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Una rosa per la libertà
quella sera Rosa Parks, cucitrice dell'Alabama, stava tornando a casa,
dopo una giornata massacrante al lavoro.
Siamo nel 1955 e lei è seduta in autobus.
Qualcuno le si avvicina e le intima di lasciare il posto libero. Lei
si rifiuta, nonostante l'autista dell'autobus le ricorda che è la
legge e gli altri assistono attoniti.
ha infranto la legge. Lei è una donna di colore, per lei e la gente
della sua "categoria" la legge impone, che in ogni esercizio
pubblico, ci siano dei posti riservati. Questo per evitare ogn
contatto con i bianchi, "categoria" superiore, di classe A.
Lei di categoria inferiore, di classe B, non accetta l'ennesima
umiliazione. E mentre gli altri quattro uomini di colore, seduti
accanto a lei, lasciano i posti liberi, pechè così vuole la legge,
lei rimane al suo posto.
Quel posto che dovrebbe essere la legge a garantirle: perchè tutti
gli uomini e le donne sono ugualidi fronte alla legge. Non era,
ovviamente, così. Venne arrestata, pagò una multa
e una notte in carcere. La legge segregazionista punisce la
trasgresrisce: avrebbe dovuto essere l'esempio per tutti i potrenziali
trasgressori. Infatti l'esempio servì.
Con a capo un giovane pastore della chiesa battista, l'allora
sconosciuto Martin Luther King, molti dei potenziali trasgressori
indissero lo sciopero dei passeggeri degli autobus. Molti furono
arrestati, una novantina insieme a King, con l'accusa di aver
intralciato il regolare funzionamento di un servizio pubblico. Ma
molti latri riusciro a resistere.
Un boicottaggio lungo 381 giorni. Le maggiori compagnie di autobus
rischiavano il collasso. La maggior parte dei viaggiatori era di
colore, ma anche uomini e donne bianchi si erano uniti alla protesta.
King, insieme agli altri, ricorsero in appello. Vinsero. Nel 1956 la
Corte Suprema americana sentenziò l'illegalità della segregazione
negli autobus. Nel 1965 il presidente Jhonson firmò la legge che
aboliva ogni discriminazione razziale. Ma il cammino della non
violenza per la rivendicazione dei diritti civili, era già molto più
lontano. La coscienza collettiva dei neri d'America si era dilatata in
nuovo respiero di libertà e uguaglianza.
E Rosa Parks non poteva che essere assurta come simbolo. Il simbolo di
una rivendicazione, che non si serv della forza brutale per imporsi,
ma dice di no. Paga il proprio gesto inconsulto di fronte ad una legge
ottusa, ma continua a dire di no.
Rimango al mio posto perchè ho diritto ad un posto nel mondo. Ed è
un posto uguale al tuo e tutti abbiamo la stessa e identica capacità
di occuparlo, di rivendicarlo. Non lo prevedev ala legge ma lo
suggeriva la coscienza: di donna, di nera, di persona.
Rosa è morta pochi giorni fa. A 92 anni senza onori e senza gloria,
povera, ma sicuramente felice di essere celebrata come la rosa della
libertà.
Filippina Bubbo
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Legge sulla
Procreazione Assistita: donne chiamate in causa.
Una legge che non piace alle donne. Eppure è una legge che
riguarda in primis le donne, la loro capacità e volontà di
procreare.
Ha troppe limitazioni e alcuni punti sono giudicati controversi
per quanto riguarda i diritti della madre e del concepito.
Punto critico della legge 40 è la definizione dell’embrione.
L’embrione è considerato una persona a tutti gli effetti, con il
riconoscimento di tutti i diritti acquisibili in tale condizione
giuridica.
I sostenitori della legge dicono che l’embrione è gia una vita.
Le legge deve riconoscere e tutelare il diritto alla vita.
Altri sostengono che l’embrione è un insieme di cellule in
evoluzione. Questa fondamentalmente è la concezione che ha
sempre prevalso e ispirato altre leggi importanti come quella
sull’aborto. L’interruzione di gravidanza è possibile
esclusivamente entro i primi tre mesi di vita dell’embrione,
scaduti i quali l’embrione diventa feto.
Il feto è una vita formata. La differenza con l’embrione è
quindi sostanziale.
Accettare l’una o l’altra interpretazione cambia, e di molto, il
senso della legge.
Dalla definizione dell’ embrione è discesa un’impostazione della
legge che ha diviso l’Italia. Si sono costituiti Comitati per
l’abrogazione di questa legge e la Corte Costituzionale, il 14
gennaio, ha accolto 4 dei quesiti contestati.
Cerchiamo di dare una spiegazione molto esemplificata di una
questione a dir poco spinosa. Abbiamo cercato di mettere a fuoco
i punti salienti della legge e le conseguenze pratiche
producibili da alcuni divieti.
Primo quesito: si deve limitare la ricerca sugli embrioni?.
La legge ammette lo studio e l’utilizzo delle cellule staminali
adulte e il cordone ombelicale; vieta l’utilizzo degli embrioni.
Un divieto che è da ostacolo alla ricerca scientifica.
Gli studi sugli embrioni consentirebbero di sperimentare nuove
cure per malattie come Alzheimer, Pakinson, sclerosi e diabete.
Secondo quesito: si devono impiantare tutti e tre gli embrioni
creati in vitro?
La legge vieta di creare più di tre embrioni in vitro e questi
devono essere impiantati tutti in un'unica volta, a prescindere
dall’età e dalle caratteristiche fisiche della paziente, fattori
determinanti sulle probabilità di attecchimento dell’embrione.
E’ vietato congelare gli embrioni, la paziente che intende
riprovare deve sottoporsi nuovamente ad una stimolazione
ormonale, con tutte le ripercussioni fisiche e psicologiche che
questo comporta.
Terzo Quesito: quali i diritti del concepito e quali quelli
della madre.
Portiamo un esempio pratico:
non possono essere effettuate diagnosi di pre- impianto. Queste
sono necessarie nel momento in cui c’è la possibilità di
trasmissione al figlio di malattie genetiche gravi.
La madre non può scegliere di fare questo tipo di esami.
Gli embrioni devono essere comunque impiantati.
I diritti della madre vengono ad essere in contrasto con quelli
riconosciuti all’embrione.
Quarto quesito: la fecondazione eterologa.
Non possono essere utilizzati semi o ovuli esterni alla coppia.
La fecondazione eterologa è quindi vietata anche nei casi di
sterilità incurabile.
Questi sono i quattro punti della legge rimessi alla discussione
popolare. Siamo chiamati a votare e speriamo sia un voto
consapevole, ponderato anche nei casi in cui pensiamo che la
questione non possa riguardarci.
A cura di Filippina Bubbo.
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Chi è Bikaloro?
Bi ka lo ro: è forse lo stornello di un girotondo?. E’ il nome
di una bambina? che cosa vuol dire Bikaloro?. Magari fiore o
luce…
Bikaloro è il nome dato a una bambina. Nessuno vuole giocare con
lei. Non è cattiva, non è sporca. Ma nessuna delle altre bambine
le si avvicina. Anche le altre madri la guardano con disprezzo.
Nei toni delle loro voci stride il disappunto quando ne parlano.
Non la sposerà nessuno, rimarrà sola, abbandonata. Nessuno la
vuole vicino. Bikaloro è impura.
Ma è solo una bambina, un bocciolo di rosa appena spuntato con
la primavera dell’infanzia.
Non è colpa della bambina. E’ stata la madre a condannarla. Non
ha voluto sottoporla al rito. E’ impura.
Perché non hai voluto lavare tua figlia dal peccato?.
Perché sono contro l’infibulazione.
Bikaloro è un ingiuria. Un livido sociale che rimane ben
visibile sulla fronte della bambina che non viene infibulata.
L’infibulazione è una pratica tradizionale religiosa diffusa
soprattutto in Africa. Vengono mutilati i genitali femminili, la
bambina è privata della sua sessualità.
Sono 130 milioni le bambine nel mondo che la subiscono come un
rito di passaggio necessario per poter essere accettate
socialmente.
Nelle zone rurali, dove il controllo sociale della piccola
comunità è maggiormente intransigente, una bambina non
infibulata è considerata impura, inaccettabile. Nelle zone
urbane serpeggia una consapevolezza diversa che sta contagiando
molte donne africane. Quelle che a viso aperto si sono schierate
contro questa pratica e si rifiutano di infliggere una tale pena
alle figlie.
Molte di loro sono state infibulate, è una tortura.
Preferiscono che le figlie siano una Bikaloro, ma non le
infibulano. E’ il cattivo esempio che disturba le coscienze
timorate degli osservanti della tradizione religiosa.
Bikaloro sarà una donna che non potrà essere data in sposa,
questo si traduce in isolamento sociale, non riconoscimento
della persona all’interno della comunità.
Ma le Bikaloro lentamente, speriamo inesorabilmente, stanno
crescendo numericamente. La loro consistenza mette in
discussione riti tribali avvolti dall’ alone sacro del rito
religioso.
Bikaloro è un ritornello, se vogliamo. Scandisce la
consapevolezza di poter dire no.
I Bambara, una delle etnie del Mali, chiamano "bikaloro" le
bambine o donne non infibulate, che vuol dire esseri privi di
ogni maturità.
A cura di Filippina Bubbo
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Una donna per la pace e per l’ambiente.

E’ anche quest’anno una donna a meritare il
premio Nobel per la Pace.
Il comitato norvegese per il Nobel, annunciando la
proclamazione, ha motivato la scelta dicendo che la Maathai è
stata insignita "per il suo contributo allo sviluppo
sostenibile, alla democrazia ed alla pace".
Insignita di una tale onorificenza è per la prima volta una
donna africana, l'ambientalista kenyota Wangari Maathai, nata
nel 1940.
Distintasi per l’impegno contro la feroce deforestazione che
colpiva il suo Paese, ha lottato per proteggere l’ambiente e la
pace del suo popolo.
E lo ha fatto piantando alberi.
Insieme ad altre donne ha costituito il “Movimento Cintura
Verde" e grazie al loro lavoro sono stati piantati 30 milioni di
alberi nel Continente Nero.
Dove l’arroganza del potere distrugge, la pace si rigenera in
nuovi e impensati percorsi.
Rallentare il processo di deforestazione piantando altri alberi,
è anch’essa una geniale forma di resistenza che permette di
salvaguardare l’ambiente e le culture, per non lasciare che
altri distruggano il proprio patrimonio, deupaperino senza
rimedio tutte le risorse.
La Maathai crede fermamente nella democrazia e cerca di spronare
il suo popolo a prendere coscienza delle proprie condizioni e a
ribellarsi contro chi pretende di continuare a soggiogarli.
Il virus dell’Aids, secondo la sua opinione, è uno strumento di
guerra messo a punto come un’arma batteriologica per distruggere
la gente nera.
"Non siate ingenui. L'Aids non è una maledizione di Dio contro
gli africani o la gente nera. E' uno strumento per controllarli,
progettato da alcuni scienziati malvagi, ma non potremmo sapere
chi è stato", disse ad un seminario, secondo quanto riportato
dal quotidiano East African Standard in un articolo del 31
agosto.
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Premio Nobel 2004 per la letteratura

Colta di sorpresa la scrittrice-poetessa
austriaca, Elfriede Jelinek, dalla notizia del premio Nobel per
la letteratura. Non era tra le favorite e come tiene a precisare
lei in un’intervista rilasciata alla radio pubblica austriaca,
ciò non scatenerà nel suo Paese un moto di orgoglio nei suoi
confronti.
Nata nel 1946, esordisce con una raccolta di poesie nel 1967.
I suoi libri sono stati tradotti in decine di lingue e dal
romanzo “La pianista” ne è stato tratto un film.
La motivazione della scelta cita: “il flusso melodico di voci e
controvoci in romanzi e testi teatrali, che con estremo gusto
linguistico rivelano l’assurdità dei cliché sociali e il loro
potere».
I temi centrali della sua produzione vertono sullo scontro dei
sessi, tratta con molta disinvoltura temi legata legati alla
sessualità femminile e dei suoi abusi.
Molti considerano il tono dei suoi testi scurrile, a tratti
volgare. Ha affermato Reuters, nell’ambito della fiera del libro
di Francoforte, che la J è una scrittrice affascinante, non
mostra alcuna pietà per i suoi argomenti o per se stessa,
In patria è una delle voci più importanti della letteratura
contemporanea in lingua tedesca, oltre ad essere sceneggiatrice
ed autrice di libretti d’opera.
Non potrà partecipare alla consegna dei premi per motivi di
salute.
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Ecologia sociale, la
sfida di Vandana
Ecologia sociale, una nuova scienza per uno
sviluppo sostenibile e armonico con le esigenze degli individui
e dell’ambiente. Termine coniato, dalla studiosa e attivista
Vandana Shiva, impegnata nella denuncia delle aggressioni
ambientali perpetrate ai danni delle popolazioni che abitano
nelle zone violentate e ne subiscono le drammatiche conseguenze.
Conseguenze che si riverberano sull’ecosistema del mondo intero,
mettendo a repentaglio la salute del mondo stesso e di tutti i
suoi abitanti.
Nata in India, a Dhera Dun. Si laurea in fisica Nucleare in
America e si distingue per capacità e impegno nel programma
sull’energia nucleare del suo paese. Ma decide di abbandonare un
campo proficuo per la sua crescita professionale, ma non per la
sua crescita morale. Alla gente vengono tenuti nascosti gli
effetti distruttivi di questo tipo di energia, lei non ci sta.
E si ribella. Si ribella ai modelli di sviluppo imposti
dall’alto, non rispettosi delle diversità culturali e
ambientali. Una parte delle verdi vallate dell’Himalaya, scorcio
di paradiso di acqua e variegate vegetazioni, è stato deturpato
dalla costruzione di un’enorme diga e da un intrico fumoso di
strade e di smog. La deforestazione selvaggia ha impoverito
l’ambiente e chi vi si sostiene portando alla fame interi
villaggi. Il progetto sovvenzionato dalla Banca Mondiale,
rientra nel disegno di sviluppo per i paesi del Terzo Mondo.
E si ribella. Questo non è sviluppo. Fonda e dirige un Centro
per la Scienza, tecnologia e politica delle risorse di Dehra Dun
e propone una serie di alternative possibili per uno sviluppo
economico conforme alle esigenze delle culture e dell’ambiente,
decisamente alternativo all’economia di mercato che le politiche
degli organismi internazionali propinano come la panacea di
tutti i mali del “sottosviluppo”.
Lei conia il termine “malsviluppo”, studiando e riportando in
molti suoi saggi quali sono i danni delle politiche che
attentano alla biodiversità utilizzando le cosiddette
biotecnologie.
Nel libro “Monoculture della mente, biodiversità e agricoltura
scientifica”, contesta apertamente le soluzioni biotecnologiche.
Le multinazionali Agronomiche hanno brevettato questi
semi-prodigio, dopo aver selezionato i semi dai sistemi
tradizionali di coltura indiana. Li rivendono a caro prezzo ai
contadini che ogni anno per la semina se ne devono
approvvigionare. Ma l’uso di questi semi determina una perdita
della diversità che rende ancora più vulnerabili i raccolti
dagli attacchi di insolite malattie. E’ del 1995 il libro
“Biopirateria, il saccheggio dei saperi locali”.
La mercificazione della riproduzione da processo naturale vitale
diventa processo industriale che indebolisce l’integrità delle
risorse viventi (molti semi autoctoni spariscono e si rigenerano
quelli industriali). Si vieta alla natura di autogenerarsi.
E’ questo processo incamera nella sua filiera anche la
riproduzione degli uomini. La tesi di fondo sostenuta dalla
scienziata è quella secondo cui il processo industriale di
impronta maschilista espunge dalla dinamica dello sviluppo il
principio femminile, conservativo ed ecologico, derivato da
secoli di familiarità che la donna ha con la terra. La donna è
espropriata del suo corpo e del suo sapere così come i contadini
vengono espropriati del loro sapere sui semi.
La natura e la donna sono considerate come passive, materia
inerte da poter manipolare.
Nel suo libro “Sopravvivere allo sviluppo” denuncia la massiccia
distruzione ambientale di uno sviluppo tecnologico che porta i
cosiddetti Paesi “sottosviluppati” a indebitarsi per sostenere
piani di aggiustamento strutturale e a non avere finanze per la
sanità e l’istruzione pubblica.
Insieme a movimenti di donne dell’India, dell’Africa,
dell’America Latina Vandana combatte il “malsviluppo” secondo i
principi della nonviolenza interiorizzati dalla pratica
Ghandiana e dalla cultura femminile. In “Ecofeminism” ha
dimostrato come donne di diverse culture e Paesi possono
cooperare e capirsi per raggiungere obbiettivi comuni.
E’ considerata leader autorevole del International Forum on
globalization. Nel 2001 ha pubblicato “Vacche sacre e mucche
pazze. Il furto delle riserve alimentari globali”. Le forme
distruttive di colture ingegnerizzate, di allevamento intensivo
per la produzione di carni sono i mezzi delle logiche di mercato
che si impongono globalmente nell’interesse di pochi.
Tra i suoi testi fondamentali per una ricognizione intorno al
problema, ricordiamo:
“Le guerre dell’acqua”, in cui denuncia la privatizzazione di
una risorsa primaria e il “Mondo sotto Brevetto”.
Vandana è in giro per il mondo, la sua missione è sensibilizzare
sui diritti dell’ambiente e dei popoli. Un messaggio di pace che
ha portato sino a Perugia in occasione dell’assemblea ONU DEI
POPOLI, ottobre 2003.
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Saya e Amina
Safya Husseini Tungar Tudu, è stata al centro di una
mobilitazione internazionale che l’ha salvata dalla lapidazione.
Nigeriana, trent’anni, incinta senza marito. Tanto basta per
condannare l’adultera. Nel suo paese la legge islamica, la
Shari’a, vale come legge penale. E in casi come quello di Safya
la punizione è una sola. Avrebbe messo al mondo il frutto del
peccato, lo avrebbe allattato per i primi giorni della sua vita
e poi avrebbe dovuto abbandonarlo per saldare il suo debito con
la comunità.
Sepolta fino al seno e sarebbe stata uccisa sotto una pioggia di
sassate lanciate dai timorati abitanti del villaggio.
Il padre del bambino, scagionato dall’accusa di averla
violentata perché non c’erano prove sufficienti, non avrebbe
pagato nessuna colpa.
L’ambasciata nigeriana è stata sepolta da una valanga di lettere
di donne, associazioni e personalità varie che avevano un comune
intento: salvare Safya. Alla fine è stata graziata e il mondo
intero ha avuto modo di riflettere sulla triste condizione di
molte donne schiave di una tradizione insensibile ai diritti
umani, al diritto alla vita.
Finché un altro caso non si è imposto all’attenzione
dell’opinione pubblica mondiale. Amina Shaval, anche lei
condannata a morte per aver concepito un bambino al di fuori del
matrimonio.
Secondo i "Codice della Shari’a", introdotto in Nigeria nel 1999
e in vigore in alcuni Stati del nord del paese, Amina doveva
rispondere di un “crimine” che è punibile con la pena di morte
per lapidazione.
L’intervento del Comitato sui diritti umani delle Nazioni Unite,
nonché l’impegno di organizzazioni femminili, ha premuto
affinché la corte d’appello della sharia dello stato nigeriano
di Katsina annullasse la condanna a morte di Amina. Le relazioni
sessuali extramatrimoniali tra adulti consenzienti non possono
essere considerate reati penali. Il Comitato sui diritti umani
delle Nazioni Unite ha affermato che “è incontestabile che gli
atti sessuali in privato tra adulti consenzienti rientrano nella
sfera della riservatezza”. Incriminare e imprigionare donne a
causa delle loro relazioni sessuali viola il loro diritto alla
libera espressione e associazione, alla libertà dalla
discriminazione e alla riservatezza.
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SENZA VOLTO
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Fakhara Jounas, è una donna pakistana dal
volto completamente deturpato. Era una danzatrice di talento e
successo. Grandi occhioni scuri e lunghi capelli neri lucidi.
Una di quelle danzatrici dall’inconfondibile fascino deduttivo.
Sposa un uomo facoltoso, potente. Ma lei lo lascia, troppo
violento. E allora lui si vendica. Non può subire il torto
dell’abbandono. Se lei non sarà più sua, non dovrà essere di
nessun altro.
Con dell’acido muriatico la sfigura gettandoglielo addosso.dopo
il suo bel viso è solo un accumulo di cicatrici. Gli occhi
talmente gonfi da non poterli aprire, il naso distrutto e le
capacità respiratorie drasticamente ridotte. Nemmeno il figlio
di appena cinque anni la riconosce, avvolta nelle bende si
intravede il massacro subito e il volto non è altro che la
testimonianza atroce della punizione.
Per Fakhara non c’era speranza. Così deturpata e in cattiva
salute non poteva certo sperare di trovare un lavoro, di
ricominciare. Sarebbe rimasta all’ombra di una marginalità che
colpisce soprattutto le donne povere di molti paesi come il
Pakistan.
Il sorriso le viene restituito da un’associazione italiana,
Smileagain (www.smileagain.it), che si occupa di queste donne
deturpate e della denuncia di questa terribile pratica. Perché
Fakhara non è l’eccezione, è uno dei tanti casi.
Nelle zone rurali del Pakistan, del Bangladesh, dell’India, le
donne, cui tra l’altro è precluso l’accesso all’istruzione,
hanno ancora un ruolo completamente subordinato all’uomo che
decide della loro vita. Se una donna rifiuta un pretendente o
abbandona il marito deve essere punita. Circa 200 donne l’anno
vengono colpite dall’acido, una pratica diffusa che permette di
stigmatizzare visibilmente la ribelle.
La fondatrice di Smileagain, Clarice Felli, insieme ad un equipe
di medici chirurgi, sottrae queste donne alla loro infelice
sorte. Operano attraverso 14 centri, 13 in Pakistan e 1 a Dubai.
In questi Paesi i medici sono pochi, le strutture sanitarie a
pagamento e quelle Free non danno le medicine. Chi non può
comprarle muore per infezioni anche dopo un intervento riuscito.
Oltre che il soccorso medico, Smileagain attraverso progetti di
formazione aiuta le donne nel percorso di ricostruzione di una
propria vita nel loro stesso paese.
In Pakistan con la collaborazione di una scrittrice affermata,
Tehmina Durrani, si sono avviate una serie di campagne di
sensibilizzazione per ottenere una legge di controllo sulla
vendita degli acidi e pene più severe per gli aggressori.
Fakhara è stata portata in Italia e sottoposta ad una serie
interventi di chirurgia plastica , è ospite della Casa dei
Diritti Umani riconosciuta come rifugiata politica.
Non appena starà meglio la aiuteranno a trovare un lavoro e
insieme al figlio potrà sorridere ancora.
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