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CENTRO DI DOCUMENTAZIONE

 
 
 

Marcia della Pace 2003

 
 

POLITICHE SOCIALI


Energia solare, faro dell’umanità
Di Luciana Castellina


Da decenni si susseguono conferenze internazionali e vertici governativi mondiali che prendono in esame la salute del nostro pianeta. Puntualmente ne escono referti allarmanti:la Terra rischia mutamenti apocalittici destinati a distruggere animali umani e non umani, così come una gran varietà di piante; a inghiottire paesi interi per effetto dello scioglimento delle calotte polari che innalzeranno il livello dei mari; a rendere deserto suoli dove oggi ancora si semina;a sconvolgere i cicli climatici, producendo uragani e afe soffocanti. E’ noto, è tutto noto, anzi arcinoto. Eppure dopo qualche giorno di grandi titoli sui quotidiani, e l’annuncio che verranno prese misure molto serie per impedire la catastrofe annunciata, governanti e governati riprendono a vivere come prima senza che alcun provvedimento di qualche importanza sia emanato. La sproporzione fra la gravità della prospettiva e la reazione suscitata non potrebbe essere più grande. E quando qualcuno insiste ricordando che si potrebbero fare molte cose per scongiurare le minacce viene risposto che sì, forse si potrebbe, ma costa troppo caro, le leggi del mercato non lo consentono.
Insomma: meglio morire perché vivere costa troppo. Meglio far morire la vita sul pianeta che toccare le leggi del mercato. Non c’è male come filosofia.
Questo ragionamento si applica puntualmente alle energie rinnovabili, che pure – ove sostituissero quelle di origine fossile ( carbone, petrolio ) – potrebbero salvarci dalle emissioni mortali. Lo sviluppo della tecnologia consentirebbe già oggi uno sfruttamento su larga scala non solo dell’energia idrica (mentre invece le piccole centrali tradizionali disseminate su molti territori vengono abbandonate) ma anche e sopratutto dell’energia solare, che può essere raccolta dai pannelli fotovoltaici e immessa in rete, o di quella solare termica ( per scaldare l’acqua), così come di quella eolica cui potrebbero aggiungersi quella derivata dalla pressione delle maree e quella ricavata dalle biomasse.
Una vera svolta in questo senso tuttavia non si fa non solo per via dei costi che sarebbero troppo elevati rispetto a quelli del combustibili tradizionali, ma anche perché le grandi società che detengono il quasi monopolio sulle forniture energetiche frappongono tutti i possibili ostacoli alla diffusione dell’energia solare: il sole, come si sa, non è privatizzabile, e dunque non è allettante per chi cerca profitto.
Il potere delle grandi società che estraggono petrolio e lo distribuiscono è così grande che esse sono riuscite a imporre il loro punto di vista e a far sì che la gente creda che davvero non esistono alternative se non quella di rinunciare all’energia. Purtroppo sono riuscite a condizionare anche molti settori del movimento ecologista che ha così finito per non fare della questione energia il centro della propria battaglia, come sarebbe invece necessario. E così mentre le Conferenze si succedono, stabilendo obiettivi di contenimento delle emissioni che vengono regolarmente disattesi,le emissioni sono aumentate solo nell’ultimo decennio del 30 %. ( Del resto anche se il famoso protocollo di Kyoto fosse stato applicato, il risultato che si sarebbe raggiunto nel 2012 sarebbe stato solo di non superare il già pericoloso livello del 1990. Ma comunque non si otterrà nemmeno quello perché i traguardi stabiliti non sono stati rispettati).
La questione dei costi è comunque totalmente mistificata. Si tratta infatti di stabilire come essi vengono contabilizzati. Mai, nel calcolo, vengono infatti immessi tutti gli elementi della somma, innanzitutto quello determinato dalla lunghezza della catena di rifornimento, attraverso la quale il combustibile deve esser trasportato. Vale per il nostro mondo ( petroliere, oleodotti, ecc.) ma in particolare per le zone rurali del terzo mondo, dove peraltro vive la maggioranza della popolazione mondiale e che sono prive di qualsiasi allacciamento alla rete elettrica. E’ evidente che far arrivare ovunque i cavi, costruendo per km e km la rete, è infinitamente più dispendioso che installare un pannello fotovoltaico sul tetto della casa, o un impianto eolico o, ancora, usare la biomassa. Ma proprio questa possibilità di decentrare la produzione energetica è quanto non piace alle grandi società: perché renderebbe la gente autonoma, libera dal potere del fornitore di energia che oggi, nelle nostre società, è enorme. Quanto quello di chi ha il controllo delle telecomunicazioni. E non è un caso che i due poteri tendano sempre più a convergere, come risulta dalle fusioni societari dell’ultimo decennio che vedono l’unificazione delle grandi società energetiche con quelle da cui dipendono i media, perché oramai la comunicazione corre lungo gli stessi vettori lungo cui corre l’energia. E così abbiamo avuto l’unificazione fra Westinghouse e Aol; General Electric e NBC in America; di General des Euax e Canal plus che hanno dato vita a Vivendi in Francia; in Italia è l’Enel che ha dato vita a Wind.
Prendiamo un altro esempio: quello del petrolio. Costa davvero meno? Forse sì se non calcoliamo l’immensa spesa militare erogata da chi vuole mantenere il controllo sulle regioni dove sorgono i pozzi. Tutte le guerre combattute in questo ultimo mezzo secolo hanno avuto proprio questa motivazione: la più recente, quella in Irak, è lì a dimostrarlo. Peggio ancora se calcoliamo il costo di tutte le basi militari che gli Stati Uniti sono andati costituendo nei paesi centroasiatici attraversati dagli oleodotti. L’ ormai accelerato e inesorabile processo di esaurimento del greggio è destinato a rendere i conflitti ancora più frequenti e più sanguinosi. E dunque, inesorabilmente, a moltiplicare i costi.
E ancora: l’uso delle biomasse, vale a dire di quei prodotti agricoli atti a produrre energia, potrebbe ridare una funzione centrale all’agricoltura, ormai marginalizzata e sempre meno capace di offrire occupazione. Quale è il costo delle sovvenzioni che oggi sono necessarie ( si pensi alla spesa in questo settore dell’Unione Europea) per sostenere il livello dei prezzi di prodotti ormai esuberanti e perciò non più remunerativi? Una generalizzata riconversione che assumesse la produzione dell’energia come programma potrebbe consentire uno straordinario rilancio dell’agricoltura.
Non si tratta di utopie: sebbene una generale transizione alle nuove fonti energetiche non sia stata compiuta in nessuna parte del mondo è però vero che in alcuni paesi, dove più alta è la sensibilità ecologista e più attento è stato il movimento, grandi passi in avanti sono stati compiuti:in Germania, per esempio, dove è installato il 40% degli impianti eolici del mondo, e il 60 % di quelli fotovoltaici; in Brasile, dove è ormai diffuso l’etanolo, il combustibile tratto dalle piante.
La questione energetica è uno dei grandi problemi della nostra epoca, alla pari con quello dell’acqua. C’è un dovere di redistribuzione delle risorse e un dovere di innovazione tecnologica per consentire a tutti di poterne godere. Non è un problema tecnico, ma sociale e politico. La signora Tatcher, che ha sempre avuto il pregio di dire con schiettezza quello che pensava, ebbe ad affermare anni fa che non ci si doveva preoccupare troppo del buco nell’ozono che le emissioni dei frigoriferi producevano: bastava impedire che anche tutti questi neri e questi gialli pretendessero di avere, anche loro, un frigorifero. Certo: si potrebbe impedire a un miliardo e 600 milioni di cinesi di andare in automobile, o agli indiani di creare nuove fabbriche. In questo modo potremmo far durare un po’ di più le risorse scarse e in via di esaurimento e tenercele tutte per noi. Evitando così anche l’aumento del guasto. Si potrebbe, insomma, dar vita ad una nuova apartheid. Per ottenerlo, però, dovremmo forse gettare la bomba atomica in Asia, in America Latina e eliminare gli abitanti dell’Africa sì da trasformare quel continente in un grande bosco privo di presenza umana, sì da usufruire dell’ossigeno che genererebbe.
Sembrano paradossi, ma non lo sono:potrebbe essere lo scenario prossimo venturo se non si sceglierà con coraggio un’alternativa radicale. Per l’energia, cominciando la transizione all’era solare.
 


Piccole economie crescono: il commercio equo e solidale.
di Deborah Lucchetti – ROBA dell’Altro Mondo


Gli effetti negativi della globalizzazione si accaniscono sulle fasce deboli
dell’umanità producendo una crescita esponenziale di squilibri nell’accesso alle risorse e ai diritti in tutto il pianeta.
A farne le spese sono notoriamente i paesi del sud del mondo e tutti i sud presenti anche negli opulenti paesi occidentali. È forse meno noto che anche all’interno dei poveri e dei diseredati esistono delle classifiche e che l’ultimo posto è occupato dalle donne.
Pur in presenza di una forte affermazione nei documenti ufficiali dei meeting
internazionali del ruolo chiave delle donne per lo sviluppo sostenibile del pianeta ci troviamo di fronte ad una realtà opposta: le donne pagano il prezzo più alto di politiche generali che non decidono e che neanche riconoscono la necessità di un approccio di genere allo sviluppo sociale ed economico.
Guardiamo alcuni dati per capire l’entità del problema. Il lavoro domestico non pagato delle donne è stimato tra il 10% e il 35% del PIL mondiale, equivalente a 11.000 miliardi di dollari. Su 3 milioni di persone che ogni anno muoiono di inquinamento,2 milioni muoiono per inquinamento domestico: l’80% sono donne. Ogni anno nei paesi in via di sviluppo muoiono 600.000 donne per complicazioni legate alla gravidanza
e al parto; 80 milioni di gravidanze sono indesiderate o non pianificate e le donne non hanno il controllo della propria sessualità e della riproduzione. Il 70% dei poveri nel mondo è costituito da donne e la povertà estrema, collegata alla discriminazione di genere, è anche la causa collegata alla morte di milioni di donne e bambine ogni anno.
Sul fronte educativo su 854 milioni di analfabeti adulti, 544 sono donne mentre su un totale di 130 milioni di bambini che non hanno accesso all’istruzione primaria, il 60% sono femmine.
Contemporaneamente le contadine sono responsabili per il 60-80% della produzione di cibo nei PVS, ma esse non hanno diritti sulle terre che lavorano perché donne.Il commercio ingiusto uccide le donne ed il pianeta.
Il commercio internazionale è uno dei pilastri fondamentali della
globalizzazione neo-liberista; come tutte le altre dimensioni dell’economia,
anche il commercio è concepito come un processo neutro, che dovrebbe favorire lo sviluppo del consumo e della produzione a livello globale.
Ogni volta che entra in campo la neutralità, sappiamo che la biodiversità è in pericolo e che le donne sono immediatamente escluse; così il loro ruolo centrale e strategico nella conduzione delle economie dei PVS, nella protezione dell’ambiente e nel lavoro di cura e riproduzione scompare e diventa invisibile.
Il sistema di commercio internazionale è incapace di riconoscere il ruolo chiave delle donne per garantire la sostenibilità della vita sul pianeta ed i negoziatori del WTO persino ignorano che vi sono pesanti differenze tra uomini e donne nell’accesso alle risorse economiche e sociali.
L’accordo per la commercializzazione dei servizi (GATS) sta portando ad una progressiva liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici che
impatta drammaticamente innanzitutto sulla vita delle donne e sulla loro
capacità di preparare e custodire il futuro.
Al centro dei negoziati sono la sanità, l’acqua, la sicurezza alimentare e l’educazione, tutti servizi primari ed essenziali per il lavoro sociale di riproduzione e di cura svolto dalle donne.
Allo stesso modo l’accordo sull’agricoltura (AoA) garantisce gli interessi delle grandi corporations agroalimentari che esportano in tutto il mondo prodotti provenienti da colture intensive, nocive per l’ambiente e per l’uomo, a spese dell’agricoltura sostenibile, dello sviluppo rurale, delle tradizioni locali e delle politiche di protezione sociale che includono la sovranità alimentare nei paesi in via di sviluppo. L’ alternativa delle economie dal basso: il commercio equo e solidale.
Le politiche economiche globali, imposte dagli organismi internazionali a loro
volta condizionati dalle lobbies industriali e finanziarie, minano la possibilità per l’umanità intera di trovare la strada di uno sviluppo e di un benessere possibile e duraturo per tutti e tutte.
Sempre maggiori esperienze di resistenza ed opposizione si fanno strada a piccoli passi, partendo dai bisogni reali della gente, intercettando esigenze concrete ed aspirazioni etiche, connettendo orizzontalmente esperienze del nord e del sud del mondo.
Una di queste, il commercio equo e solidale, nasce proprio dalla brillante intuizione che occorreva spezzare il giogo opprimente di un commercio basato su rapporti di scambio ingiusti che riducevano alla povertà ed all’indebitamento centinaia di milioni di persone nel sud del mondo.
Oggi centinaia di migliaia di artigiani e piccoli produttori nel mondo, in grande maggioranza donne, hanno la possibilità di accedere ai mercati internazionali a condizioni eque.
La corresponsione del prezzo giusto concordato tra produttori ed importatori permette agli artigiani di ricevere remunerazioni dignitose; si offrono opportunità di miglioramento soprattutto ai soggetti più deboli e marginalizzati della società, tra i quali le donne, che costituiscono la maggioranza degli artigiani dei villaggi e delle comunità dei PVS.

Ma ciò che più conta è il sostegno allo sviluppo locale che deriva dal trasferimento di risorse economiche dai consumatori critici del nord ai produttori equi del sud; il surplus di risorse infatti viene investito in servizi sociali come l’assistenza sanitaria, la scuola e le forme di assicurazione e pensione per i lavoratori oppure in progetti di riforestazione e bonifica dell’acqua o ancora di formazione sui diritti.Una sorta di costruzione di stato sociale dal basso, che parte dal protagonismo dei
lavoratori e delle lavoratrici delle comunità, che pongono in proprio le basi per una
società solidale e sostenibile.
L’attenzione sempre più frequente all’uso di materie prime eco-compatibili
unitamente a processi produttivi a basso impatto ambientale, fanno del commercio
equo una alternativa economica reale.
Quasi 300 organizzazioni di base oggi nel mondo praticano il commercio equo
in Africa, America Latina e Asia e milioni di consumatori responsabili ormai
acquistano prodotti etici, condizionando i mercati e le istituzioni che non
possono più ignorare un fenomeno economico e sociale crescente.
E’ una rete di relazioni e di scambi che mette al centro le persone e i valori; una
rete che le donne sanno tessere sapientemente e di cui costituiscono gran parte dei nodi.



FONTI:Agenda 21- Summit di RIO - 1992
Human Development Report - 1995
World Summit on Sustainable Development - 2002
UNDP – Making Global Trade Work for People – 2002
Hemmati e Gardiner – 2001
Oxfam America - 2002
UNHDR – 2002
ROBA
IFAT
 


Francesca Bettio e Paola Villa
Donne del Sud, risorsa per uso europeo


Donne del Sud, speranza per l’Europa. Con il suo mezzo miliardo e più di cittadini L’Europa ha vinto, per ora, la battaglia dei numeri con l’America ma sta ancora lottando per affermare una identità socio-economica distinta e figlia del proprio passato. Sotto la sfida dell’invecchiamento della popolazione il cosiddetto modello sociale europeo mostra crescenti segnali di fragilità laddove un tempo ha prosperato, mentre rimane poco più di un traguardo lontano nei paesi freschi di ingresso. Sicurezze date per acquisite fino a pochi anni fa e ispirate a quell’universalismo che infonde il modello sociale europeo – la pensione pubblica, la sanità per tutti e perfino l’istruzione – sono sotto minaccia; per non parlare dei servizi sociali che in alcuni paesi vengono ridimensionati prima di aver avuto l’opportunità di crescere a sufficienza. I rimedi proposti sono tanti e diversi, ma poggiano tutti sulla speranza di un allargamento della popolazione che lavora di dimensioni sufficienti a generare quelle risorse fiscali che il modello sociale europeo richiede. Ciò significa più immigrati, più anziani, ma soprattutto più donne che lavorano.
Qui entra in scena il Sud. Se rimaniamo nell’ambito della ‘vecchia’ Europa dei 15 vi è un Sud che comprende l’Italia - soprattutto l’Italia meridionale - ma anche la Grecia e la Spagna, dove la quota delle donne occupate è sensibilmente inferiore alla media e dove è quindi maggiore il potenziale di nuova occupazione femminile. Basta qualche numero per rendere la dimensione di questo potenziale. Sul finire degli anni novanta la quota delle donne Italiane fra i 20 e i 49 anni che lavoravano avrebbe dovuto aumentare di circa venti punti per raggiungere la media europea, coinvolgendo nello sforzo soprattutto le regioni meridionali.

Proviamo a dire madri invece che semplicemente donne e il problema diventa chiaro. Si tratta di stimolare l’occupazione delle donne rendendo possibile la conciliazione di figli e lavoro a costi ragionevoli. Per questo, anche se non solo per questo, la Comunità Europea ha fatto delle Pari Opportunità uno dei pilastri delle strategie per lo sviluppo economico europeo nonostante si colga una crescente insofferenza verso le PO in ambiti politici, professionali e fra i giovani.
Se i nobili principi delle Pari Opportunità sono ispirati anche da più terrene esigenze fiscali, è dunque legittimo chiedersi se davvero convenga alle donne e soprattutto alle madri aderire all’appello per una maggiore partecipazione al mercato del lavoro. C’è chi sostiene che Pari Opportunità e ideologia dell’emancipazione intrappolano le donne in quell’ingranaggio più grande di loro che è l’economia di mercato dando loro l’illusione di scegliere e controllare finalmente in prima persona il proprio destino. Forse, ma il fatto che la madre lavori o meno fa oramai differenza non solo per il suo benessere bensì anche per quello dei suoi figli. In Italia come in Europa dobbiamo annoverare fra i nuovi poveri le famiglie con i figli minori e la probabilità che ciò accada è molto maggiore quando la madre non lavora. Nel 2000 più del ventisette percento dei minori nel nostro mezzogiorno viveva in famiglie povere contro poco più del sette percento nel Nord, un divario che la scarsa occupazione delle madri meridionali ha contribuito a tenere alto.
C’è un altro Sud che è destinato a pesare sull’auspicato aumento dell’occupazione femminile in Europa. E’ un Sud economico piuttosto che geografico, cui il ricco Nord sta attingendo per quel lavoro di cura che non è stato sufficientemente ripartito fra i sessi. Sono i nuovi flussi di donne migranti dai paesi dell’Est europeo, dai paesi orientali, dall’America latina, dall’Africa verso l’Italia, la Grecia e la Spagna (ed in generale l’Europa ricca o il Nord-America). E’ un esercito di colf, badanti e baby-sitter che permettono alle donne dei paesi ricchi di continuare a lavorare. Se ne parla in termini un vero e proprio ‘care drain’, un drenaggio di risorse di cura dai paesi poveri a quelli ricchi che l’insuccesso nel coinvolgere gli uomini nel lavoro di cura fa apparire come un trasferimento diretto e potenzialmente iniquo da donna a donna, ricca la prima, povera la seconda.
Ne nasce un paradosso che pone un’ulteriore sfida al modello sociale europeo. Nella più ottimistica delle previsioni è improbabile che il resto dell’Europa riesca a riprodurre il modello Nordico dove l’occupazione femminile è cresciuta di pari passo a quei servizi sociali che permettevano di tenere insieme famiglia e lavoro. Le solite ragioni demografiche e fiscali stanno infatti indebolendo tale modello negli stessi paesi dove si è sviluppato. Perciò una massiccia espansione dell’occupazione delle donne europee non potrà che continuare ad attrarre risorse di cura dalle donne del resto povero del mondo, immettendo anche queste nell’ingranaggio dell’economia di mercato. Il paradosso è che le forme di questa immissione spesso calpestano quegli stessi diritti e principi che il modello sociale europeo vuole difendere per le ‘sue’ donne e per le ‘sue’ famiglie.
L’Europa deve saper raccogliere anche questa sfida. Intanto stiamo imparando che, se l’emancipazione economica delle donne ha i suoi lati oscuri, essa è comunque saldamente al centro degli ingranaggi che muovono l’economia mondiale.
 


“Risorse” tra l’ uso e l’abuso ci corre…la vita
di Lidia Menapace


Quando dico “risorse”, mi viene in mente qualcosa come una sorgente, un sorso che si ripete, immagini di utilità, come una donna che allatta, un cane che protegge, un albero che fa ombra, la stagione che alterna luci e notte: insomma niente di immobile e “oggettivo” come ricchezza e abbondanza dovizia, bensì una offerta che bisogna poter raggiungere acquisire gustare. Non è una etimologia scientifica, però è la sensazione che provo.

Il termine serve infatti per indicare ciò che ci serve a cui possiamo ricorrere e ottenere con qualche impegno. Ma da qualche decennio il significato è stato volto al peggio ed è quasi diventato temibile. Fu quando il M.I.T., l’istituto di Tecnologia del Massachusset, uno dei più prestigiosi luoghi di ricerca degli USA, lanciò il libro “il limite dello sviluppo” nel quale segnalava l’insostenibilità dell’idea di uno sviluppo senza fine, dato che le risorse non solo non sono infinite come si era ritenuto nell’economia classica per alcune di esse (aria acqua terra), ma addirittura “scarse”. un brivido ci colse all’idea che d’improvviso la terra invece che farci spavento con la sua enormità e inesauribilità, fosse di colpo diventata avara e misera, quasi matrigna. In verità le cose non stanno così e il termine usato da quei famosi scienziati non è ingenuo ne innocente e serve per sostenere una dottrina e pratica di rapina e oppressione di vari popoli del sud del mondo.
Il ragionamento era il seguente: le risorse non sono infinite, anzi sono scarse soprattutto perché i popoli del sud sono molto prolifici e non controllano le nascite, sicché se noi continuiamo a fare interventi per la salute, contro la mortalità infantile ecc. ecc. ben presto non saremo in grado di conservare il nostro tenore di vita e livelli di consumo. Poiché ormai la catena demografica non si può più rompere, e programmi di sterilizzazione forzata vengono rifiutati e denunciati, bisogna lasciar fare ai vecchi metodi di controllo delle popolazioni, cioè a malattie mortalità infantile epidemie alluvioni carestie e alle religioni della rassegnazione. In conseguenza di ciò furono tolti gli aiuti medici, le medicine costarono sempre di più (l’AIDS infuria anche perché le medicine costano troppo per i poveri del mondo). La risposta fu una ondata di odio verso il mondo ricco, una inarrestabile marea migratoria e anche scoperta che l’Islam, sul quale si puntava molto per tenere rassegnate le masse in Africa e Asia, non è affatto quella fede passiva e rassegnata che si era sperato.

A parte l’indegnità di tali pratiche, è sbagliato il ragionamento che sostiene il tutto: infatti le risorse non sono infinite, ciò vuol dire che esse sono misurabili, come appunto succede nella vita di ogni giorno: nessuno ha a disposizione risorse infinite e la sua abilità amministrativa è appunto quella di giocarsele bene, non sprecarle, usarle al meglio ecc. amministrare non per nulla vuol dire distribuire la minestra, facendo parti eque e cercando che ve ne sia per ogni commensale e sia anche appetibile per il buon sapore e la giusta cottura.
La misurabilità delle risorse è una grande sfida alla ragione e obbliga a scegliere accuratamente il modo di vivere. Che il 20% della popolazione mondiale consumi (con squilibri e ineguaglianze al suo interno) l’80% (con i massimi squilibri tra ricchissimi e poverissimi anche al suo interno, basta guardare i palazzi che furono di Saddam) il 20 è uno scandalo e in più una scelta irragionevole che non mette al sicuro nemmeno gli stolidi ricchi che siamo: infatti ci sentiamo minacciati rinchiusi nei nostri recinti, ansiosi, infelici.

Correre sempre di più su questa strada è privo di senso, bisogna chiedere di sapere che cosa costa già ora in incidenti insalubrità distruzione di territorio: prendiamo come esempio una politica dell’alta velocità e della mobilità di tutto e tutti e tutte sul territorio e chiediamoci quanto di meno costerebbe in vite consumi distruzione ambientale viaggiare a buona velocità media, rispettando anche la terra. Vedere gli sconvolgimenti provocati dall’alta velocità lungo i binari è davvero un triste spettacolo. Fermarsi a ragionare è un buon uso della ragione, calcolare i limiti delle possibili risorse e imparare come si usano e risparmiano è sano. Se quando fa caldo la risposta è l’istallazione di impianti di condizionamento o trasporto degli anziani nei supermercati sicché si ammalino di bronchiti reumatismi e altri guai da aria condizionata, non ci siamo davvero. Una più alta ragione vuole che nessuno di noi, nessuna di noi può salvarsi da solo: nemmeno il più ricco del mondo può sottrarsi alla desertificazione, all’insalubrità dell’aria, allo sconvolgimento del clima che ha contribuito a provocare con le sue folli scelte economiche e di potere sulle risorse.
Un patto solidale può aiutarci a trovare risorse che avevamo messo da parte e trascurato; una attenta considerazione dei nostri modi di vita ci può riconciliare con la terra. Davvero noi stessi possiamo rendere abitabile o distruggere la terra. Come una cosa, un bene, un oggetto può essere amministrato o dilapidato, reso confortevole o solo esposto all’invidia dei privilegi e lussi, così la terra e i suoi doni. È fortemente simbolico di questo immorale modo di amministrare il fatto che nel giubileo del 2000 non si applicò per nulla la saggia consuetudine del popolo ebreo antico di ridistribuire la proprietà dei campi in modo da ripartire per un altro mezzo secolo di lavoro alla pari: la proposta di cancellare il debito o almeno gli interessi sul debito dei paesi impoveriti non ebbe risposta nelle magniloquenti e imperialistiche celebrazioni dei fasti bimillenari della cristianità. Ma la rabbia dei poveri non può essere cancellata, e si esprime in molti modi. Ci viene annunciata non solo e non tanto con la forma del terrorismo, che non è una invenzione dei poveri, bensì una concorrenza tra ricchi e potenti padroni del mondo. Essa prende il volto sofferente dei e delle migranti, di perseguitati e fuggiasche che arrivano disprezzati disconosciuti insultati nei nostri paesi e ci aiutano con sangue e fatica e vengono spazzati via appena non ci servono più, ignobile comportamento che spreca la più straordinaria risorsa, quella umana, il cui sfruttamento scientifico del resto è uno dei vanti della “civiltà occidentale”.

Che fare? cominciare a dire il nostro no alle proposte di concorrenza competizione spreco prepotenza lusso guerre che ci invadono e dare una frenata tenace e continua in tutte le occasioni che ci presentano acquisti riuso elezioni manifestazioni comportamenti nella spesa quotidiana, insomma mettere in gioco il potere che abbiamo sui modi di vivere proposti che del resto non ci rendono nemmeno felici, nemmeno sereni, ma sempre più ansiosi frenetici rabbiosi. Una grande parola sarebbe di lanciare un generale rallentamento dei ritmi e tempi di lavoro e di vita, sicché ci resti anche del tempo da vivere, da decidere all’esercizio dei diritti, della cittadinanza, della contemplazione, del pensare, del piacere, del riposo per noi e per la terra. Ricordando i popoli antichi in ciò maestri e anche ricordando senza compiacimenti moralistici o pressioni vendicative la nostra prossima miseria passata, per riattarne la saggezza. Non è predicatorio: vivere in modo più conforme a ragione è anche più bello, meno oneroso, meno ansioso. Sarebbe da provarci insieme in tanti e tante come per lanciare un messaggio da inviare con forza e semplicità ai potenti che ci hanno portati fin qui e adesso non sanno nemmeno più come fare a uscire dai guai che hanno provocato.
Ma persino quando si è al margine del caos è possibile provocare rivolgimenti leggeri, distacchi graduali, insomma è possibile usare la saggezza e avere una buona coscienza del limite. La parola sviluppo deve uscire dai nostri vocabolari, sostituita dalla parola misura.
 


La globalizzazione in India ed il suo impatto sull’ambiente
di Vandana Shiva


La globalizzazione in India sta sottraendo risorse ecologiche ai poveri per trasferirle nelle mani delle multinazionali e dell’élite indiana. La biodiversità, la terra, l’acqua – risorse che rappresentano l’essenza stessa della sopravvivenza e la fonte di sostentamento per i due terzi della popolazione – vengono progressivamente privatizzate, acquisite da grandi imprese e consumate.
Il rilascio di brevetti su forme vegetali sta incoraggiando la pirateria biologica, vale a dire la “brevettazione” del sapere tradizionale e delle risorse biologiche delle popolazioni indigene.

La pirateria biologica ha assunto proporzioni devastanti: grandi imprese sono riuscite ad ottenere brevetti sulla biodiversità indigena e sul sapere tradizionale. Prima è toccato all’albero di neem, poi al riso Basmati. Adesso anche il nostro frumento, il nostro “atta”, il nostro pane “chapatis” sono stati brevettati.
L’impresa agroindustriale statunitense Conagra ha ottenuto il brevetto n. 6.098.905 per l’“atta”. Nel 1996 la Unilever/Monsanto ha ottenuto un brevetto (EP 518577) affermando di aver “inventato” la speciale farina che si usa per produrre alcuni tipi tradizionali di pane indiano come il croccante chapatis. Il 21 maggio 2003 l’Ufficio Europeo per i Brevetti di Monaco ha assegnato un brevetto con il n.EP 445929 e la semplice intestazione: “piante”. La compagnia titolare del brevetto è la Monsanto, meglio conosciuta come l’azienda numero uno del mondo nella commercializzazione di piante geneticamente modificate. Questa qualità di grano è stata originariamente selezionata dagli agricoltori indiani. Allo stato attuale la Monsanto detiene il monopolio sulla coltivazione, la selezione e la trasformazione di questo tipo di grano.

Siccome il brevetto è un diritto esclusivo basato sull’invenzione, i brevetti ottenuti attraverso atti di biopirateria danneggiano l’interesse del paese: negano il nostro diritto di proprietà sui prodotti della nostra creatività intellettuale e scientifica, permettono che innovazioni indigene vengano riconosciute come “invenzioni” dei biopirati. Quest’unica ragione sarebbe motivo sufficiente per combatterli. Ma il danno va ben oltre e produce serie conseguenze in campo economico. Nel giro di poco tempo un brevetto biopirata può privarci completamente di un mercato estero che diversamente manterrebbero la loro unicità. Se il sistema dell’IPR non viene modificato in modo da prevenire la biopirateria, tra non molto ci ritroveremo a pagare per avere accesso a qualcosa che ci appartiene e che è necessario per la sopravvivenza quotidiana.

Dighe, autostrade, miniere e un sistema di sfruttamento agricolo altamente industrializzato gestito da grandi compagnie stanno progressivamente sottraendo alle popolazioni indigene quelle terre dalle quali tribù e contadini hanno tratto sostentamento per millenni. Negli ultimi 50 anni ben 50 milioni di persone in India sono state costrette a lasciare le proprie terre per fare spazio a progetti ed attività di tipo industriale.
Il significato di questo numero è tuttavia irrilevante se si considerano due mega-progetti legati alla globalizzazione: il primo riguarda la deviazione dei fiumi indiani, il secondo la costruzione di super-autostrade per garantire la “connessione” ai mercati globali.

Il progetto “River Linking” (“Collegamento dei fiumi”) costerà 56 trilioni di rupie. È stato presentato come una cura miracolosa per la scarsità dell’acqua. Eppure, essendo basato su un modello ingegneristico che tiene in poca considerazione il consumo e l’inquinamento dell’acqua, dei bacini fluviali e degli ecosistemi, finirà soltanto per aggravare la crisi idrica.

L’acqua è diventato il principale problema del XXI secolo.
Il consumo mondiale di acqua dolce è aumentato di sei volte tra il 1900 ed il 1995, con un ritmo di crescita pari a più del doppio della velocità di crescita della popolazione. Se la tendenza attuale dovesse continuare, entro il 2025 per ogni tre abitanti della terra due si troverebbero a vivere in condizioni di grave carenza d’acqua. Un recente Rapporto Mondiale sulla situazione idrica lo conferma. Circa il 20% della popolazione mondiale non ha accesso ad acqua potabile, ed il 40% non ha acqua sufficiente a garantire adeguate condizioni igieniche e di vita. Più di 2,2 milioni di persone muoiono ogni anno a seguito di malattie legate all’assunzione di acqua non potabile ed a condizioni di vita disagiate, prima su tutte per la carenza di acqua.
Il problema in India è ancora più grave. La crescita della popolazione sta accelerando il cambiamento demografico, specialmente laddove i piccoli centri stanno diventando città e le città si stanno trasformando in megalopoli. La preoccupazione per la disponibilità di acqua dolce è aumentata giacché l’India, che corrisponde al 16% della popolazione mondiale, possiede soltanto il 2,45% delle risorse territoriali mondiali ed il 4% dell’acqua dolce.
L’agricoltura industriale si è rivelata la principale responsabile dello spreco e dell’inquinamento dell’acqua. Questo perché la coltivazione industriale incrementa di dieci volte l’utilizzo dell’acqua, comporta un prelievo di acque sotterranee superiore alla loro capacità di accumularsi nuovamente e, così facendo, aumenta le pressioni per la realizzazione di grandi dighe e progetti di irrigazione intensiva.
L’inquinamento causato dagli agenti chimici adoperati in agricoltura ha inoltre contaminato le sorgenti di acqua potabile. E il recente scandalo sulla presenza di residui di pesticidi nelle bevande analcoliche dimostra in tutta la sua evidenza la vastità del problema dell’inquinamento dell’acqua. La disponibilità pro capite di acqua dolce nel paese è scesa dagli accettabili 5.177 metri cubi del 1951 ai 1.820 metri cubi del 2001. Si stima che entro il 2025 calerà a 1.341 metri cubi. Tutto ciò è allarmante perché il valore limite pro capite, superato il quale scatta la vera e propria emergenza idrica, è di 1.000 metri cubi.

Secondo un Rapporto sullo Sviluppo Mondiale dell’Acqua, l’India è collocata al 120º posto in una lista di 122 paesi classificati sulla base della qualità delle loro risorse idriche. Anche per quanto riguarda la quantità l’India si trova in difficoltà, si trova al 133º posto in una lista di 180 paesi. (Bangladesh, Sri Lanka, Nepal e Pakistan) sono in condizioni nettamente migliori, sono rispettivamente il 40º, 64º, 78º e 80º posto (The Indian Express, New Delhi, 6 marzo, 2003).

Le donne sono costrette a sopportare l’enorme peso della carenza e dell’inquinamento dell’acqua. Sono donne quelle che si sono tradizionalmente dimostrate sagge amministratrici e guardiane delle risorse idriche e agricole per questo oggi è assolutamente necessario che le donne partecipino alla gestione dell’acqua per assicurare una sufficiente riserva di acqua sicura. L’azione politica le deve incoraggiare affinché partecipino ai processi decisionali per tutto ciò che riguarda la distribuzione, la conservazione e l’uso dell’acqua nella propria regione.
Non è un caso che siano proprio le donne indiane a guidare la lotta per la protezione delle risorse idriche e la difesa dei diritti sull’acqua.
In un piccolo villaggio di Plachimada le donne della tribù si sono scontrate con il gigante delle bevande analcoliche – la Coca Cola Company – e stanno ottenendo buoni risultati nella lotta per far chiudere la fabbrica. I loro stabilimenti furono costruiti per produrre Coca Cola, Fanta, Sprite, Limca, Thumps Up, Kinley e Maaja; nel giro di un anno la disponibilità dell’acqua incominciò a calare poiché, secondo la comunità locale, ben 6 pozzi avevano estratto un milione e mezzo di litri al giorno e, per di più, risultava inquinata cosicché le donne dovevano fare chilometri a piedi per procurarsi acqua potabile. Decisero dunque di porre fine all’idropirateria della Coca Cola e incominciarono a protestare davanti alla fabbrica. Per celebrare il primo anniversario della lotta, il movimento locale mi invitò in occasione dell’Earth Day (Giornata della Terra) 2003.
A partire da allora il movimento si è allargato. Il Panchayat (consiglio) eletto localmente si è messo alla testa di una campagna legale ed ha stabilito la necessità di una licenza condizionata per installare un motore per l’estrazione dell’acqua. Ciononostante la fabbrica ha continuato ad estrarre ogni giorno migliaia di litri di acqua pulita da più di 6 pozzi usando pompe elettriche per produrre migliaia di litri di bevande analcoliche. In passato l’industria depositava nelle aree esterne al complesso industriale materiali di scarto che, durante la stagione delle piogge, si diffondevano nelle risaie, nei canali e nei pozzi, provocando seri rischi per la salute. Il risultato di tutto ciò è che 260 pozzi costruiti dalle autorità pubbliche per fornire acqua potabile e l’irrigazione dei campi si sono esauriti.
Diventa così sempre più difficile conservare le tradizionali sorgenti di acqua potabile, proteggere gli stagni e le cisterne d’acqua, tenere sotto controllo le idrovie e i canali, far fronte alla carenza di acqua potabile. Alla denuncia la Coca Cola a reagito cercando di corrompere il presidente del Panchayat il quale, per risposta, ha avviato presso la Corte Suprema di Kerala un procedimento penale contro la Coca Cola a difesa del pubblico interesse.
Il tribunale ha accolto la richiesta con una disposizione del 16 dicembre 2003 dove il giudice ha ordinato alla Coca Cola di smettere di utilizzare abusivamente l’acqua di Plachimada. La sentenza fu accompagnata da questa dichiarazione:

“La dottrina dell’amministrazione pubblica si fonda prima di tutto sul principio che determinate risorse come l’aria, le acque del mare e le foreste hanno una tale importanza per la collettività che sarebbe assolutamente ingiustificato renderle un oggetto di proprietà privata. Poiché le suddette risorse sono un dono della natura devono essere rese liberamente accessibili a ciascuno, indipendentemente dalla sua condizione. La legge affida al governo il dovere di proteggere le risorse e di destinarle al godimento pubblico, e di non permettere il loro sfruttamento a fini privati oppure commerciali”.

La sentenza del tribunale è un riconoscimento del movimento delle donne contro la Coca Cola.
A Plachemada, per festeggiare la vittoria legale e sostenere la lotta fino alla chiusura degli stabilimenti della Coca Cola, è stata organizzata una Conferenza mondiale sull’acqua (21-23 gennaio 2004).
La conferenza di Plachemada, presieduta dall’eminente letterato Sukumar Azhikode, ha registrato la partecipazione di più di 2.000 persone. I partecipanti alla conferenza hanno inoltre preso parte ad una manifestazione di fronte alla fabbrica della Coca Cola guidata da me, dal francese Jose Bove e dal canadese Maude Barlow.
Il 4 febbraio, la Commissione Parlamentare sulle bevande analcoliche ha stabilito la legittimità della richiesta del movimento di Plachemada di porre fine all’estrazione di acqua dal sottosuolo da parte della Coca Cola. La Commissione Parlamentare, facendo riferimento alla sentenza della Corte Suprema di Kerala , ha stabilito che la Coca Cola e la Pepsi non potevano avere libero accesso all’acqua del sottosuolo.

Da “India splendente” ad uno sviluppo partecipativo e sostenibile
La costruzione di super autostrade in tutta l’India fa anch’essa parte dell’agenda della globalizzazione. Le super autostrade sono state il fulcro della campagna governativa “India Shining” (“India Splendente”). Eppure il prezzo che la popolazione sta pagando in termini di costi sociali ed ecologici per queste autostrade e superstrade supera di gran lunga i benefici che una limitata classe privilegiata sta ottenendo dalla realizzazione di vie di comunicazione più rapide.

Contrariamente a quanto affermato dal governo, la costruzione delle autostrade non è un’innovazione indigena che emerge dai bisogni e dal suo contesto socio-economico; non è affatto un simbolo dello sviluppo indigeno e delle scelte democratiche del popolo indiano. Alla sua testa ci sono istituti finanziari come la World Bank e la ADB, che si servono dell’espansione delle autostrade per creare mercati per le automobili da una parte e privatizzazione delle infrastrutture dall’altra. Questi progetti risalgono a prima del governo NDA. Le autostrade sottraggono libertà alla popolazione e creano un nazionalismo centralizzato ed esclusivo per pochi privilegiati.
Le autostrade nazionali sono una ricetta utile allo spostamento e sradicamento di persone ed ecosistemi. Il governo ha emendato la “Legge sull’Acquisizione della Terra”emanata per acquistare terreno per le autostrade successivamente privatizzate. Se la realizzazione dell’autostrada Taj ha consentito alle industrie Jai Prakashdi di impadronirsi di 600 acri di terreno a Noida per la realizzazione di 160 km di autostrada, è facile dedurre che per la realizzazione di 58.112 km di autostrada il terreno che verrà “acquisito” sottraendolo ai contadini ed alle foreste alle condizioni draconiane stabilite dalle leggi per l’acquisizione della terra sarà equivalente a 217.920 acri. La sottrazione di terreno agricolo e di foreste provocata dalle autostrade fa così sembrare una cifra irrisoria i 15 milioni di spostamenti verificatisi a partire dall’indipendenza del paese. Lo stato dovrà inoltre sostenere gli ingenti costi necessari alla realizzazione delle autostrade. Pertanto il progetto delle autostrade non comporta soltanto una sottrazione di libertà alla popolazione e di terreno agli agricoltori, ma determina anche una sottrazione di fondi pubblici.

Il tragico assassinio di Satyendra Dubey, che cercò di denunciare la corruzione legata al progetto “Golden Quandrangle” finanziato dalla World Bank, è soltanto la punta dell’iceberg. Il giudice Mishra ha parlato di “saccheggio e frode nella forma più evidente” in riferimento ad un altro caso legato alle autostrade: la “Taj Express Way”. Oltre a Satyendra, anche altri ingegneri sono stati assassinati negli ultimi due anni per questioni legate all’affare delle autostrade: L.N. Singh, Indu Bhushan, S.C. Rai, Masood Alam Siddiqui, S.K. Bajpayee e Anwar Mehndi Rizwi.
La promozione del trasporto su strada porterà il consumo di benzina da 6 milioni di tonnellate a 25 milioni di tonnellate ed il consumo di gasolio da 30 milioni di tonnellate a 100 milioni di tonnellate entro il 2015, e farà crescere di circa sei volte il volume del traffico merci su strada. Un’ottima ricetta per aumentare di tre o quattro volte le emissioni di gas serra e peggiorare la situazione dei cambiamenti climatici con un aumento delle alluvioni e della siccità, delle ondate di caldo e di freddo, delle morti legate a tali fenomeni. Rispetto al trasporto ferroviario, il trasporto su strada genera un inquinamento otto volte superiore, una distruzione della terra dieci volte più grande, un inquinamento acustico sei volte maggiore, un consumo di energia ed un danno tre volte più grande ed una percentuale di incidenti venti volte più alta. Altri costi ecologici riguardano il trasporto dell’acqua, il blocco del sistema naturale di accumulo dell’acqua nel sottosuolo e dei sistemi di drenaggio.
In India si è verificato un incremento straordinario del numero di automobili presenti sul territorio: dai 37 milioni del 1997 ai 590 milioni del 2002. Un aumento determinato anche da politiche di credito viziate che nel giro di pochi anni (1997-2002) hanno provocato il raddoppio del debito interno del paese. E questo debito non è sicuramente un simbolo dell’“India Splendente”.
Così come non lo sono i tre milioni di morti a seguito di incidenti automobilistici. Gli incidenti stradali sono diventati la principale causa di morte in India, con una percentuale pari al 37% di tutte le morti violente. La prima autostrada indiana, la Mumbai-Pune, si è rivelata un’autostrada killer. Nel 2003 ci sono stati 800 incidenti in un tratto di 90 km. Sull’autostrada nei pressi di Ghaziabad si sono verificate 700 morti. L’India non può certo essere “splendente” con il più alto tasso di morti su strada del mondo con un danno enorme anche in termini economici.
Le autostrade si sono anche dimostrate un fattore di incremento per le violenze contro le donne, il traffico sessuale e la diffusione dell’AIDS. Si stima che più di 4,5 milioni di adulti nel paese sono stati infettati dal virus HIV, con costi altissimi per l’economia indiana. I programmi di prevenzione dell’AIDS dovranno pertanto essere implementati per tutta la lunghezza delle principali autostrade (7.000 km).
Ciò di cui l’India ha bisogno non è l’ossessivo ed esclusivo impegno a costruire autostrade ma a bisogno di un pluralismo nei trasporti e nella mobilità che garantisca al pedone, al ciclista, al carro trainato dai buoi, al risciò, al veicolo a due ruote un uguale spazio ecologico e democratico che permetta di assicurare la mobilità a tutti, e non solo all’élite proprietaria di auto.
È necessario che il governo porti avanti una trasparente verifica sociale ed ecologica ed una completa analisi del rapporto costi-benefici del Progetto Autostrade, e che la campagna pubblicitaria sull’“ India Splendente” lasci il posto ad un piano di sviluppo partecipativo e sostenibile.
 


L’impegno di Mani Tese contro lo sfruttamento dell’infanzia e per l’istruzione universale.

di Mariarosa Cutillo
Responsabile Relazioni Esterne ed Internazionali



Si può parlare di lotta alla povertà, di democrazia, di sviluppo senza affrontare alcune delle piaghe più drammatiche che affliggono la Comunità Internazionale, come lo sfruttamento dell’infanzia e l’analfabetismo …sarà forse ovvio, ma credo di no.
Dai primi anni ’90, partendo da alcuni progetti di sviluppo in India, Mani Tese ha iniziato ad occuparsi di promozione dei diritti dell’infanzia e di lotta allo sfruttamento, proprio su “ispirazione” delle associazioni e dei movimenti che l’Associazione sostiene.
Un impegno che non poteva aspettare e che non può aspettare perché, secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ci sono nel mondo almeno 246 milioni di bambini sfruttati, in attività pericolose senza avere accesso all’istruzione.
Un impegno che Mani Tese sostiene con progetti di lotta alla povertà, di riabilitazione e scolarizzazione dei ragazzi, di sostegno alle famiglie per promuoverne l’autosufficienza economica.
Un impegno che nell’azione politica si snoda su più livelli a partire dalla sensibilizzazione, alla pressione sui Governi e sulle Organizzazioni Internazionali, perché gli impegni contro lo sfruttamento e la povertà vengano mantenuti, perché si parta soprattutto dall’accesso all’istruzione come arma fondamentale per combattere lo sfruttamento.
Il legame tra povertà, mancato accesso all’istruzione e sfruttamento è chiaro ma vale la pena riportare alcuni dati, per ricordare una situazione drammatica verso la quale la Comunità Internazionale sta facendo ancora troppo poco.

La volontà politica della Comunità Internazionale è, infatti, ancora troppo debole, soprattutto nel devolvere le risorse necessarie ad assicurare l’accesso universale all’istruzione, un settore cruciale con un giro d’affari, secondo l’OCSE, di 30 miliardi di dollari, il che equivale al 3% del totale dei servizi nei Paesi Industrializzati.

Per dare un’idea di questa situazione:
- 115 milioni di bambini non hanno mai frequentato la scuola
- 150 milioni di bambini hanno iniziato la scuola primaria ma hanno abbandonato gli studi prima di imparare a leggere e scrivere, i due terzi sono bambine. Riguardo all’istruzione delle bambine è interessante notare che i bambini di donne che hanno completato l’istruzione primaria hanno in media doppia possibilità di sopravvivere oltre i 5 anni di età, e la metà di soffrire di malnutrizione. Le madri che hanno terminato l’istruzione primaria sono per il 50% più propense ad immunizzare i loro figli;
- il 94% dei bambini che non frequenta la scuola vive nei paesi in via di sviluppo.
- 860 milioni di adulti analfabeti nel mondo. I due terzi degli adulti analfabeti sono donne;
- Il numero di bambini frequentanti la scuola è aumentato a partire dal 1990, ma in seguito ad un corrispondente declino nella qualità dovuto all’aumento delle dimensioni delle classi, alla mancanza di investimenti da parte degli Stati nel campo dell’istruzione, i bambini sono più propensi ad abbandonare la scuola. Per esempio, per la carente qualità dell’insegnamento e l’inadeguatezza delle strutture scolastiche il 60% dei bambini ha lasciato la scuola pressoché analfabeta.

- Se le tendenze attuali continuano, 88 Paesi non raggiungeranno gli obiettivi dell’istruzione di base stabiliti per il 2015, e per i quali è prevista una verifica proprio nel 2005. Ciò significa che ancora nel 2015, 75 milioni di bambini in età scolare non frequenteranno la scuola. Per citare il solo caso dell’Africa, nel corso degli anni ’90 il numero di bambini iscritti alla scuola primaria è sceso in 17 Paesi africani. Se le tendenze correnti continuano, l’Africa conterà entro il 2015 i due terzi dei bambini non frequentanti la scuola

Cruciale è l’aumento dell’investimento di fondi da parte degli Stati a livello nazionale e nell’aiuto allo sviluppo per garantire l’accesso all’istruzione universale, gratuita e di qualità.

Le agenzie e le ONG e movimenti impegnate sul tema hanno stimato che sarebbero sufficienti 10 miliardi di dollari all’anno per garantire l’accesso universale all’istruzione di base a partire dai PVS entro il 2015.

Eppure anche qui i dati parlano chiaro:
- I fondi di cooperazione internazionale diretti a garantire l’istruzione diminiuscono, sono passati, in totale da 5.98 Miliardi di dollari nel 1999 a 4.72 miliardi di USD nel 2000. I maggiori ricettori di questi fondi sono Africa (47%) e Asia (23%) seguono America Latina (7%) e Medio Oriente (6%) ;
- I Paesi del G7 attualmente allocano una cifra pari a circa 639 milioni USD all’anno per l’istruzione di base, un’inezia se confrontati con i 10 miliardi di USD necessari;
- La spesa attuale dei G8 per l’accesso all’istruzione è ancora inferiore al costo di un missile Stealth;
- I primi 7 Paesi che sono stati inclusi nella Fast Track Initiative dalla World Bank nel 2002, necessitano di 430 milioni di dollari entro il 2005 per iscrivere a scuola 3.9 milioni di bambini. I Paesi donatori hanno, ad ora destinato meno della metà di questa cifra, riciclando più o meno gli stessi fondi negli anni;
- La Commissione Europea ha erogato il 4.1% del budget generale combinato della Commissione e del Fondo Europeo per lo Sviluppo all’istruzione.

E’ essenziale il ruolo giocato dai Paesi donatori in questo senso; dei 10 miliardi di dollari necessari, si calcola che 5.6 miliardi debbano provenire dai Paesi donatori, il che equivale a meno di tre giorni della spesa mondiale il armamenti.

Di impegni ne sono stati assunti molti, troppo spesso parole cui non sono seguiti i fatti, a partire dalla Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia, ai fondi promessi per la cooperazione internazionale.
Ma noi non ci scoraggiamo e non si sono scoraggiati i 134 ragazzi – ex lavoratori ed attivisti per i diritti dell’infanzia - che da tutto il mondo sono arrivati a Firenze, nel maggio 2004 al primo “Children’s World Congress on Child Labour” che Mani Tese e CGIL, CISL e UIL hanno organizzato nell’ambito dell Global March against Child Labour, movimento che Mani Tese coordina per l’Europa dal 2000.

I ragazzi di Firenze hanno fatto sentire la propria voce e adottato una dichiarazione “Noi siamo il presente: la nostra voce è il futuro!” che speriamo possa “svegliare” una Comunità Internazionale che fa ancora troppo spesso finta di non vedere.
 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo