio cavallo va lontano

mi conduce tra città invisibili vestite d’argento

apre i battenti delle città fantasma;

nella mente le ho contate sono mille sette volte mille

e con Babele fanno più di un miliardo le città tra le stelle

ma subito da loro scappo perché non vi appartengo

A nulla io appartengo non possedendo

che radici recise dall’anima sospesa

al galoppo galoppando nel suo lambito cavallo a dondolo

rosso scarlatto

 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo