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CENTRO DI DOCUMENTAZIONE

 
 
 
 

POLITICHE SOCIALI 
E DEL LAVORO

REDAZIONE: Marcella Bravetti, Tiziana Boirivant, Marina Toschi, Patrizia Vagnetti

AUTRICI DEGLI ARTICOLI: Lidia Menapace, Melita Richter Malabotta, Larissa Gavrilova, Toni Maraini, Bianca Maria Pomeranzi, Maria augista Angelucci, Barbara Terenzi Calamai, Patrizia Giancotti, Marta Contreras, Marcella Bravetti, Diana Miloslvich, Lucia Bartoli, Anna Maria Crispino, Nathalie Galesne, Chiara Saraceno, Gabriella Poli, Stefania Sidoli, Lucia Spaterna, Elena Laurenzi, Anna Maria Crispino

POESIE:Carolina ocampo Abàsolo, Gianfranca Cacciatore Lea Canducci Gabriella Corona, Josè Craveirinha, Gladys Basagoitia Dazza, Vera Lùcia de Oliveira, Nancy Morejçn, Mendels Flandre Nanou, Teresa Gonzàles Rodrìguez, Rosina Valcàrcel

Donne dei balcani: di loro vorrei parlare
MELITA RICHTER MALABOTTA 

Rwanda 
MARIA AUGUSTA ANGELUCCI 

Le donne e la povertà nel Perú
DIANA MILOSLAVICH 

Francia: povere ma ricche!
NATHALIE GALESNE 

Donne e povertà in Italia
CHIARA SARACENO



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Donne dei balcani: di loro vorrei parlare
MELITA RICHTER MALABOTTA 

Descrivendo l’attuale situazione economica in Croazia, uno dei più stimati economisti jugoslavi e studioso di fama internazionale, afferma «Il nuovo potere si è lanciato in un attacco senza quartiere ai beni della società e dei singoli. E si è trattato di un attacco spietato e senza scrupoli. Le ditte e le imprese sono state prima privatizzate per poi essere vendute, smembrate, cedute, perfino regalate agli usurpatori ed ai loro protetti. L’economia ha subito un tracollo senza precedenti. I dati ufficiali hanno registrato un calo di produttività nei primi quattro anni di potere dell’Hdz1 del 50%. Dopo il 1995 la produttività ha cominciato lentamente a crescere, attualmente si aggira intorno all’80% di quella alla fine degli anni Ottanta. Secondo le stime ufficiali anche il livello di vita è retrocesso, e oggi è paragonabile a quello dei primi anni Settanta»2. 

Questa spietata analisi ancora non parla della galoppante disoccupazione, delle masse ridotte a riposo forzato, delle imprese indebitate fino al collo e del debito estero che ha già oltrepassato due volte e mezzo quello della Jugoslavia socialista3, non parla del fondo pensio­nistico defraudato, degli scioperi a singhiozzo, degli espatri di molti giovani. Ma, quanto dice, è sufficiente per indicare una società in profonda erosione, non solo economica. Una causa di questa erosione viene attribuita alle conseguenze della guerra, l’altra sta sicuramente nell’incapacità governativa di rispondere alle esigenze sociali e ad una mancanza della visione del futuro del paese che si è nutrito più del mito della propria storia e del nazionalismo che non delle reali potenzialità di sviluppo. Gli strati più bassi della società assieme a quelli medi sono in maggior modo colpiti dagli effetti generali della crisi economica. Una buona parte di questo peso sociale ricade sulle donne. Esse avvertono la situazione come una nuova marginalizzazione sociale, economica, politica e discriminatoria. 

La politica conservatrice ed il crescente ruolo della Chiesa esercitano un’incessante pressione per escludere la donna dalla sfera pubblica e per il suo ritorno all’esclusivo ruolo di madre e di moglie. Ci sono stati tentativi di introdurre leggi che limitano le donne nella loro scelta in fatto di riproduzione4. Non a caso si sono moltiplicate accese discussioni sulla legalità dell’aborto, con l’aiuto dell’aggressiva propaganda dei mass media governativi. Il governo, coerente con l’ideologia del «rinnovamento spirituale e demografico», propone la maternità come la più alta vocazione e professione della donna. La posizione della donna si cela sempre più tra le mura domestiche dove, stimolate da traumatizzanti fattori esterni che, dai tempi di guerra, si sono estesi anche al periodo postbellico, aumentano l’aggressività e la violenza nei suoi confronti. In una società che sta rafforzando i valori e le tradizioni della società patriarcale, società fortemente militarizzata e sessualizzata, non è sorprendente che le donne siano sparite dalla scena politica. Le donne vengono estromesse anche dalla sfera economica e questo non a causa delle leggi del mercato, perché nell’attuale crisi economica sono soprattutto le industrie tradizionalmente maschili (metallurgia, cantieristica, edilizia etc.) quelle che vanno in fallimento. È il generale clima del ritorno al tradizionalismo che spinge le donne fuori dalla sfera lavorativa. 

Frutti del nazionalismo 

La nuova vita radiosa progettata dai nuovi «Padri della Patria» sembra sempre più allontanarsi dal mondo delle donne e dalle loro aspirazioni di libertà. Questo diffuso senso di perdita dei diritti conquistati con dure lotte e considerati ormai sicuri, radicati nella Jugoslavia socialista, lo descrive bene la ex giornalista di Belgrado, Marina Mustovic: «Il mondo ha visto la faccia violenta del nazionalismo e la guerra che ne è la conseguenza. Ma noi abbiamo vissuto sulla nostra pelle la faccia più interna, la trasformazione di una società, di un costume verso modelli sempre più arcaici. Il prezzo per le donne della ex Jugoslavia è stato spaventoso. In un mese abbiamo perduto tutto quel che era stato guadagnato con cento anni di lotte»5. La Mustovic dichiarava questo nel 1993 mentre il nazionalismo serbo stava divampando e faceva terra bruciata, prima in Croazia poi in Bosnia ed Erzegovina. Ma, già nell’ottobre ‘91 le donne belgradesi che non hanno ceduto alla rassegnazione si sono organizzate in «Donne in nero», portando la loro politica femminista nelle piazze e nelle strade della capitale dove hanno espresso pubblicamente la loro resistenza al nazionalismo e alla guerra. Il loro aperto dissenso ha avuto molteplici reazioni nei passanti. Tra le tante frasi gridate loro in faccia, vi è anche quella di un uomo: «Partorite i figli serbi per la patria serba!». E quando una di loro ha detto che non voleva partorire, l’uomo ha aggiunto minaccioso: «E allora bisogna ammazzarvi!». In un’altra occasione, apostrofate «puttane», viene loro urlato «Voi non avete figli, siete infette!». 

La conquista di spazio politico da parte delle donne nelle società etnocratiche e omogeneizzate su base nazionale andava contro il nuovo ordine simbolico, fondato su stereotipi sociali e culturali i cui elementi sono fortemente sessualizzati. Questi stereotipi sono stati più visibili durante la guerra quando gli uomini sono stati considerati coraggiosi soldati, eroici difensori delle loro patrie, scudi per le loro donne e le loro case, mentre le donne sono soprattutto madri e mogli dei soldati. Divengono eroine solo in quanto vedove e madri dei loro figli caduti.6 Tale riduttiva divisione si protrae anche nei tempi di pace, nel periodo postbellico quando si affermano e consolidano i nuovi stati nazionali sui tradizionali pilastri: suolo, nazione, Chiesa, lingua, famiglia. 

Faccia a faccia con la miseria 

Oltrepassare i muri della divisione imposti dalle nostre nuove patrie nazionali significava un atto di tradimento e di disubbidienza. Fu allora che visitai Belgrado, la Vojvodina, la Baranja e lo Srijem e, seguendo il corso del Danubio, scendevo fino alle Porte di Ferro, dove sono tuttora visibili tracce della via traiana, testimonianza di un epoca remota, imperiale, segno di una nostra comune esperienza europea. Fu allora che mi scontrai faccia a faccia con la rude miseria di un popolo, privato non solo delle ricchezze materiali ma anche della propria dignità.7 Già alcuni chilometri prima del confine ungherese/jugoslavo (serbo), una colonna interminabile di automobili, con motori e fari spenti, veniva spinta pian piano verso il valico da uomini e donne in abiti dimessi e volti rassegnati. Le vetture che spingevano erano stracariche di taniche di benzina, di sacchi di patate, di rotoli di carta igienica. Il crepuscolo donava alla scena un aspetto irreale, quasi si trattasse di uno scenario dimenticato di spostamenti di popoli d’altri tempi; era il segnale evidente di una società civile in ginocchio, potenziata dalle sanzioni e dall’embargo inflitto alla Jugoslavia. Quotidianamente la gente oltrepassava i confini nazionali per comprare il cibo, il carburante, il vestiario, l’alcool, il tabacco, tutto, perché in Serbia non c’era niente. Ma nei buvljak, i mercati delle pulci che sorgevano un po’ dappertutto e in modo particolare nella prossimità delle grandi città, si trovava di tutto, la merce importata e quella sparita dai scaffali dei negozi, i prezzi triplicati ed in continuo aumento per l'inflazione. Non vi fu niente di strano trovarsi a maneggiare tutti quei miliardi stampati sulla carta straccia quando una paga (buona) era di 45 miliardi di dinari ed un libro costava 32 miliardi (!). Tutto sembrava svuotato di valore e di senso; il degrado fisico e sociale erano palpabili ovunque. 

Il mercato nero in rapida espansione, assenza di ogni politica economica reale, impoverimento delle vaste fasce di popolazione e allo stesso tempo arricchimento a dismisura dei trafficanti di armi e di droga, dei profittatori di guerra, della mafia politica ed economica, dei clan al potere. L’umiliazione di coloro che rifiutavano la logica del guadagno illecito, facile, che avevano agito per tutta la vita secondo l’etica del lavoro onesto, era grande. Sono stati essi i veri sconfitti. 

Si è parlato di tanti espatri e fughe della popolazione giovane, vitale, urbana sono invece passati inosservati i molti suicidi delle persone sole, sconfitte, deboli, tra cui molti vecchi che hanno rifiutato, oppure non sono stati capaci, di adeguarsi alla morale della jungla. 

Allora ebbi l’occasione di parlare con molte donne che nelle loro piccole cucine, ai vapori e agli odori che provenivano delle pentole che bollivano lentamente, intrecciavano i racconti personali a quelli della sempre più pesante quotidianità. Sempre le stesse parole, la stessa sensazione d’impotenza di fronte a qualcosa di molto più grande che è capitato loro come un disastro naturale. Qualcosa di smisurato e molto più complesso di quanto loro potessero decifrare, capire, approvare o ripudiare. Qualcosa che le stava annientando nel loro essere donne, riduceva le loro aspirazioni alla libertà e, ancora una volta, le obbligava ai ruoli classici di nutrici, tutrici, cuoche, madri, mogli, crocerossine nell’ardua avventura della sopravvivenza. Ho ascoltato le loro prodezze sul come sfamare una famiglia con un cavolfiore che comunque doveva essere diviso in due pasti a cosa rinunciare per poter mantenere i figli allo studio. Nella penombra delle mura domestiche rimbalzavano le stesse parole, le stesse preoccupazioni di tante donne con cui avevo parlato durante le occasionali visite alla mia città natale, Zagabria. Le stesse tiepide cucine, gli umidi luoghi nelle modeste abitazioni, gli odori delle minestre «della fantasia» e dei tagliolini preparati a mano come una volta, mentre dalla Radio Croata, già Radio Zagabria, le altre massaie davano i consigli come preparare il cibo con il minimo dei costi. Mi ricordo ancora della ricetta di una donna che, gioiosa, proponeva un pasto completo a base di patate (minestra di patate, polpette di patate, contorno di patate schiacciate, l'insalata di patate, un dolce di patate e zucchero) la saggezza della povertà! Una povertà nuova unita a quell’antica, ancestrale, generata dalla guerra, ha colpito le donne assieme agli altri strati più deboli della società. Ha umiliato le loro vite, ha abusato dei loro corpi, ha violentato la loro volontà, ha imposto un nuovo patriarcato che doppiamente richiedeva la loro sudditanza: al padre, al marito, alla famiglia, alla Patria. 

Donne ai margini 

Che dire oggi della posizione della donna nei Balcani quando dai piccoli schermi nei mesi passati abbiamo osservato quotidianamente nuovi esodi di popoli, prima quello degli albanesi poi, in numero minore e meno visibile, dei serbi? 

La spirale oppressione/rivolta/scon-fitta/vittoria/repressione/fuga non è stata interrotta in quest’angolo della Terra. 

La maggioranza dei volti dei disperati al cui peregrinare abbiamo assistito ammutoliti ed impotenti, sono volti di donne: donne giovani, donne mature, anziane, bambine, madri in fuga con i lattanti sul petto, oppure, assieme agli altri infelici, i vecchi, i bambini, uomini dalle facce smunte, ammassate nei fangosi campi di raccoglimento, campi profughi, tendopoli erette su chissà quale suolo. Vi è una perdita palpabile inflitta alle donne: la marginalizzazione delle loro vite. Ogni avamposto che le donne albanesi del Kosovo oppure le donne serbe kosovare avevano ottenuto nelle loro rispettive società, è stata cancellata da una società prevalentemente maschile e militarizzata. I loro diritti umani di donne sono stati sospesi, se non messi in questione. 

Dalle donne si aspetta ed esige la fedeltà alla loro nazione e non la solidarietà di genere. Ogni cammino fuori dalle palizzate etniche è malvisto e interpretato come tradimento. Ogni umiliazione e violenza che le donne subiscono le sospinge nell’eterna trappola di vittime e nella autocommiserazione da vittime. In molte si riparano nel rifugio collettivo, etnico. 

Forse la più grande perdita che le donne della ex Jugoslavia hanno subito come conseguenza della lunga ed estenuante tragedia balcanica è proprio questa: essere sospinte ai margini delle loro piccole patrie nazionali, «difese» da uomini «valorosi» in uniforme che troppo facilmente sacrificano le proprie vite al sacro suolo di una patria o a una bandiera che sventola dai carriarmati, come dai campanili e dai minareti. 

Ma, ci sono tante altre che hanno saputo camminare al di fuori dalle linee prestabilite e che hanno proclamato il loro diritto alla disobbedienza verso i regimi che parlano a loro nome, indicono le guerre a loro nome: a tali regimi esse hanno revocato il diritto a parlare a loro nome.8 Ed hanno continuato a tessere le reti della solidarietà tra donne, nei momenti più avversi e più tragici della loro comune storia. 

Di loro vorrei parlare ad un nostro prossimo appuntamento. 

Note bibliografiche
1 HDZ (Hrvatska demokratska zajednica), Comunità democratica croata, il partito al potere in Croazia. 
2 B. Horvat, Croazia, la rapina del secolo, (intervista di Jasna Tkalec), Balcanica, n° 3/4 Roma, 1998 
3 Ibid, p 34-35 
4 Anche se la legge non lo prevede, negli ospedali pubblici, prima di ottenere il diritto all’aborto, le donne devono passare «l'esame» di un’apposita commissione «etica» i cui membri sono spesso preti ed altri feroci oppositori dell’aborto. (Vedi B.a.B.e. e Women Human Rights Group, Zagabria, 1994) 
5 M. Mustovic in E. Doni e C. Valentini, L’arma dello stupro, La Luna, Palermo, 1993 
6 M. Richter Malabotta, Il confine dei diritti, Atti del Convegno, a cura del collettivo «Le radici e le ali», Udine, 1998 
7 M. Richter Malabotta, Appunti di viaggio, A, rivista anarchica, n° 206, Milano, 1994 
8 Conversazioni con Cassandra, in Donne per la Pace, (Zene za mir), edizione Donne in Nero, a cura di Stasa Zajovic, Belgrado, 1997

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Rwanda 
MARIA AUGUSTA ANGELUCCI 

Il ruolo delle donne nel processo di ricostruzione del paese 

In Rwanda nell’immediato dopo guerra alcune componenti della società civile ed in particolare gruppi di donne si sono organizzati in associazioni per assecondare lo sforzo del Governo di Unità nazionale nell’attivare il processo di ricostruzione del paese. Le loro azioni di assistenza e solidarietà si sono dimostrate particolarmente utili nella ricostituzione del tessuto sociale e per il rilancio dei servizi prestati dalle istituzioni socio-sanitarie. 

Le condizioni di vita delle donne rwandesi nell’immediato dopoguerra 

Dopo quattro anni di guerra civile culminata nel genocidio, aprile/luglio 1994, che è costato la vita a più di un milione di persone, il Rwanda si ritrova ad essere popolato in maggioranza da donne e quale che sia la loro categoria sociale, la loro origine o la loro situazione di prima della guerra, sono tutte donne che hanno profondamente sofferto ed oggi si ritrovano a gestire situazioni estremamente difficili. Al fine di far comprendere la condizione attuale delle donne rwandesi è importante descrivere le differenti situazioni esistenziali venutesi a creare dopo il genocidio che hanno poi determinato la formazione di differenti associazioni a seconda delle esperienze vissute. 

Le sopravvissute 

Nella maggior parte dei casi sono vedove, sole ad assicurare la sopravvivenza dei loro bambini e di altri orfani sopravvissuti alla guerra. Quasi tutte hanno avuto le loro case distrutte, i loro beni rubati ed hanno dovuto ricominciare la loro vita da zero. Si sono ritrovate a far fronte al problema di dove alloggiare, di cosa mangiare e spesso a complicazioni sanitarie derivanti da atti di violenza subiti, a gestire da sole l’educazione dei propri figli compreso il carico dei costi per l’istruzione. Tra di esse ci sono anche molte donne anziane sopravvissute a cui sono stati uccisi i propri figli e tutti i parenti e si ritrovano senza alcun sostegno affettivo né finanziario. 

Affianco ai problemi di sopravvivenza quotidiana tutte queste vedove del genocidio hanno in comune il profondo trauma dovuto alle terribili esperienze della guerra, alle condizioni atroci in cui i loro figli, i loro mariti, i loro fratelli sono stati uccisi ed alle profonde umiliazioni fisiche e psichiche che hanno dovuto subire. 

In Rwanda la violenza sistematica, lo stupro, è stato un’arma di guerra utilizzato contro le donne, contro le loro famiglie, contro il loro onore ed il loro futuro. Tale arma era destinata ad umiliare e degradare la vittima. Alcune donne sono state prese e portate nei campi dei rifugiati fuori dal paese come bottino di guerra. 

Numerose sono state le gravidanze generate dagli atti di violenza alle quali sono susseguiti aborti traumatici o abbandono dei neonati, le conseguenze sullo stato di salute fisico e psicologico delle donne vittime della violenza della guerra sono difficili da descrivere. 

Inoltre, nella società rwandese tradizionale, la coscienza comunitaria, il sostegno reciproco e la solidarietà permettevano l’integrazione e l’accoglienza delle persone vulnerabili. Dopo il genocidio la società rwandese è in completa ristrutturazione, istituzioni come la famiglia ed il gruppo parentale più allargato sono in completa trasformazione: la maggior parte delle famiglie sono diventate monoparentali e molto spesso ci sono donne sole come capofamiglia. 

I Rifugiati 

La crisi rwandese ha provocato uno dei più grandi esodi della storia dell’umanità. Una enorme quantità di popolazione si è spostata sia all’interno che verso l’esterno del paese. Nel mese di ottobre 1994 si stimavano circa 1.800.000 di persone rifugiate nei paesi limitrofi ed il 50% della popolazione era sfollata all’interno del paese, prima della guerra il Rwanda contava 7.750.000 abitanti. Tra i rifugiati numerose erano le donne, giovani ed anziane e numerosi bambini orfani o separati dalle loro famiglie. Sono indescrivibili le difficoltà alle quali si sono dovute confrontare, vivendo lontano dalla propria casa, in continua tensione nell’impossibilità di rientrare nel proprio paese e con tutte le difficoltà sociali e psicologiche legate al cambiamento del modo di vita in un ambiente straniero e spesso ostile. Quando finalmente sono potute ritornare in patria, dopo circa tre anni di esilio, spesso hanno avuto difficoltà a riappropriarsi dei loro spazi esistenziali, dei loro beni ed a ritrovare i loro affetti. 

Il ruolo del movimento associativo delle donne nel processo di ricostruzione del paese. 

Come è già stato detto le donne in Rwanda sono attualmente in numero maggioritario all’interno della popolazione e sono chiamate a giocare un ruolo importante nel processo di ricostruzione e dello sviluppo futuro del paese. In Rwanda le infrastrutture, i valori morali ed il sistema produttivo sono stati in gran parte distrutti nel corso del genocidio. Numerosi gruppi di donne, spinte dal sentimento di solidarietà, dal sostegno reciproco, si sono organizzate in associazioni con l’obiettivo di migliorare le loro condizioni di vita e di contribuire alla ricostruzione del tessuto sociale e produttivo del loro paese. Le donne delle associazioni raccontano che quando le attività ripresero a Kigali iniziarono ad incontrarsi, ognuna aveva perduto i propri parenti, il marito, i figli; il fatto di ritrovarsi insieme le aiutava a comunicare il proprio dolore, fu così che cominciarono ad organizzarsi. Il fatto di condividere le esperienze, di dirsi tutto quello che sentivano di dire aumentò la loro coesione ed insieme cominciarono a fare dei progetti. 

Il lavoro di questi gruppi d’incontro tra donne si è poi concretizzato attraverso l’istituzione delle associazioni che iniziavano a realizzare progetti di aiuto umanitario in favore delle donne più bisognose, attualmente hanno acquisito competenze tali da realizzare veri e propri progetti di sviluppo. 

Le problematiche delle donne vittime della guerra era poco conosciute prima dell’esistenza delle associazioni femminili, oggi le autorità governative e della pubblica amministrazione, le organizzazioni internazionali e le ONG sono informati sui problemi ed i bisogni delle donne rwandesi sopravvissute alla terribile esperienza della guerra e adeguano i progetti umanitari e di sviluppo alle richieste del movimento associativo. Molti articoli della legge sul diritto di famiglia in Rwanda sono cambiati grazie alle pressioni delle associazioni femminili, in particolare quelli riguardanti il diritto all’eredità che precedentemente penalizzava le donne. 

La Cooperazione Italiana ha assecondato il dinamismo delle donne lavorando in stretto contatto con le associazioni femminili fornendo assistenza tecnica e sostegno finanziario per la realizzazione di microprogetti finalizzati ad attività di reddito ed ha promosso programmi sanitari per la presa in carico delle problematiche di salute legate alla violenza.

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Le donne e la povertà nel Perú
DIANA MILOSLAVICH

L’ultimo decennio il Perú è stato segnato da una guerra interna che ha dato il via ad un periodo di violenza politica nel paese ed ad un impoverimento dei ceti indigenti che sono poi la maggioranza della popolazione. 

Ciò si è avuto come conseguenza di una politica economica che ha privilegiato la crescita economica di una minoranza benestante del paese. 

Dai dati raccolti dagli studi fatti dall’UNICEF, dalla Banca Mondiale e dal rapporto del Controllo Cittadino, dati elaborati da organizzazioni della società civile, si ha questa situazione: 

nel 1985 la povertà del paese era al 41,6% e alla fine del decennio è del 50,3%. Il livello di povertà nel paese è più alto che in Rwanda, Etiopia e Brasile. In questi paesi la percentuale di popolazione che vive con meno di un dollaro è del 45,7% in Ruanda, del 33,8% in Etiopia e del 28,7% in Brasile; in Perú è del 49,4%. 

Secondo i dati forniti dall’UNICEF le donne povere in Perú raggiungono quota 12.059.000 di cui il 18% in stato di estrema gravità; il 23% delle donne povere non ha nessun livello educativo e solo il 42% ha fatto le elementari. 

Della popolazione femminile economicamente attiva un 37% è occupata nel commercio, ristoranti e alberghi, il 27% nell’agricoltura. Le donne povere sono per il 44% occupate in agricoltura, il 30% nel commercio e l’11% nell’industria manifatturiera. 

Mi rendo conto della noiosità della lettura dei dati ma è indispensabile che, per dare solo un’idea a quale livello di gravità è la situazione della povertà nel mio paese, ve ne fornisca altri: del totale di ragazze tra 15 e 19 anni il 13% sono già madri o in procinto di diventarlo. Di queste solo il 2,5% ha un livello di istruzione superiore. La percentuale più alta di analfabetismo è riferita alle donne. Da ciò deriva l’esigenza che nell’impegno per lo sviluppo si deve tenere particolarmente conto dei bambini, dell’alta mortalità neonatale ed infantile della malnutrizione dei minori di cinque anni, dell’accesso ai servizi sanitari, dell’alfabetizzazione e del risanamento ambientale. 

Il vertice mondiale sullo sviluppo sociale e la Conferenza Mondiale della Donna, svoltesi rispettivamente in Danimarca e a Bijing, hanno impegnato i governi del mondo in un programma ambizioso per combattere la povertà e la discriminazione della donna; ciò nella convinzione che ci sono risorse sufficienti nel pianeta perché tutti abbiano una vita dignitosa. 

Una recente indagine presentata al Congresso della repubblica segnala che metà delle vittime della povertà non arriva ai 14 anni, quindi si richiede di modificare urgentemente il Bilancio preventivo nazionale. Di recente creazione è il Ministero della Donna, Promudeh, ma ad esso il bilancio assegna meno dell’uno per cento e di questo la metà viene destinato per la distribuzione di alimenti. 

Voglio segnalare che le donne per mezzo di un sistema ampio di mense popolari hanno cercato collettivamente alternative al problema dell’alimentazione con risultati sorprendenti nell’ultimo decennio. Ciò, tuttavia, non riesce a diminuire la povertà. Perciò sono necessarie soluzioni politiche nuove in grado di garantire tutti i membri della società, dando priorità a tutti gli aspetti dello sviluppo: crescita, parità tra uomo e donna, giustizia sociale, conservazione e protezione dell’ambiente, solidarietà, partecipazione, pace e rispetto dei diritti umani. Questa piattaforma compie cinque anni e segnala che la miseria è cresciuta sia in termini relativi che assoluti, le donne povere sono aumentate di numero in tutte le regioni e ancora di più nelle zone rurali e isolate. Per tutto ciò si chiede che il governo aumenti il preventivo destinato alle donne. 

La riforma dello stato deve comprendere il decentramento fiscale come momento di equità e democrazia, dando la possibilità ai governi locali di ampliare la propria autonomia fiscale e acquisire così un ruolo importante per il lavoro e lo sradicamento della povertà. Programmi che dovranno essere fatti in sintonia con le organizzazioni femminili. Sono queste le condizioni necessarie affinché ci si possano dare delle mete a medio termine volte a combattere la povertà. 

Là dove, come in Colombia, Argentina e Cile, i comuni hanno coinvolto le organizzazioni sociali e delle donne nella esecuzione delle politiche sociali, si sono avuti eccellenti risultati. 

Un fatto molto positivo sono state per noi le recenti elezioni amministrative dove le donne da una presenza che le vedeva all’incirca al 2%, sono passate, con il sistema delle quote, al 25% nelle municipali e al 20% nelle provinciali. Molte delle nuove consigliere sono state elette con il sostegno vincolante delle organizzazioni sociali delle donne.

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Francia: povere ma ricche!
NATHALIE GALESNE

Sopravvivere 

Sette anni or sono uscì in Francia il saggio di una scrittrice Viviane Forrester intitolato L'horreur économique. Fu come un grande sasso lanciato nello stagno della indifferenza. Il libro denunciava il marasma economico che inghiottisce ogni anno sempre più uomini e donne nella povertà e nella perdita della propria dignità. L’autrice gridava, denunciava, chiedeva con forza che fosse rivisitata sotto ogni aspetto la nostra rappresentazione del sociale. Benché non fosse una esperta di economia, non esitava a proporre nuove chiavi di lettura per capire e smitizzare una società che sforna ad un ritmo accelerato così tanta miseria. Il libro ebbe un enorme successo e rimane ancora oggi un riferimento. Alcuni anni prima il film di Agnès Varda «Senza tetto» aveva scosso e commosso il pubblico. Parlava della solitudine e della povertà di una giovane donna che vaga per le strade e finisce per lasciarsi morire di freddo. 



Storia di tante storie di ordinaria barbarie 

Le donne come nei tempi di guerra sono colpite in modo particolare da questa altra forma di guerra che è la povertà. La povertà delle donne è la storia di tante storie di ordinaria barbarie. Innanzitutto sono loro a dover gestire la mancanza di mezzi economici all’interno della famiglia. Come dar da mangiare, vestire, curare, educare con nulla? 

Crisi economica, crisi coniugali, rotture… In Francia il numero delle famiglie monoparentali è in sensibile crescita. Sono le donne che rimangono da sole a crescere i figli. E quando la famiglia non si è an-cora divisa, sono spesso vittime di inenarrabili violenze coniugali. Se non si sente mai parlare di uomini molestati da mogli, se hanno perso il lavoro e i propri riferimenti, niente di più banale è invece sentire il contrario. Piaga silenziosa in uno dei paesi più ricchi del mondo, la violenza coniugale rimane in Francia un fenomeno sotterraneo fatto da tanti drammi, ognuno diverso dall’altro ma con lo stesso scenario: sevizie corporee, torture morali, molestie sessuali, ricatti di ogni genere. 

Il coraggio delle madri 

È a Roma che stranamente le ho incontrate prima ancora di fare conoscenza con alcune di loro. È tarda serata, sbrigo due cose in cucina e ne approfitto per guardare un po’ di France 2. Parlano di loro, dei figli, dei trucchi che usano per crescerli senza fargli troppo pesare la povertà. 

Mi siedo e ascolto. Ascolto Hélène, Annie e le altre. Rimaste sole dopo una rottura che le ha sommerse in una vera e propria regressione sociale. Campano alla giornata. Parrucchiere, ristorante, vacanze, cinema sono «lussi» ormai remoti. La spesa si fa nei supermercati di prodotti senza marca o si mangia con gli aiuti alimentari: «quando si è poveri non esiste il diritto di scegliere» spiega Annie. Il documentario intitolato «Le courage des mères» (Il coraggio delle madri) è stato girato nelle regioni nord (Roubaix), centro (Blois et Loire et Cher) e sud (La Seyne sur mer) della Francia da Marie-Pierre Rimbault. È Jean Jacques Beineix, il regista di Diva e di 37°2, ad averlo prodotto. Il film rende un omaggio a tutte le donne che si ritrovano sole a gestire figli e quotidianità. Evita il pietismo evidenziando come nella loro povertà le donne sono capaci di generosità e inventiva. 

Nella scuola dei suoi figli, Hélène fa parte di un’associazione di genitori che cerca di identificare situazioni di estrema povertà. «Bisogna mettere insieme i bambini che hanno fame», racconta, «aiu-tare i loro genitori a gestire la miseria». Per Nadget e Yvonne, impegnate da anni nelle loro rispettive associazioni «Femmes dans la cité» e «Femmes ensembles», bisogna andare oltre la gestione della miseria. Non accontentarsi più di gestirla, ma superarla aiutando le altre donne ferite, disfatte, disperate a ricostruirsi un’identità, a conquistare una vita autonoma, un’esistenza sociale. 

«Donne nella città» 

Nadget Ben Zora è algerina, vive a Seyne-sur-mer nel sud della Francia. La chiusura dei cantieri navali ha lasciato il 30% della popolazione attiva (fra cui molti immigrati) disoccupata provocando tante piccole tragedie familiari. «Il miglioramento della città passa attraverso le donne», racconta Nadget che ha deciso di reagire contro la delinquenza giovanile e la violenza coniugale creando con la sua associazione un luogo di scambio per le donne: sartoria, corsi di alfabetizzazione, ristorante autogestito dalle donne del quartiere che cucinano a turno piatti del proprio paese. Ecco le iniziative concrete delle «Donne nella città». Iniziative che hanno permesso a molte di rompere l’isolamento, ma soprattutto di uscire dalla violenza coniugale e impegnarsi nell’educazione dei propri figli. «Nelle culture mediterranee e africane, bisogna avere tanto coraggio per lasciare il proprio marito» spiega Nadget in compagnia di Véronique, una giovane madre africana, impegnata a confezionare, con tante piccole banane verdi, un piatto per il ristorante autogestito. Ha lasciato da poco un marito che la maltrattava. 

L’alfabetizzazione e le altre attività hanno di fatto permesso a queste donne di condividere nello stesso quartiere l’educazione dei figli. 

«Femmes ensembles»: una giornata particolare 

Nella città di Blois (Loir et Cher), circa duecento chilometri da Parigi, il paesaggio umano è diverso. La maggior parte delle donne che si rivolgono a «Femmes ensembles» sono francesi, solo una cinquantina di straniere frequentano l’asso-ciazione. È nel mondo rurale ma anche nella ZUP, (Zona Urbana Prioritaria) di Blois che l’associazione opera. Esiste dal ‘94, grazie alla tenacia e alla passione della sua presidente, Yvonne Bernardeau-Métais. Anche lei ha avuto una passato fatto di violenze nascoste finché ha deciso di portare alla luce la propria storia. Poco dopo la rottura con suo marito e un lungo momento di smarrimento, accetta la sfida che le lancia un’altra donna, Dominique Daures, responsabile dei diritti delle donne presso la regione: creare un’associazione che permetta alle donne di rompere la disperazione estrema in cui si trovano quando decidono di lasciare l’uomo che le martirizza. Oggi, con un servizio telefonico aperto 24 ore su 24 e una serie di iniziative, dalle più immediate a quelle di lungo respiro, «Femmes ensembles» aiuta circa 700 donne l’anno. «Bisogna ridare a queste donne svuotate una colonna vertebrale», mi spiega Yvonne subito dopo le presentazioni alla stazione di Blois. L’ho subito riconosciuta, ha la stessa pettinatura, un po’ desueta, che aveva nel documentario - è lei che ha guidato l’équipe del film sulle strade del Loir et Cher- ma soprattutto ha lo stesso modo di parlare, di miscelare eleganza, semplicità, forza di convinzione. È accompagnata da un’altra donna eccezionale, Paulette Nezou, segretaria dell’associazione. 

Al n°4 di Rue Lapérouse nella ZUP i locali di «Femmes ensemble» si presentano come un luogo di grande convivia­lità. Accogliere, ascoltare, informare, aiutare le donne nelle peripezie della separazione o semplicemente nei momenti di crisi. Orientarle verso i servizi competenti, creare altre reti di contatto al di fuori dall’associazione. Ecco i principali obiettivi di «Femmes ensembles». 

E l’aiuto è del tutto concreto. «Siamo polivalenti», spiega Yvonne che si occupa personalmente della permanenza al locale circondata da numerose volontarie, «scriviamo lettere amministrative per le donne che ne hanno bisogno, interveniamo a qualsiasi ora se sono in pericolo, le accompagnamo insieme ai bambini durante le visite al padre quando c’è da evitare con-flitti, le orientiamo verso gli organismi giusti. Insomma siamo presenti in questo no man’s land della transizione, fra il momento della rottura e quello della normalizzazione». 

Ma a «Femmes ensembles» non ci sono sole donne con problemi coniugali, perdita del posto di lavoro o difficoltà ad integrarsi nella regione, a volte le donne vengono solo perché attraversano un periodo critico e l’associazione offre tante possibilità per ritrovare un po’ di vitalità. Dalle manifestazioni culturali ai gruppi di colloquio con la psicologa fino alla recente formazione di primo soccorso e alle giornate con la socio-estetica che insegna alle donne, che si sono lasciate andare nell’aspetto, ad occuparsi di nuovo del proprio corpo. Dagli atelier teatrali a quelli di alfabetizzazione, ciascuna dà e prende a seconda del proprio percorso. In cinque anni, con una forza di innovazione che va al di là del tradizionale mo-dello umanitario, «Femmes ensembles» ha saputo costruire un partenariato allargato. Riceve ovviamente l’aiuto delle diverse istituzioni locali e dello stato, ma anche di grandi amministrazioni come France Télécom o il canale televisivo France 2. Con «Les Nouvelles Républi-caines», il quotidiano regionale e la sua giornalista Sandrine Satti, è nato un vero partenariato culturale che si è costruito con gli anni. Sandrine segue i vari passi dell’associazione, la sua crescita, le sue iniziative e organizza, ogni mese, un di-battito pubblicato sul giornale «Paroles de femmes» attorno a un tema scelto dalle donne di «Femmes ensembles». 

Non si esce indenne da una giornata passata con Yvonne e le «sue donne». 

Dallo squisito pranzo diviso insieme nei locali dell’associazione al ritorno alla stazione di Blois, non abbiamo smesso di parlare, scambiare esperienze, infor-mazioni e idee. 

Ci salutiamo commosse… Sappiamo che ci rivedremo.
 

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Donne e povertà in Italia
CHIARA SARACENO

Il rischio, e ancor più l’esperienza, della povertà per le donne è fortemente intrecciato alla loro appartenenza di genere: al loro essere, appunto, donne, con tutto quello che ciò significa in termini di divisione del lavoro nella famiglia, di sistema di aspettative, di forme di discriminazione. In particolare le responsabilità familiari loro attribuite giocano un ruolo specifico nell’esporre le donne al rischio di povertà. Se, infatti, lo squilibrio tra reddito disponibile e bisogni familiari può riguardare sia gli uomini che le donne, queste ultime, a motivo delle responsabilità di cura familiare loro attribuite, da cui dipende la stessa capacità degli uomini di presentarsi sul mercato del lavoro, hanno possibilità più limitate di presentarsi sul mercato del lavoro, quindi di avere accesso ad un reddito autonomo adeguato. Allo stesso tempo, sono più esposte al rischio di impoverimento derivante dalla fine di un matrimonio. In altri termini, è la responsabilità - effettiva o anche solo attesa - per il lavoro di cura, quindi la dipendenza dei componenti della famiglia e talvolta anche della parentela dal lavoro familiare delle donne, che vincola la capacità di queste ultime di produrre reddito; senza per altro, oggi ancor più di un tempo, costituire di per se stessa una garanzia di accesso ad altre forme di reddito: reddito del marito o trasferimenti pubblici. 

È questo legame tra dipendenza dal lavoro di cura delle donne e loro ridotta capacità economica a spiegare la cosiddetta femminilizzazione della povertà nelle società sviluppate contemporanee a seguito di due fenomeni distinti: l’invecchiamento della popolazione (e il divario nelle speranze di vita di uomini e donne) e la fragilizzazione dell’istituto del matrimonio. Le donne povere, infatti, sono in larga misura donne anziane, specie grandi anziane, e madri sole con figli a carico. Questo processo in Italia assume caratteristiche insieme meno visibilmente drammatiche e più striscianti a motivo del modo specifico in cui si combinano modello di partecipazione al mercato del lavoro, modello di welfare, modalità di funzionamento della famiglia. 

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, sebbene la partecipazione femminile sia fortemente aumentata nel corso degli ultimi 20 anni, essa continua ad essere inferiore alla media europea (37% rispetto al 46,2% europeo); in particolare lo stato di coniugata e la presenza di figli continuano a costituire un forte elemento di deterrenza, anche se in modo più attenuato nelle coorti più giovani e tra le donne più istruite. Nonostante, a differenza che in altri paesi, si tratti di una partecipazione che, almeno nel mercato del lavoro ufficiale, è prevalentemente a tempo pieno, essa si scontra con elevati tassi di segregazione occupazionale e di discriminazione vera e propria. 

Questi due fenomeni sono all’origine dei forti differenziali di remunerazione tra donne e uomini (in media c’è uno scarto del 20% che può salire fino al 35% in taluni settori). Tale differenziale è più alto per le donne sposate che non per quelle sole, segnalando che le prime sono maggiormente disponibili delle seconde ad accettare un lavoro, e una remunerazione, al di sotto della loro qualifica: vuoi perché hanno un carico di lavoro familiare più alto, vuoi perché il loro reddito è percepito come un «secondo» reddito, con tutte le conseguenze che ciò comporta in termini di rischio di povertà in caso di fine del matrimonio o di sopravvenuta incapacità del marito a procurare un reddito adeguato. Infine vi è una forte concentrazione di donne nel mercato del lavoro irregolare e informale. Esso certamente può offrire delle convenienze, in termini di orari e fiscali. Tuttavia, oltre a non fornire alcuna protezione di tipo previdenziale (preparando ad una vecchiaia di povertà in assenza di altri redditi o in presenza solo di una pensione di reversibilità bassa), nasconde anche situazioni di forte de-qualificazione e sotto-remunerazione. Ricerche effettuate in Italia sui cosiddetti working poor hanno indicato una forte concentrazione di queste figure nel Mezzogiorno, tra i lavoratori manuali e tra le donne, la cui incidenza nei lavori sotto-pagati è doppia di quella degli uomini. 

Con tassi sia di attività che di occupazione relativamente bassi, le donne italiane tuttavia sono sovrarappresentate tra i disoccupati, con un tasso doppio di quello maschile (17,2% rispetto al 9,6%), superando il 60% tra le giovani donne meridionali. 

Data questa situazione di scarsa partecipazione al mercato del lavoro ufficiale, minore remunerazione, maggiore precarietà dei rapporti di lavoro, quindi anche rapporto individuale più debole con le forme di protezione sociale che in Italia, ancor più che in altri paesi, sono ancora legate alla posizione nel mercato del lavoro, una quota consistente di donne in Italia non ha risorse adeguate per costituire un ménage autonomo, e quando si trova a doverlo fare è esposta a rischi di povertà assoluta o relativa. 

Una recente indagine nazionale sul fenomeno della separazione coniugale ha mostrato come per il 41% delle donne separate e dei loro bambini la situazione economica sia peggiorata a seguito della separazione. Sono le donne che durante il matrimonio erano in condizioni economiche più vantaggiose a sperimentare maggiormente un peggioramento, dato che la perdita di accesso al reddito del marito, unita al differenziale salariale di genere, ne riduce più o meno fortemente le disponibilità economiche. 

Ma sono le donne che provengono dai matrimoni più poveri a sperimentare periodi più o meno lunghi di povertà assoluta. Ciò vale in particolare per coloro che sono arrivate alla separazione da casalinghe, o lavoratrice precarie, o disoccupate. 

Viceversa, il rischio di impoverimento, anche solo relativo, è più basso, ancorché consistente (35%) per le donne che al momento della separazione avevano un lavoro regolare. 

Per altro, per molte donne sposate la posizione nel mercato del lavoro non offre risorse economiche sufficienti per negoziare una diversa divisione del lavoro in famiglia e talvolta persino per far valere i vantaggi di una loro partecipazione al mercato del lavoro ufficiale: perché la bassa remunerazione non offre un trade-off abbastanza vantaggioso rispetto alla perdita dei benefici fiscali o di sicurezza sociale legati al reddito familiare o rispetto ai costi aggiuntivi di produzione del reddito, anche in termini di riduzione del lavoro familiare (gratuito). Allo stesso tempo, la ridotta partecipazione al mercato del lavoro in parte spiega la maggiore «stabilità» del matrimonio in Italia rispetto ad altri paesi sviluppati: le donne hanno minori risorse economiche per uscire da un matrimonio in cui non stanno più bene. 

Non è un caso che separazioni e divorzi siano più frequenti nelle regioni e tra i ceti in cui più alto è il tasso di occupazione femminile: l’autonomia economica allarga il raggio delle libertà e delle opzioni e rende più sostenibile anche la perdita dell’accesso al reddito del marito. 

Queste difficoltà si combinano con un modello di welfare che è fortemente orientato dal principio di sussidiarietà rispetto alla famiglia, in particolare per quanto attiene alla offerta di servizi alla persona. Se si eccettua l’offerta di servizi per i bambini tra i 3 e i 6 anni, che copre l’80% dei bambini, la cura dei bambini piccoli, delle persone con handicap, degli anziani non autosufficienti e così via, è lasciata in larghissima misura alle famiglie: cioè al lavoro familiare femminile, pur all’interno di forti differenze regionali che si sovrappongono, accentuandole, a quelle del mercato del lavoro. 

Alla luce di tutto ciò non sorprende che la povertà in Italia non solo sia concentrata nel Mezzogiorno, ma riguardi prevalentemente tre tipi di famiglie e di donne in esse: le famiglie numerose (con tre o più figli) e un solo percettore di reddito, le famiglie con un solo genitore (la madre), le famiglie di una sola persona anziana, per lo più donna. 

Nel primo caso la difficoltà, e i costi, a presentarsi sul mercato del lavoro per le donne, unite al carico di lavoro familiare, non consentono loro di integrare un reddito del marito inadeguato rispetto ai bisogni familiari; nel secondo caso si combinano i costi della divisione del lavoro nel matrimonio con la discriminazione nel mercato del lavoro e la difficoltà ad agire contemporaneamente come pressoché unica, o principale, procacciatrice di reddito e fornitrice di cura. 

Nel caso delle anziane, infine, esse «raccolgono i frutti» dell’aver investito nella famiglia, e perciò di essere rimaste fuori, o solo marginalmente dentro, il mercato del lavoro.

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Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo