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IL
BIMBO E IL PESCATORE D’ANIME
Come
sogno, vede calare un pezzo del suo giorno,
cornice
fragile, dietro poesia d’un puzzle inossidabile.
Sfondo
di questo canto, un vespro, proferito accuratamente,
come
ira trasformata in nota melodiosa o diafana assonanza.
Due
mosse: “Campana” astratta in gesso, la gamba alzata, un
sasso,
a
faccia in giù, vagò. D’animale piccolo, ora, il passo
arranca.
Come
saldato a un sommo urlo, il pianto, sommesso solo al suo
verdetto.
Ridono,
sotto volte millenarie, e all’aria, storditi di meraviglia
ignota,
i
bimbi, e nel mare, il pescatore adesca l’anima delle cose,
il
fiato dei mufloni, grida di resa vergini. Tesse come sabbia
molle
e asciutta in processione, fiacca, d’insetto, l’anima, che
non
paga,
orfana
di mutilata specie, volta d’un guizzo. Ai quattro angoli
del
mondo,
al
centro, il pescatore toglie dall’amo l’anima. Ma in meno
d’un istante
può
anche renderla, buttarla nuovamente in mare, i pesci
morderla.
Ti
trovo in ogni luogo, dove mai fui, mai vi abitai. Dove abitasti
Tu,
mai
lo seppi.
LE
NOSTRE FOTOGRAFIE
(A
MIA MADRE)
La
tua sopra la mia. A piedi scalzi. A bocca aperta, io.
Sulla
battigia cammina lentamente, si capisce, morbido burro
l’andatura,
danza
sull’ocra sabbia, immagino; argento, in bianco e nero, invece,
vedo.
Tonalità
sul grigio, lo sguardo l’ha sbiadita. Dietro, io, che rido.
Due
righe, parlo del retro. D’amore o morte, cancellate un tempo.
Io
dietro, stupidamente rido. Inseguo profili che riconosco a
stento.
Che
tempo. Il reciproco volto, acerbo: uno colorato, l’altro quasi
sfuocato.
Guardo,
sono anni che lo faccio. Ti guardo. Non so, se mi riconosco.
Tu
più bella. E non è questione di fotografie. Capelli rossi,
ondulati,
labbra
di nostalgia. Continuo a sorridere, e ti sorrido, io, che di
norma, piango.
Guardami
tu, adesso. Mi riconosci? Tu, che lo so, mi vedi, vero mi vedi
ancora,
lassù
dall’alto della funivia del Padreterno? Lascia che siano luce
gli occhi tuoi,
e
scorgano ancora la mia ruga, la mia via. Lascia che sia lampo di
luce ancora vivo, a scorgere la mia guancia e il labbro arcuato,
carta su carta, sull'angoliera
SILENZIO
IN AUTOSTRADA
Luci
di fari abbaglianti: camion autocarri tir
luci
di lampioni che anacoreti stanno stoici
sotto
la circonferenza della luna
all’ala
sghemba del calore
Leva
altre note, anche combinate a caso
scrivi
il tuo corpo con la lingua sul muro
pronuncia
tante frasi nel gorgoglio
intona
un canto che circuisca il timpano;
questo
raggio di silenzio smorza il giallo
spacca
l’aurea di questo mio corpo sfianco
che
corre la distanza veloce d’autostrada
con
polvere di un respiro di una recitazione
di
un conato di uno starnuto che sia
fragore
LE
QUATTRO STAGIONI
Mani,
bucce di mela,
sapori
di mezze stagioni
che
se ne vanno;
succhi
gastrici tornati a gola
su
e giù a raccontare la vita.
Saldi
di fine stagione
a
grappolo astanti sulle vetrine.
Ad
ogni stagione la stessa emozione
accendere
e spegnere il televisore
accendere
e spegnere l’interruttore
accendere
e spegnere il frullatore
accendere
e spegnere il phon.
Piedi,
buccia d’arancia,
l’anello
infila l’alluce,
quadro
d’infanzia
giunto
al termine.
Passi,
fuori casa, dentro casa,
avanti
e indietro a sfinire la vita.
VECCHIO
ORFEO
La
salita attraversa il silenzio.
Sul
fondo della lente di cristallo
dei
tuoi occhiali, montatura argento,
il
sigaro toscano, graffio
sulle
dita della mano
a
consumarsi lento,
caligine
il fumo risucchiato
satura
la stanza buia, i denti;
cenere
dell’Ade scende sul parquet.
Avida
di parole, di te, che non sento,
mi
lasci tessere tacite, recise note.
Ti
guardo, invano aspetto, vecchio Orfeo
troppo
distratto, attorcigliato sul divano,
guerriero
che per amore non combatte più
o
forse amore più non sente.
Corteggio
il tuo contorno al quale appendo
gomitoli
di desideri che non sciogli
mi
sento caramògio al tuo cospetto,
e
arresa mi aggiro intorno a una caraffa
di
vetro trasparente di caràssi.
SEGUO
IL TUO NASO
Seguo
il tuo naso, che segue
naturalmente
il ruotare del collo,
che
segue la vista dell’occhio,
dell’uno
ed anche di quell’altro,
che
rincorre una farfalla, una bella farfalla bianca,
e
un moscerino, e poi un grappolo di moscerini su un limone
spaccato
in due, aperto in spicchi orizzontali,
e
una mongolfiera che ancora non atterra
appiccicata
alla palla del cielo, che ora storna a sud,
e
un cappotto che si agita per la strada, all’aria,
mosso
dallo schiaffo del vento
e
dalle lunghe gambe slanciate
che
spuntano dal fondo della martingala.
Seguo
tutto di te, che segui il resto di me.
ACCENDI
Accendimi
di più la luce
che
in questi dossi vedo solo il cielo di sempre, grigio-nero;
su
questo faticoso itinerario come su un vecchio treno di terza
classe,
temo
la prossima stazione.
Gennaio,
dentro inconsueto schizzo d’azzurro aperto dove l’occhio
strizza
il pianto a volte,
mi
affaccia alla discesa, metto la maglietta sbracciata,
aspetto
già la barca che mi porti dentro l’acqua.
Ma
intanto, oggi, annegato è il sole.
MI
OSSERVI
Mi
osservi ai bordi dei miei contorni
la
periferia degli ornamenti
i
lembi della mia esilità
osservi
e
osservi finché non sono io
a
osservare te
a
seguire la sghembità del cono
prospettico
del tuo vedere
come
la coda di un bel gatto azzurro
che
mi sdrucciola il pelo addosso
Il
tuo occhio
ceruleo
connaturato all’eleganza
passa
in rassegna
quello
che di me non conta
Vienimi
all’occhio
stammi
sul viso
ferma
il mio cercarti
spogliati
di te
della
mia fragilità che senti forte
della
mia forza menzognera
della
brina dei miei occhi commossi
che
ti guardano e aspettano
passa
in mezzo agli artifizi
separali
Crea
la scena
Scrivi
la storia.
TRA
LE CITTA’, AL GALOPPO
Galoppa
galoppa il mio cavallo va lontano
mi
conduce tra città invisibili vestite d’argento
apre
i battenti delle città fantasma;
nella
mente le ho contate sono mille sette volte mille
e
con Babele fanno più di un miliardo le città tra le stelle
ma
subito da loro scappo perché non vi appartengo
A
nulla io appartengo non possedendo
che
radici recise dall’anima sospesa
al
galoppo galoppando nel suo lambito cavallo a dondolo
rosso scarlatto
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