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8 Marzo 2005

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Rubrica curata da Francesca Utzeri

Don't forget

E' I'alba. Sto per lasciare Sarajevo. L'aeroporto è immerso in un cielo tra il rosa e il grigio chiaro. L'altoparlante trasmette una musica che conosco; è quella usata per la pubblicità della Barilla che io ho sempre trovato un po' stucchevole. Ma ora le parole famose si trasformano dentro di me e penso: «Si, dove c'è Bosnia c'è casa». E' una sensazione fortissima quella che provo ora, un misto di rabbia, disperazione e tenerezza molto simile a quella sentita nel primo terribile Natale del '92 a Gasinci. Allora però avevamo tutti la speranza che la guerra finisse e arrivasse "la pace", adesso c'è lo sgomento nel vedere segni tangibili e inconfondibili di divisione e di conflitti nascenti. Provo rabbia feroce nei vedere Mostar nelle stesse condizioni di sei anni fa. Hanno ricostruito il ponte ma su una riva e sull'altra le case, le scuole sono ancora distrutte. Ovunque ci sono cartelli che invitano a stare attenti agli edifici pericolanti. Appena si esce da quella parte bellissima della città piena di negozi e bar scavati nella pietra bianca che la notte assume con le luci un aspetto magico, beh, a cento metri da tutto questo c'è lo squallore più totale. Vai in giro e cerchi la chiesa ortodossa ma ti dicono che non c'è più, in compenso la nuova chiesa cattolica ha un campanile altissimo, spropositato, che sembra voler fare concorrenza ai minareti che stanno li da centinaia di anni e una croce immensa domina la città dall'alto della collina. Cosa succede? Qual è il senso di tutto questo? Poi vai all'ufficio postale a venti chilometri da Mostar e ti accorgi che la sigla della posta è quella croata, così come quella dei telefoni e ti domandi: «Dove siamo, in Herzegovina o in Croazia?».
Mi si chiude lo stomaco nel sentire raccontare come ogni mese nelle campagne vicino a Bugojno qualcuno che per fame va a cercare funghi o legna muoia lacerato dalle mine o ancora nel vedere a Sarajevo la Biblioteca Nazionale in rovina con solo il piano terra restaurato. Che fine hanno fatto i soldi raccolti??? Quante mine ci sono ancora?
Provo sconcerto nel vedere a Sarajevo tantissime ragazze vestite nel modo tradizionale arabo, velo sul capo, pantaloni e gonna sopra. Poi noto gli innumerevoli centri culturali islamici in giro per la città e comincio a capire. E la rabbia sale quando ti dicono che al liceo ci sono classi per i ragazzi cattolici e quelle per i mussulmani dove si insegnano la lingua croata e quella bosniaca. Ma ci sono così tante differenze???
Infine parli con le persone che porti nel cuore da dodici anni che con estrema dignità lavorano otto - dieci ore al giorno per trecento marchi al mese (150 euro) e non sanno come riuscire a mandare all'università la figlia piccola che ha superato con i voti migliori del paese il test d'ingresso. E la rabbia si mescola alla tenerezza che provi anche ogni volta che parli con qualcuno, croato, serbo o mussulmano che ti dice: «La guerra è stata una catastrofe, la politica è una catastrofe, la gente invece cerca solo di sopravvivere in un paese che non riconosce», o quando vedi Emina e Dragana, due vicine di casa di settant'anni, una mussulmana e l'altra serba che continuano ad essere amiche, a scambiarsi piatti di "pita" fumanti e a rimpiangere la Sarajevo che non c'è più. E la tenerezza si concentra in un immagine bellissima di tre signori sui sessanta che sulla riva di un fiume con alle spalle la stupenda montagna di Duboka bevono la loro grappa e mangiano pane, formaggio e patate, così non si ubriacano e cantano per te delle canzoni dolcissime. Vedendoti silenziosa perché non riesci più a trattenere la commozione ti dicono: «Fai bene a tacere e a guardare tutto intorno a te, questo momento qui, insieme è hrana za srce - cibo per il cuore».
Tutto questo viaggio è stato cibo per il cuore e per la mente, mi ha dato la spinta per ricominciare a fare qualcosa per questa gente e questa terra ormai dimenticati tra le nuove e terribili guerre che ci circondano. Do not forget c'è scritto sul nuovo ponte di Mostar. Spero che qualcun altro non lo faccia insieme a me.

Agosto 2004

Caterina
 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo