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STORIE
Rubrica curata da
Francesca Utzeri
Don't forget
E' I'alba. Sto per lasciare Sarajevo. L'aeroporto è immerso in
un cielo tra il rosa e il grigio chiaro. L'altoparlante
trasmette una musica che conosco; è quella usata per la
pubblicità della Barilla che io ho sempre trovato un po'
stucchevole. Ma ora le parole famose si trasformano dentro di me
e penso: «Si, dove c'è Bosnia c'è casa». E' una sensazione
fortissima quella che provo ora, un misto di rabbia,
disperazione e tenerezza molto simile a quella sentita nel primo
terribile Natale del '92 a Gasinci. Allora però avevamo tutti la
speranza che la guerra finisse e arrivasse "la pace", adesso c'è
lo sgomento nel vedere segni tangibili e inconfondibili di
divisione e di conflitti nascenti. Provo rabbia feroce nei
vedere Mostar nelle stesse condizioni di sei anni fa. Hanno
ricostruito il ponte ma su una riva e sull'altra le case, le
scuole sono ancora distrutte. Ovunque ci sono cartelli che
invitano a stare attenti agli edifici pericolanti. Appena si
esce da quella parte bellissima della città piena di negozi e
bar scavati nella pietra bianca che la notte assume con le luci
un aspetto magico, beh, a cento metri da tutto questo c'è lo
squallore più totale. Vai in giro e cerchi la chiesa ortodossa
ma ti dicono che non c'è più, in compenso la nuova chiesa
cattolica ha un campanile altissimo, spropositato, che sembra
voler fare concorrenza ai minareti che stanno li da centinaia di
anni e una croce immensa domina la città dall'alto della
collina. Cosa succede? Qual è il senso di tutto questo? Poi vai
all'ufficio postale a venti chilometri da Mostar e ti accorgi
che la sigla della posta è quella croata, così come quella dei
telefoni e ti domandi: «Dove siamo, in Herzegovina o in
Croazia?».
Mi si chiude lo stomaco nel sentire raccontare come ogni mese
nelle campagne vicino a Bugojno qualcuno che per fame va a
cercare funghi o legna muoia lacerato dalle mine o ancora nel
vedere a Sarajevo la Biblioteca Nazionale in rovina con solo il
piano terra restaurato. Che fine hanno fatto i soldi raccolti???
Quante mine ci sono ancora?
Provo sconcerto nel vedere a Sarajevo tantissime ragazze vestite
nel modo tradizionale arabo, velo sul capo, pantaloni e gonna
sopra. Poi noto gli innumerevoli centri culturali islamici in
giro per la città e comincio a capire. E la rabbia sale quando
ti dicono che al liceo ci sono classi per i ragazzi cattolici e
quelle per i mussulmani dove si insegnano la lingua croata e
quella bosniaca. Ma ci sono così tante differenze???
Infine parli con le persone che porti nel cuore da dodici anni
che con estrema dignità lavorano otto - dieci ore al giorno per
trecento marchi al mese (150 euro) e non sanno come riuscire a
mandare all'università la figlia piccola che ha superato con i
voti migliori del paese il test d'ingresso. E la rabbia si
mescola alla tenerezza che provi anche ogni volta che parli con
qualcuno, croato, serbo o mussulmano che ti dice: «La guerra è
stata una catastrofe, la politica è una catastrofe, la gente
invece cerca solo di sopravvivere in un paese che non
riconosce», o quando vedi Emina e Dragana, due vicine di casa di
settant'anni, una mussulmana e l'altra serba che continuano ad
essere amiche, a scambiarsi piatti di "pita" fumanti e a
rimpiangere la Sarajevo che non c'è più. E la tenerezza si
concentra in un immagine bellissima di tre signori sui sessanta
che sulla riva di un fiume con alle spalle la stupenda montagna
di Duboka bevono la loro grappa e mangiano pane, formaggio e
patate, così non si ubriacano e cantano per te delle canzoni
dolcissime. Vedendoti silenziosa perché non riesci più a
trattenere la commozione ti dicono: «Fai bene a tacere e a
guardare tutto intorno a te, questo momento qui, insieme è hrana
za srce - cibo per il cuore».
Tutto questo viaggio è stato cibo per il cuore e per la mente,
mi ha dato la spinta per ricominciare a fare qualcosa per questa
gente e questa terra ormai dimenticati tra le nuove e terribili
guerre che ci circondano. Do not forget c'è scritto sul nuovo
ponte di Mostar. Spero che qualcun altro non lo faccia insieme a
me.
Agosto 2004
Caterina
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