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Risoluzione dei
conflitti: l’importanza di una prospettiva di genere.
di Francesca Utzeri
La situazione politica mondiale ci invita a soffermarci sui
conflitti violenti; Medio Oriente, Afghanistan, Iraq sono solo
alcuni degli esempi più eclatanti, che ci dovrebbero far
riflettere su come, nell’era della globalizzazione, la loro
soluzione armata assuma un ruolo sempre più importante.
I conflitti sono certo complessi, specifici rispetto al contesto
in cui sorgono, per cui non facilmente generalizzabili, ciò
nonostante, secondo alcune studiose di ricerca per la pace,
permangono degli elementi comuni fondamentali, che vengono
sovente trascurati in nome di una pretesa neutralità
dell’individuo e di una pretesa neutralità dell’attività
scientifica e politica. Anche i mass-media, quando riferiscono
delle situazioni conflittuali violente rispecchiano questa
tendenza, presentano per esempio le donne – quando e se lo fanno
– come vittime, come oggetti mediatici al fine di impietosire
l´opinione pubblica, correndo il rischio di enfatizzare le
argomentazioni di coloro che usano le donne “altrui” come mezzo
di offesa, le “proprie” come legittimazione della propria
violenza. Quante guerre si sono combattute “in difesa delle
donne”?
Indubbiamente in questi contesti ci sono delle forme specifiche
di violenza contro le donne, tuttavia l’analisi richiede
un’attenzione più profonda, che superi il punto di vista
vittimistico e investa il tessuto sociale nel suo complesso. Si
tratterebbe, dunque, di osservare sia quali posizioni occupino
uomini e donne in relazione allo scoppio e nel corso di un
conflitto sia quali conseguenze esso comporti per entrambi.
I conflitti violenti, infatti, da un lato rafforzano le identità
collettive, l’appartenenza ad un gruppo o ad una etnia, mettendo
in discussione le immagini di sé e le prospettive di vita,
dall’altro, creando determinate aspettative sul comportamento
“giusto” da tenere, irrigidiscono i ruoli sociali.
In virtù di questa radicalizzazione dei ruoli la filosofa Rada
Ivecovic sostiene, che tutte le guerre siano sessuate e quella
in Bosnia Herzegovina in modo particolare, perché si é trattato
di una restaurazione del patriarcato e dell’eliminazione di
“ogni corpo estraneo”. E nota come la guerra nella ex Jugoslavia
non rappresenti un caso isolato, ma ogni società contenga in sé
le premesse per tale degenerazione. Più forte é la divisione dei
ruoli in una società più diffuso é il ricorso alla violenza.
Laddove, invece, tale rigidità é latente viene messa di nuovo in
luce proprio in situazioni di crisi. Il significato di
“maschile” e “femminile” è, contemporaneamente, sensibile e
funzionale alla logica dei conflitti violenti
La dicotomia maschio/femmina in sé – dove femmina é storicamente
ciò che non é maschio, cioè l’altro, il differente - risulta
essere espressione di una cultura e logica manichea che ha
bisogno dell’individuazione di un nemico, l’altro da sé, per (ri)fondare
la propria identità. In questa prospettiva la guerra non è altro
che un mezzo per tale affermazione.
Se, quindi, le dinamiche che portano a condurre un conflitto in
modo violento sono così in stretto legame con le relazioni di
genere, tenere conto della variabile di genere significherebbe,
non solo acquisire un’importante chiave di lettura per la
comprensione dei conflitti, ma soprattutto prevenirli; dal
momento che lo status del genere è già indicativo della
propensione alla violenza e della democraticità di una società.
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STOP ALLA GUERRA!
La guerra all'Iraq è iniziata! Fermiamola con
tutti i mezzi a nostra disposizione: usiamo l'arma potente e
pacifica del boicottaggio!
Il responsabile ultimo della guerra all'Iraq è Bush perché lui ha
il potere di impartire l'ordine d'attacco. Ma Bush sa che da solo
non andrebbe da nessuna parte. Per portare avanti i suoi folli
progetti, ha bisogno di denaro e consenso. Dunque se vogliamo
indebolire Bush, dobbiamo colpire chi lo finanza e dobbiamo porre
il popolo americano in riflessione.
Un mezzo per ottenere questo risultato è il boicottaggio delle
imprese americane che hanno finanziato la campagna elettorale di
Bush e/o che forniscono beni all'esercito americano.
Mentre ti informiamo che esiste un boicottaggio specifico contro
la Esso, ti forniamo la lista delle imprese americane che si
incontrano più facilmente al supermercato
Oltre a porsi l’obiettivo immediato di fermare la guerra in Iraq,
il boicottaggio vuole creare le premesse per fermare anche gli
altri conflitti in atto ed impedire quelli futuri, colpendo il
connubio fra potere economico e macchina militare che sta alla
base di tutte le guerre.
Per una maggiore efficacia di azione,
consigliamo di concentrare il boicottaggio sui seguenti prodotti
chiave.
• Sottilette Kraft – latticini - Altria
• Liebig - maionese e salse varie - Campbell
• Coca Cola – bibite – Coca Cola
• Soflan - detersivo – Colgate Palmolive
• Del Monte – banane – Fresh Del Monte
• Dole – banane - Dole
• Tenderly - carta assorbente – Georgia Pacific
• Mare Blu - tonno e sardine - Heinz
• Carefree - assorbenti e tamponi – Johnson & Johnson
• Anitra WC – detersivo – Johnson Wax
• Kellogg's - cereali prima colazione - Kellogg
• Scottex - carta assorbente – Kimberly - Clark
• M&M's – cioccolatini - Mars
• Gatorade - bevanda dietetica – PepsiCo
• Linex - assorbenti e tamponi – Procter & Gamble
• Badedas - bagnoschiuma e shampoo – Sara Lee
le liste complete dei prodotti che possono essere boicottati
possono essere visionate nel sito http:// www.peacelink.it
(*)Pagina a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, realizzata
sulla base delle informazioni raccolte nell'ambito
dell'aggiornamento della Guida al Consumo critico 2003.
Distribuito a Perugia dal coordinamento organizzazioni per la
pace
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