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8 Marzo 2005

 

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Una rosa per la libertà
quella sera Rosa Parks, cucitrice dell'Alabama, stava tornando a casa, dopo una giornata massacrante al lavoro.
Siamo nel 1955 e lei è seduta in autobus.
Qualcuno le si avvicina e le intima di lasciare il posto libero. Lei si rifiuta, nonostante l'autista dell'autobus le ricorda che è la legge e gli altri assistono attoniti.
ha infranto la legge. Lei è una donna di colore, per lei e la gente della sua "categoria" la legge impone, che in ogni esercizio pubblico, ci siano dei posti riservati. Questo per evitare ogn contatto con i bianchi, "categoria" superiore, di classe A. Lei di categoria inferiore, di classe B, non accetta l'ennesima umiliazione. E mentre gli altri quattro uomini di colore, seduti accanto a lei, lasciano i posti liberi, pechè così vuole la legge, lei rimane al suo posto.
Quel posto che dovrebbe essere la legge a garantirle: perchè tutti gli uomini e le donne sono ugualidi fronte alla legge. Non era, ovviamente, così. Venne arrestata, pagò una multa
e una notte in carcere. La legge segregazionista punisce la trasgresrisce: avrebbe dovuto essere l'esempio per tutti i potrenziali trasgressori. Infatti l'esempio servì.
Con a capo un giovane pastore della chiesa battista, l'allora sconosciuto Martin Luther King, molti dei potenziali trasgressori indissero lo sciopero dei passeggeri degli autobus. Molti furono arrestati, una novantina insieme a King, con l'accusa di aver intralciato il regolare funzionamento di un servizio pubblico. Ma molti latri riusciro a resistere.
Un boicottaggio lungo 381 giorni. Le maggiori compagnie di autobus rischiavano il collasso. La maggior parte dei viaggiatori era di colore, ma anche uomini e donne bianchi si erano uniti alla protesta. King, insieme agli altri, ricorsero in appello. Vinsero. Nel 1956 la Corte Suprema americana sentenziò l'illegalità della segregazione negli autobus. Nel 1965 il presidente Jhonson firmò la legge che aboliva ogni discriminazione razziale. Ma il cammino della non violenza per la rivendicazione dei diritti civili, era già molto più lontano. La coscienza collettiva dei neri d'America si era dilatata in nuovo respiero di libertà e uguaglianza.
E Rosa Parks non poteva che essere assurta come simbolo. Il simbolo di una rivendicazione, che non si serv della forza brutale per imporsi, ma dice di no. Paga il proprio gesto inconsulto di fronte ad una legge ottusa, ma continua a dire di no.
Rimango al mio posto perchè ho diritto ad un posto nel mondo. Ed è un posto uguale al tuo e tutti abbiamo la stessa e identica capacità di occuparlo, di rivendicarlo. Non lo prevedev ala legge ma lo suggeriva la coscienza: di donna, di nera, di persona.
Rosa è morta pochi giorni fa. A 92 anni senza onori e senza gloria, povera, ma sicuramente felice di essere celebrata come la rosa della libertà.


Filippina Bubbo

 

Legge sulla Procreazione Assistita: donne chiamate in causa.

Una legge che non piace alle donne. Eppure è una legge che riguarda in primis le donne, la loro capacità e volontà di procreare.
Ha troppe limitazioni e alcuni punti sono giudicati controversi per quanto riguarda i diritti della madre e del concepito.
Punto critico della legge 40 è la definizione dell’embrione.
L’embrione è considerato una persona a tutti gli effetti, con il riconoscimento di tutti i diritti acquisibili in tale condizione giuridica.
I sostenitori della legge dicono che l’embrione è gia una vita. Le legge deve riconoscere e tutelare il diritto alla vita.
Altri sostengono che l’embrione è un insieme di cellule in evoluzione. Questa fondamentalmente è la concezione che ha sempre prevalso e ispirato altre leggi importanti come quella sull’aborto. L’interruzione di gravidanza è possibile esclusivamente entro i primi tre mesi di vita dell’embrione, scaduti i quali l’embrione diventa feto.
Il feto è una vita formata. La differenza con l’embrione è quindi sostanziale.
Accettare l’una o l’altra interpretazione cambia, e di molto, il senso della legge.

Dalla definizione dell’ embrione è discesa un’impostazione della legge che ha diviso l’Italia. Si sono costituiti Comitati per l’abrogazione di questa legge e la Corte Costituzionale, il 14 gennaio, ha accolto 4 dei quesiti contestati.
Cerchiamo di dare una spiegazione molto esemplificata di una questione a dir poco spinosa. Abbiamo cercato di mettere a fuoco i punti salienti della legge e le conseguenze pratiche producibili da alcuni divieti.

Primo quesito: si deve limitare la ricerca sugli embrioni?.
La legge ammette lo studio e l’utilizzo delle cellule staminali adulte e il cordone ombelicale; vieta l’utilizzo degli embrioni.
Un divieto che è da ostacolo alla ricerca scientifica.
Gli studi sugli embrioni consentirebbero di sperimentare nuove cure per malattie come Alzheimer, Pakinson, sclerosi e diabete.

Secondo quesito: si devono impiantare tutti e tre gli embrioni creati in vitro?

La legge vieta di creare più di tre embrioni in vitro e questi devono essere impiantati tutti in un'unica volta, a prescindere dall’età e dalle caratteristiche fisiche della paziente, fattori determinanti sulle probabilità di attecchimento dell’embrione. E’ vietato congelare gli embrioni, la paziente che intende riprovare deve sottoporsi nuovamente ad una stimolazione ormonale, con tutte le ripercussioni fisiche e psicologiche che questo comporta.

Terzo Quesito: quali i diritti del concepito e quali quelli della madre.
Portiamo un esempio pratico:
non possono essere effettuate diagnosi di pre- impianto. Queste sono necessarie nel momento in cui c’è la possibilità di trasmissione al figlio di malattie genetiche gravi.
La madre non può scegliere di fare questo tipo di esami.
Gli embrioni devono essere comunque impiantati.
I diritti della madre vengono ad essere in contrasto con quelli riconosciuti all’embrione.

Quarto quesito: la fecondazione eterologa.
Non possono essere utilizzati semi o ovuli esterni alla coppia. La fecondazione eterologa è quindi vietata anche nei casi di sterilità incurabile.

Questi sono i quattro punti della legge rimessi alla discussione popolare. Siamo chiamati a votare e speriamo sia un voto consapevole, ponderato anche nei casi in cui pensiamo che la questione non possa riguardarci.


A cura di Filippina Bubbo.

 

Chi è Bikaloro?

Bi ka lo ro: è forse lo stornello di un girotondo?. E’ il nome di una bambina? che cosa vuol dire Bikaloro?. Magari fiore o luce…

Bikaloro è il nome dato a una bambina. Nessuno vuole giocare con lei. Non è cattiva, non è sporca. Ma nessuna delle altre bambine le si avvicina. Anche le altre madri la guardano con disprezzo. Nei toni delle loro voci stride il disappunto quando ne parlano. Non la sposerà nessuno, rimarrà sola, abbandonata. Nessuno la vuole vicino. Bikaloro è impura.

Ma è solo una bambina, un bocciolo di rosa appena spuntato con la primavera dell’infanzia.

Non è colpa della bambina. E’ stata la madre a condannarla. Non ha voluto sottoporla al rito. E’ impura.
Perché non hai voluto lavare tua figlia dal peccato?.
Perché sono contro l’infibulazione.

Bikaloro è un ingiuria. Un livido sociale che rimane ben visibile sulla fronte della bambina che non viene infibulata.
L’infibulazione è una pratica tradizionale religiosa diffusa soprattutto in Africa. Vengono mutilati i genitali femminili, la bambina è privata della sua sessualità.
Sono 130 milioni le bambine nel mondo che la subiscono come un rito di passaggio necessario per poter essere accettate socialmente.
Nelle zone rurali, dove il controllo sociale della piccola comunità è maggiormente intransigente, una bambina non infibulata è considerata impura, inaccettabile. Nelle zone urbane serpeggia una consapevolezza diversa che sta contagiando molte donne africane. Quelle che a viso aperto si sono schierate contro questa pratica e si rifiutano di infliggere una tale pena alle figlie.
Molte di loro sono state infibulate, è una tortura.
Preferiscono che le figlie siano una Bikaloro, ma non le infibulano. E’ il cattivo esempio che disturba le coscienze timorate degli osservanti della tradizione religiosa.
Bikaloro sarà una donna che non potrà essere data in sposa, questo si traduce in isolamento sociale, non riconoscimento della persona all’interno della comunità.
Ma le Bikaloro lentamente, speriamo inesorabilmente, stanno crescendo numericamente. La loro consistenza mette in discussione riti tribali avvolti dall’ alone sacro del rito religioso.
Bikaloro è un ritornello, se vogliamo. Scandisce la consapevolezza di poter dire no.

I Bambara, una delle etnie del Mali, chiamano "bikaloro" le bambine o donne non infibulate, che vuol dire esseri privi di ogni maturità.

A cura di Filippina Bubbo
 

 
Una donna per la pace e per l’ambiente.

E’ anche quest’anno una donna a meritare il premio Nobel per la Pace.
Il comitato norvegese per il Nobel, annunciando la proclamazione, ha motivato la scelta dicendo che la Maathai è stata insignita "per il suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia ed alla pace".

Insignita di una tale onorificenza è per la prima volta una donna africana, l'ambientalista kenyota Wangari Maathai, nata nel 1940.
Distintasi per l’impegno contro la feroce deforestazione che colpiva il suo Paese, ha lottato per proteggere l’ambiente e la pace del suo popolo.
E lo ha fatto piantando alberi.
Insieme ad altre donne ha costituito il “Movimento Cintura Verde" e grazie al loro lavoro sono stati piantati 30 milioni di alberi nel Continente Nero.
Dove l’arroganza del potere distrugge, la pace si rigenera in nuovi e impensati percorsi.
Rallentare il processo di deforestazione piantando altri alberi, è anch’essa una geniale forma di resistenza che permette di salvaguardare l’ambiente e le culture, per non lasciare che altri distruggano il proprio patrimonio, deupaperino senza rimedio tutte le risorse.
La Maathai crede fermamente nella democrazia e cerca di spronare il suo popolo a prendere coscienza delle proprie condizioni e a ribellarsi contro chi pretende di continuare a soggiogarli.
Il virus dell’Aids, secondo la sua opinione, è uno strumento di guerra messo a punto come un’arma batteriologica per distruggere la gente nera.
"Non siate ingenui. L'Aids non è una maledizione di Dio contro gli africani o la gente nera. E' uno strumento per controllarli, progettato da alcuni scienziati malvagi, ma non potremmo sapere chi è stato", disse ad un seminario, secondo quanto riportato dal quotidiano East African Standard in un articolo del 31 agosto.

 

 

 Premio Nobel 2004 per la letteratura
 

Colta di sorpresa la scrittrice-poetessa austriaca, Elfriede Jelinek, dalla notizia del premio Nobel per la letteratura. Non era tra le favorite e come tiene a precisare lei in un’intervista rilasciata alla radio pubblica austriaca, ciò non scatenerà nel suo Paese un moto di orgoglio nei suoi confronti.
Nata nel 1946, esordisce con una raccolta di poesie nel 1967.
I suoi libri sono stati tradotti in decine di lingue e dal romanzo “La pianista” ne è stato tratto un film.
La motivazione della scelta cita: “il flusso melodico di voci e controvoci in romanzi e testi teatrali, che con estremo gusto linguistico rivelano l’assurdità dei cliché sociali e il loro potere».
I temi centrali della sua produzione vertono sullo scontro dei sessi, tratta con molta disinvoltura temi legata legati alla sessualità femminile e dei suoi abusi.
Molti considerano il tono dei suoi testi scurrile, a tratti volgare. Ha affermato Reuters, nell’ambito della fiera del libro di Francoforte, che la J è una scrittrice affascinante, non mostra alcuna pietà per i suoi argomenti o per se stessa,
In patria è una delle voci più importanti della letteratura contemporanea in lingua tedesca, oltre ad essere sceneggiatrice ed autrice di libretti d’opera.
Non potrà partecipare alla consegna dei premi per motivi di salute.
 


 

Ecologia sociale, la sfida di Vandana

Ecologia sociale, una nuova scienza per uno sviluppo sostenibile e armonico con le esigenze degli individui e dell’ambiente. Termine coniato, dalla studiosa e attivista Vandana Shiva, impegnata nella denuncia delle aggressioni ambientali perpetrate ai danni delle popolazioni che abitano nelle zone violentate e ne subiscono le drammatiche conseguenze. Conseguenze che si riverberano sull’ecosistema del mondo intero, mettendo a repentaglio la salute del mondo stesso e di tutti i suoi abitanti.
Nata in India, a Dhera Dun. Si laurea in fisica Nucleare in America e si distingue per capacità e impegno nel programma sull’energia nucleare del suo paese. Ma decide di abbandonare un campo proficuo per la sua crescita professionale, ma non per la sua crescita morale. Alla gente vengono tenuti nascosti gli effetti distruttivi di questo tipo di energia, lei non ci sta.

E si ribella. Si ribella ai modelli di sviluppo imposti dall’alto, non rispettosi delle diversità culturali e ambientali. Una parte delle verdi vallate dell’Himalaya, scorcio di paradiso di acqua e variegate vegetazioni, è stato deturpato dalla costruzione di un’enorme diga e da un intrico fumoso di strade e di smog. La deforestazione selvaggia ha impoverito l’ambiente e chi vi si sostiene portando alla fame interi villaggi. Il progetto sovvenzionato dalla Banca Mondiale, rientra nel disegno di sviluppo per i paesi del Terzo Mondo.

E si ribella. Questo non è sviluppo. Fonda e dirige un Centro per la Scienza, tecnologia e politica delle risorse di Dehra Dun e propone una serie di alternative possibili per uno sviluppo economico conforme alle esigenze delle culture e dell’ambiente, decisamente alternativo all’economia di mercato che le politiche degli organismi internazionali propinano come la panacea di tutti i mali del “sottosviluppo”.

Lei conia il termine “malsviluppo”, studiando e riportando in molti suoi saggi quali sono i danni delle politiche che attentano alla biodiversità utilizzando le cosiddette biotecnologie.
Nel libro “Monoculture della mente, biodiversità e agricoltura scientifica”, contesta apertamente le soluzioni biotecnologiche.

Le multinazionali Agronomiche hanno brevettato questi semi-prodigio, dopo aver selezionato i semi dai sistemi tradizionali di coltura indiana. Li rivendono a caro prezzo ai contadini che ogni anno per la semina se ne devono approvvigionare. Ma l’uso di questi semi determina una perdita della diversità che rende ancora più vulnerabili i raccolti dagli attacchi di insolite malattie. E’ del 1995 il libro “Biopirateria, il saccheggio dei saperi locali”.

La mercificazione della riproduzione da processo naturale vitale diventa processo industriale che indebolisce l’integrità delle risorse viventi (molti semi autoctoni spariscono e si rigenerano quelli industriali). Si vieta alla natura di autogenerarsi.

E’ questo processo incamera nella sua filiera anche la riproduzione degli uomini. La tesi di fondo sostenuta dalla scienziata è quella secondo cui il processo industriale di impronta maschilista espunge dalla dinamica dello sviluppo il principio femminile, conservativo ed ecologico, derivato da secoli di familiarità che la donna ha con la terra. La donna è espropriata del suo corpo e del suo sapere così come i contadini vengono espropriati del loro sapere sui semi.
La natura e la donna sono considerate come passive, materia inerte da poter manipolare.
Nel suo libro “Sopravvivere allo sviluppo” denuncia la massiccia distruzione ambientale di uno sviluppo tecnologico che porta i cosiddetti Paesi “sottosviluppati” a indebitarsi per sostenere piani di aggiustamento strutturale e a non avere finanze per la sanità e l’istruzione pubblica.

Insieme a movimenti di donne dell’India, dell’Africa, dell’America Latina Vandana combatte il “malsviluppo” secondo i principi della nonviolenza interiorizzati dalla pratica Ghandiana e dalla cultura femminile. In “Ecofeminism” ha dimostrato come donne di diverse culture e Paesi possono cooperare e capirsi per raggiungere obbiettivi comuni.

E’ considerata leader autorevole del International Forum on globalization. Nel 2001 ha pubblicato “Vacche sacre e mucche pazze. Il furto delle riserve alimentari globali”. Le forme distruttive di colture ingegnerizzate, di allevamento intensivo per la produzione di carni sono i mezzi delle logiche di mercato che si impongono globalmente nell’interesse di pochi.

Tra i suoi testi fondamentali per una ricognizione intorno al problema, ricordiamo:
“Le guerre dell’acqua”, in cui denuncia la privatizzazione di una risorsa primaria e il “Mondo sotto Brevetto”.
Vandana è in giro per il mondo, la sua missione è sensibilizzare sui diritti dell’ambiente e dei popoli. Un messaggio di pace che ha portato sino a Perugia in occasione dell’assemblea ONU DEI POPOLI, ottobre 2003.
 

Saya e Amina

Safya Husseini Tungar Tudu, è stata al centro di una mobilitazione internazionale che l’ha salvata dalla lapidazione.
Nigeriana, trent’anni, incinta senza marito. Tanto basta per condannare l’adultera. Nel suo paese la legge islamica, la Shari’a, vale come legge penale. E in casi come quello di Safya la punizione è una sola. Avrebbe messo al mondo il frutto del peccato, lo avrebbe allattato per i primi giorni della sua vita e poi avrebbe dovuto abbandonarlo per saldare il suo debito con la comunità.
Sepolta fino al seno e sarebbe stata uccisa sotto una pioggia di sassate lanciate dai timorati abitanti del villaggio.
Il padre del bambino, scagionato dall’accusa di averla violentata perché non c’erano prove sufficienti, non avrebbe pagato nessuna colpa.
L’ambasciata nigeriana è stata sepolta da una valanga di lettere di donne, associazioni e personalità varie che avevano un comune intento: salvare Safya. Alla fine è stata graziata e il mondo intero ha avuto modo di riflettere sulla triste condizione di molte donne schiave di una tradizione insensibile ai diritti umani, al diritto alla vita.
Finché un altro caso non si è imposto all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Amina Shaval, anche lei condannata a morte per aver concepito un bambino al di fuori del matrimonio.
Secondo i "Codice della Shari’a", introdotto in Nigeria nel 1999 e in vigore in alcuni Stati del nord del paese, Amina doveva rispondere di un “crimine” che è punibile con la pena di morte per lapidazione.
L’intervento del Comitato sui diritti umani delle Nazioni Unite, nonché l’impegno di organizzazioni femminili, ha premuto affinché la corte d’appello della sharia dello stato nigeriano di Katsina annullasse la condanna a morte di Amina. Le relazioni sessuali extramatrimoniali tra adulti consenzienti non possono essere considerate reati penali. Il Comitato sui diritti umani delle Nazioni Unite ha affermato che “è incontestabile che gli atti sessuali in privato tra adulti consenzienti rientrano nella sfera della riservatezza”. Incriminare e imprigionare donne a causa delle loro relazioni sessuali viola il loro diritto alla libera espressione e associazione, alla libertà dalla discriminazione e alla riservatezza.
 


SENZA VOLTO
 

Fakhara Jounas, è una donna pakistana dal volto completamente deturpato. Era una danzatrice di talento e successo. Grandi occhioni scuri e lunghi capelli neri lucidi. Una di quelle danzatrici dall’inconfondibile fascino deduttivo.
Sposa un uomo facoltoso, potente. Ma lei lo lascia, troppo violento. E allora lui si vendica. Non può subire il torto dell’abbandono. Se lei non sarà più sua, non dovrà essere di nessun altro.
Con dell’acido muriatico la sfigura gettandoglielo addosso.dopo il suo bel viso è solo un accumulo di cicatrici. Gli occhi talmente gonfi da non poterli aprire, il naso distrutto e le capacità respiratorie drasticamente ridotte. Nemmeno il figlio di appena cinque anni la riconosce, avvolta nelle bende si intravede il massacro subito e il volto non è altro che la testimonianza atroce della punizione.
Per Fakhara non c’era speranza. Così deturpata e in cattiva salute non poteva certo sperare di trovare un lavoro, di ricominciare. Sarebbe rimasta all’ombra di una marginalità che colpisce soprattutto le donne povere di molti paesi come il Pakistan.
Il sorriso le viene restituito da un’associazione italiana, Smileagain (www.smileagain.it), che si occupa di queste donne deturpate e della denuncia di questa terribile pratica. Perché Fakhara non è l’eccezione, è uno dei tanti casi.
Nelle zone rurali del Pakistan, del Bangladesh, dell’India, le donne, cui tra l’altro è precluso l’accesso all’istruzione, hanno ancora un ruolo completamente subordinato all’uomo che decide della loro vita. Se una donna rifiuta un pretendente o abbandona il marito deve essere punita. Circa 200 donne l’anno vengono colpite dall’acido, una pratica diffusa che permette di stigmatizzare visibilmente la ribelle.
La fondatrice di Smileagain, Clarice Felli, insieme ad un equipe di medici chirurgi, sottrae queste donne alla loro infelice sorte. Operano attraverso 14 centri, 13 in Pakistan e 1 a Dubai.
In questi Paesi i medici sono pochi, le strutture sanitarie a pagamento e quelle Free non danno le medicine. Chi non può comprarle muore per infezioni anche dopo un intervento riuscito.
Oltre che il soccorso medico, Smileagain attraverso progetti di formazione aiuta le donne nel percorso di ricostruzione di una propria vita nel loro stesso paese.
In Pakistan con la collaborazione di una scrittrice affermata, Tehmina Durrani, si sono avviate una serie di campagne di sensibilizzazione per ottenere una legge di controllo sulla vendita degli acidi e pene più severe per gli aggressori.
Fakhara è stata portata in Italia e sottoposta ad una serie interventi di chirurgia plastica , è ospite della Casa dei Diritti Umani riconosciuta come rifugiata politica.
Non appena starà meglio la aiuteranno a trovare un lavoro e insieme al figlio potrà sorridere ancora.
 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo