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POLITICHE SOCIALI |
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Energia solare, faro dell’umanità
Di Luciana Castellina
Da decenni si susseguono conferenze internazionali e vertici
governativi mondiali che prendono in esame la salute del nostro
pianeta. Puntualmente ne escono referti allarmanti:la Terra
rischia mutamenti apocalittici destinati a distruggere animali
umani e non umani, così come una gran varietà di piante; a
inghiottire paesi interi per effetto dello scioglimento delle
calotte polari che innalzeranno il livello dei mari; a rendere
deserto suoli dove oggi ancora si semina;a sconvolgere i cicli
climatici, producendo uragani e afe soffocanti. E’ noto, è tutto
noto, anzi arcinoto. Eppure dopo qualche giorno di grandi titoli
sui quotidiani, e l’annuncio che verranno prese misure molto
serie per impedire la catastrofe annunciata, governanti e
governati riprendono a vivere come prima senza che alcun
provvedimento di qualche importanza sia emanato. La sproporzione
fra la gravità della prospettiva e la reazione suscitata non
potrebbe essere più grande. E quando qualcuno insiste ricordando
che si potrebbero fare molte cose per scongiurare le minacce
viene risposto che sì, forse si potrebbe, ma costa troppo caro,
le leggi del mercato non lo consentono.
Insomma: meglio morire perché vivere costa troppo. Meglio far
morire la vita sul pianeta che toccare le leggi del mercato. Non
c’è male come filosofia.
Questo ragionamento si applica puntualmente alle energie
rinnovabili, che pure – ove sostituissero quelle di origine
fossile ( carbone, petrolio ) – potrebbero salvarci dalle
emissioni mortali. Lo sviluppo della tecnologia consentirebbe
già oggi uno sfruttamento su larga scala non solo dell’energia
idrica (mentre invece le piccole centrali tradizionali
disseminate su molti territori vengono abbandonate) ma anche e
sopratutto dell’energia solare, che può essere raccolta dai
pannelli fotovoltaici e immessa in rete, o di quella solare
termica ( per scaldare l’acqua), così come di quella eolica cui
potrebbero aggiungersi quella derivata dalla pressione delle
maree e quella ricavata dalle biomasse.
Una vera svolta in questo senso tuttavia non si fa non solo per
via dei costi che sarebbero troppo elevati rispetto a quelli del
combustibili tradizionali, ma anche perché le grandi società che
detengono il quasi monopolio sulle forniture energetiche
frappongono tutti i possibili ostacoli alla diffusione
dell’energia solare: il sole, come si sa, non è privatizzabile,
e dunque non è allettante per chi cerca profitto.
Il potere delle grandi società che estraggono petrolio e lo
distribuiscono è così grande che esse sono riuscite a imporre il
loro punto di vista e a far sì che la gente creda che davvero
non esistono alternative se non quella di rinunciare
all’energia. Purtroppo sono riuscite a condizionare anche molti
settori del movimento ecologista che ha così finito per non fare
della questione energia il centro della propria battaglia, come
sarebbe invece necessario. E così mentre le Conferenze si
succedono, stabilendo obiettivi di contenimento delle emissioni
che vengono regolarmente disattesi,le emissioni sono aumentate
solo nell’ultimo decennio del 30 %. ( Del resto anche se il
famoso protocollo di Kyoto fosse stato applicato, il risultato
che si sarebbe raggiunto nel 2012 sarebbe stato solo di non
superare il già pericoloso livello del 1990. Ma comunque non si
otterrà nemmeno quello perché i traguardi stabiliti non sono
stati rispettati).
La questione dei costi è comunque totalmente mistificata. Si
tratta infatti di stabilire come essi vengono contabilizzati.
Mai, nel calcolo, vengono infatti immessi tutti gli elementi
della somma, innanzitutto quello determinato dalla lunghezza
della catena di rifornimento, attraverso la quale il
combustibile deve esser trasportato. Vale per il nostro mondo (
petroliere, oleodotti, ecc.) ma in particolare per le zone
rurali del terzo mondo, dove peraltro vive la maggioranza della
popolazione mondiale e che sono prive di qualsiasi allacciamento
alla rete elettrica. E’ evidente che far arrivare ovunque i
cavi, costruendo per km e km la rete, è infinitamente più
dispendioso che installare un pannello fotovoltaico sul tetto
della casa, o un impianto eolico o, ancora, usare la biomassa.
Ma proprio questa possibilità di decentrare la produzione
energetica è quanto non piace alle grandi società: perché
renderebbe la gente autonoma, libera dal potere del fornitore di
energia che oggi, nelle nostre società, è enorme. Quanto quello
di chi ha il controllo delle telecomunicazioni. E non è un caso
che i due poteri tendano sempre più a convergere, come risulta
dalle fusioni societari dell’ultimo decennio che vedono
l’unificazione delle grandi società energetiche con quelle da
cui dipendono i media, perché oramai la comunicazione corre
lungo gli stessi vettori lungo cui corre l’energia. E così
abbiamo avuto l’unificazione fra Westinghouse e Aol; General
Electric e NBC in America; di General des Euax e Canal plus che
hanno dato vita a Vivendi in Francia; in Italia è l’Enel che ha
dato vita a Wind.
Prendiamo un altro esempio: quello del petrolio. Costa davvero
meno? Forse sì se non calcoliamo l’immensa spesa militare
erogata da chi vuole mantenere il controllo sulle regioni dove
sorgono i pozzi. Tutte le guerre combattute in questo ultimo
mezzo secolo hanno avuto proprio questa motivazione: la più
recente, quella in Irak, è lì a dimostrarlo. Peggio ancora se
calcoliamo il costo di tutte le basi militari che gli Stati
Uniti sono andati costituendo nei paesi centroasiatici
attraversati dagli oleodotti. L’ ormai accelerato e inesorabile
processo di esaurimento del greggio è destinato a rendere i
conflitti ancora più frequenti e più sanguinosi. E dunque,
inesorabilmente, a moltiplicare i costi.
E ancora: l’uso delle biomasse, vale a dire di quei prodotti
agricoli atti a produrre energia, potrebbe ridare una funzione
centrale all’agricoltura, ormai marginalizzata e sempre meno
capace di offrire occupazione. Quale è il costo delle
sovvenzioni che oggi sono necessarie ( si pensi alla spesa in
questo settore dell’Unione Europea) per sostenere il livello dei
prezzi di prodotti ormai esuberanti e perciò non più
remunerativi? Una generalizzata riconversione che assumesse la
produzione dell’energia come programma potrebbe consentire uno
straordinario rilancio dell’agricoltura.
Non si tratta di utopie: sebbene una generale transizione alle
nuove fonti energetiche non sia stata compiuta in nessuna parte
del mondo è però vero che in alcuni paesi, dove più alta è la
sensibilità ecologista e più attento è stato il movimento,
grandi passi in avanti sono stati compiuti:in Germania, per
esempio, dove è installato il 40% degli impianti eolici del
mondo, e il 60 % di quelli fotovoltaici; in Brasile, dove è
ormai diffuso l’etanolo, il combustibile tratto dalle piante.
La questione energetica è uno dei grandi problemi della nostra
epoca, alla pari con quello dell’acqua. C’è un dovere di
redistribuzione delle risorse e un dovere di innovazione
tecnologica per consentire a tutti di poterne godere. Non è un
problema tecnico, ma sociale e politico. La signora Tatcher, che
ha sempre avuto il pregio di dire con schiettezza quello che
pensava, ebbe ad affermare anni fa che non ci si doveva
preoccupare troppo del buco nell’ozono che le emissioni dei
frigoriferi producevano: bastava impedire che anche tutti questi
neri e questi gialli pretendessero di avere, anche loro, un
frigorifero. Certo: si potrebbe impedire a un miliardo e 600
milioni di cinesi di andare in automobile, o agli indiani di
creare nuove fabbriche. In questo modo potremmo far durare un
po’ di più le risorse scarse e in via di esaurimento e tenercele
tutte per noi. Evitando così anche l’aumento del guasto. Si
potrebbe, insomma, dar vita ad una nuova apartheid. Per
ottenerlo, però, dovremmo forse gettare la bomba atomica in
Asia, in America Latina e eliminare gli abitanti dell’Africa sì
da trasformare quel continente in un grande bosco privo di
presenza umana, sì da usufruire dell’ossigeno che genererebbe.
Sembrano paradossi, ma non lo sono:potrebbe essere lo scenario
prossimo venturo se non si sceglierà con coraggio un’alternativa
radicale. Per l’energia, cominciando la transizione all’era
solare.
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Piccole economie crescono: il commercio
equo e solidale.
di Deborah Lucchetti – ROBA dell’Altro Mondo
Gli effetti negativi della globalizzazione si accaniscono sulle
fasce deboli
dell’umanità producendo una crescita esponenziale di squilibri
nell’accesso alle risorse e ai diritti in tutto il pianeta.
A farne le spese sono notoriamente i paesi del sud del mondo e
tutti i sud presenti anche negli opulenti paesi occidentali. È
forse meno noto che anche all’interno dei poveri e dei
diseredati esistono delle classifiche e che l’ultimo posto è
occupato dalle donne.
Pur in presenza di una forte affermazione nei documenti
ufficiali dei meeting
internazionali del ruolo chiave delle donne per lo sviluppo
sostenibile del pianeta ci troviamo di fronte ad una realtà
opposta: le donne pagano il prezzo più alto di politiche
generali che non decidono e che neanche riconoscono la necessità
di un approccio di genere allo sviluppo sociale ed economico.
Guardiamo alcuni dati per capire l’entità del problema. Il
lavoro domestico non pagato delle donne è stimato tra il 10% e
il 35% del PIL mondiale, equivalente a 11.000 miliardi di
dollari. Su 3 milioni di persone che ogni anno muoiono di
inquinamento,2 milioni muoiono per inquinamento domestico: l’80%
sono donne. Ogni anno nei paesi in via di sviluppo muoiono
600.000 donne per complicazioni legate alla gravidanza
e al parto; 80 milioni di gravidanze sono indesiderate o non
pianificate e le donne non hanno il controllo della propria
sessualità e della riproduzione. Il 70% dei poveri nel mondo è
costituito da donne e la povertà estrema, collegata alla
discriminazione di genere, è anche la causa collegata alla morte
di milioni di donne e bambine ogni anno.
Sul fronte educativo su 854 milioni di analfabeti adulti, 544
sono donne mentre su un totale di 130 milioni di bambini che non
hanno accesso all’istruzione primaria, il 60% sono femmine.
Contemporaneamente le contadine sono responsabili per il 60-80%
della produzione di cibo nei PVS, ma esse non hanno diritti
sulle terre che lavorano perché donne.Il commercio ingiusto
uccide le donne ed il pianeta.
Il commercio internazionale è uno dei pilastri fondamentali
della
globalizzazione neo-liberista; come tutte le altre dimensioni
dell’economia,
anche il commercio è concepito come un processo neutro, che
dovrebbe favorire lo sviluppo del consumo e della produzione a
livello globale.
Ogni volta che entra in campo la neutralità, sappiamo che la
biodiversità è in pericolo e che le donne sono immediatamente
escluse; così il loro ruolo centrale e strategico nella
conduzione delle economie dei PVS, nella protezione
dell’ambiente e nel lavoro di cura e riproduzione scompare e
diventa invisibile.
Il sistema di commercio internazionale è incapace di riconoscere
il ruolo chiave delle donne per garantire la sostenibilità della
vita sul pianeta ed i negoziatori del WTO persino ignorano che
vi sono pesanti differenze tra uomini e donne nell’accesso alle
risorse economiche e sociali.
L’accordo per la commercializzazione dei servizi (GATS) sta
portando ad una progressiva liberalizzazione e privatizzazione
dei servizi pubblici che
impatta drammaticamente innanzitutto sulla vita delle donne e
sulla loro
capacità di preparare e custodire il futuro.
Al centro dei negoziati sono la sanità, l’acqua, la sicurezza
alimentare e l’educazione, tutti servizi primari ed essenziali
per il lavoro sociale di riproduzione e di cura svolto dalle
donne.
Allo stesso modo l’accordo sull’agricoltura (AoA) garantisce gli
interessi delle grandi corporations agroalimentari che esportano
in tutto il mondo prodotti provenienti da colture intensive,
nocive per l’ambiente e per l’uomo, a spese dell’agricoltura
sostenibile, dello sviluppo rurale, delle tradizioni locali e
delle politiche di protezione sociale che includono la sovranità
alimentare nei paesi in via di sviluppo. L’ alternativa delle
economie dal basso: il commercio equo e solidale.
Le politiche economiche globali, imposte dagli organismi
internazionali a loro
volta condizionati dalle lobbies industriali e finanziarie,
minano la possibilità per l’umanità intera di trovare la strada
di uno sviluppo e di un benessere possibile e duraturo per tutti
e tutte.
Sempre maggiori esperienze di resistenza ed opposizione si fanno
strada a piccoli passi, partendo dai bisogni reali della gente,
intercettando esigenze concrete ed aspirazioni etiche,
connettendo orizzontalmente esperienze del nord e del sud del
mondo.
Una di queste, il commercio equo e solidale, nasce proprio dalla
brillante intuizione che occorreva spezzare il giogo opprimente
di un commercio basato su rapporti di scambio ingiusti che
riducevano alla povertà ed all’indebitamento centinaia di
milioni di persone nel sud del mondo.
Oggi centinaia di migliaia di artigiani e piccoli produttori nel
mondo, in grande maggioranza donne, hanno la possibilità di
accedere ai mercati internazionali a condizioni eque.
La corresponsione del prezzo giusto concordato tra produttori ed
importatori permette agli artigiani di ricevere remunerazioni
dignitose; si offrono opportunità di miglioramento soprattutto
ai soggetti più deboli e marginalizzati della società, tra i
quali le donne, che costituiscono la maggioranza degli artigiani
dei villaggi e delle comunità dei PVS.
Ma ciò che più conta è il sostegno allo sviluppo locale che
deriva dal trasferimento di risorse economiche dai consumatori
critici del nord ai produttori equi del sud; il surplus di
risorse infatti viene investito in servizi sociali come
l’assistenza sanitaria, la scuola e le forme di assicurazione e
pensione per i lavoratori oppure in progetti di riforestazione e
bonifica dell’acqua o ancora di formazione sui diritti.Una sorta
di costruzione di stato sociale dal basso, che parte dal
protagonismo dei
lavoratori e delle lavoratrici delle comunità, che pongono in
proprio le basi per una
società solidale e sostenibile.
L’attenzione sempre più frequente all’uso di materie prime
eco-compatibili
unitamente a processi produttivi a basso impatto ambientale,
fanno del commercio
equo una alternativa economica reale.
Quasi 300 organizzazioni di base oggi nel mondo praticano il
commercio equo
in Africa, America Latina e Asia e milioni di consumatori
responsabili ormai
acquistano prodotti etici, condizionando i mercati e le
istituzioni che non
possono più ignorare un fenomeno economico e sociale crescente.
E’ una rete di relazioni e di scambi che mette al centro le
persone e i valori; una
rete che le donne sanno tessere sapientemente e di cui
costituiscono gran parte dei nodi.
FONTI:Agenda 21- Summit di RIO - 1992
Human Development Report - 1995
World Summit on Sustainable Development - 2002
UNDP – Making Global Trade Work for People – 2002
Hemmati e Gardiner – 2001
Oxfam America - 2002
UNHDR – 2002
ROBA
IFAT
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Francesca Bettio e Paola Villa
Donne del Sud, risorsa per uso europeo
Donne del Sud, speranza per l’Europa. Con il suo mezzo miliardo
e più di cittadini L’Europa ha vinto, per ora, la battaglia dei
numeri con l’America ma sta ancora lottando per affermare una
identità socio-economica distinta e figlia del proprio passato.
Sotto la sfida dell’invecchiamento della popolazione il
cosiddetto modello sociale europeo mostra crescenti segnali di
fragilità laddove un tempo ha prosperato, mentre rimane poco più
di un traguardo lontano nei paesi freschi di ingresso. Sicurezze
date per acquisite fino a pochi anni fa e ispirate a quell’universalismo
che infonde il modello sociale europeo – la pensione pubblica,
la sanità per tutti e perfino l’istruzione – sono sotto
minaccia; per non parlare dei servizi sociali che in alcuni
paesi vengono ridimensionati prima di aver avuto l’opportunità
di crescere a sufficienza. I rimedi proposti sono tanti e
diversi, ma poggiano tutti sulla speranza di un allargamento
della popolazione che lavora di dimensioni sufficienti a
generare quelle risorse fiscali che il modello sociale europeo
richiede. Ciò significa più immigrati, più anziani, ma
soprattutto più donne che lavorano.
Qui entra in scena il Sud. Se rimaniamo nell’ambito della
‘vecchia’ Europa dei 15 vi è un Sud che comprende l’Italia -
soprattutto l’Italia meridionale - ma anche la Grecia e la
Spagna, dove la quota delle donne occupate è sensibilmente
inferiore alla media e dove è quindi maggiore il potenziale di
nuova occupazione femminile. Basta qualche numero per rendere la
dimensione di questo potenziale. Sul finire degli anni novanta
la quota delle donne Italiane fra i 20 e i 49 anni che
lavoravano avrebbe dovuto aumentare di circa venti punti per
raggiungere la media europea, coinvolgendo nello sforzo
soprattutto le regioni meridionali.

Proviamo a dire madri invece che semplicemente donne e il
problema diventa chiaro. Si tratta di stimolare l’occupazione
delle donne rendendo possibile la conciliazione di figli e
lavoro a costi ragionevoli. Per questo, anche se non solo per
questo, la Comunità Europea ha fatto delle Pari Opportunità uno
dei pilastri delle strategie per lo sviluppo economico europeo
nonostante si colga una crescente insofferenza verso le PO in
ambiti politici, professionali e fra i giovani.
Se i nobili principi delle Pari Opportunità sono ispirati anche
da più terrene esigenze fiscali, è dunque legittimo chiedersi se
davvero convenga alle donne e soprattutto alle madri aderire
all’appello per una maggiore partecipazione al mercato del
lavoro. C’è chi sostiene che Pari Opportunità e ideologia
dell’emancipazione intrappolano le donne in quell’ingranaggio
più grande di loro che è l’economia di mercato dando loro
l’illusione di scegliere e controllare finalmente in prima
persona il proprio destino. Forse, ma il fatto che la madre
lavori o meno fa oramai differenza non solo per il suo benessere
bensì anche per quello dei suoi figli. In Italia come in Europa
dobbiamo annoverare fra i nuovi poveri le famiglie con i figli
minori e la probabilità che ciò accada è molto maggiore quando
la madre non lavora. Nel 2000 più del ventisette percento dei
minori nel nostro mezzogiorno viveva in famiglie povere contro
poco più del sette percento nel Nord, un divario che la scarsa
occupazione delle madri meridionali ha contribuito a tenere
alto.
C’è un altro Sud che è destinato a pesare sull’auspicato aumento
dell’occupazione femminile in Europa. E’ un Sud economico
piuttosto che geografico, cui il ricco Nord sta attingendo per
quel lavoro di cura che non è stato sufficientemente ripartito
fra i sessi. Sono i nuovi flussi di donne migranti dai paesi
dell’Est europeo, dai paesi orientali, dall’America latina,
dall’Africa verso l’Italia, la Grecia e la Spagna (ed in
generale l’Europa ricca o il Nord-America). E’ un esercito di
colf, badanti e baby-sitter che permettono alle donne dei paesi
ricchi di continuare a lavorare. Se ne parla in termini un vero
e proprio ‘care drain’, un drenaggio di risorse di cura dai
paesi poveri a quelli ricchi che l’insuccesso nel coinvolgere
gli uomini nel lavoro di cura fa apparire come un trasferimento
diretto e potenzialmente iniquo da donna a donna, ricca la
prima, povera la seconda.
Ne nasce un paradosso che pone un’ulteriore sfida al modello
sociale europeo. Nella più ottimistica delle previsioni è
improbabile che il resto dell’Europa riesca a riprodurre il
modello Nordico dove l’occupazione femminile è cresciuta di pari
passo a quei servizi sociali che permettevano di tenere insieme
famiglia e lavoro. Le solite ragioni demografiche e fiscali
stanno infatti indebolendo tale modello negli stessi paesi dove
si è sviluppato. Perciò una massiccia espansione
dell’occupazione delle donne europee non potrà che continuare ad
attrarre risorse di cura dalle donne del resto povero del mondo,
immettendo anche queste nell’ingranaggio dell’economia di
mercato. Il paradosso è che le forme di questa immissione spesso
calpestano quegli stessi diritti e principi che il modello
sociale europeo vuole difendere per le ‘sue’ donne e per le
‘sue’ famiglie.
L’Europa deve saper raccogliere anche questa sfida. Intanto
stiamo imparando che, se l’emancipazione economica delle donne
ha i suoi lati oscuri, essa è comunque saldamente al centro
degli ingranaggi che muovono l’economia mondiale.
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“Risorse” tra l’ uso e l’abuso ci
corre…la vita
di Lidia Menapace
Quando dico “risorse”, mi viene in mente qualcosa come una
sorgente, un sorso che si ripete, immagini di utilità, come una
donna che allatta, un cane che protegge, un albero che fa ombra,
la stagione che alterna luci e notte: insomma niente di immobile
e “oggettivo” come ricchezza e abbondanza dovizia, bensì una
offerta che bisogna poter raggiungere acquisire gustare. Non è
una etimologia scientifica, però è la sensazione che provo.
Il termine serve infatti per indicare ciò che ci serve a cui
possiamo ricorrere e ottenere con qualche impegno. Ma da qualche
decennio il significato è stato volto al peggio ed è quasi
diventato temibile. Fu quando il M.I.T., l’istituto di
Tecnologia del Massachusset, uno dei più prestigiosi luoghi di
ricerca degli USA, lanciò il libro “il limite dello sviluppo”
nel quale segnalava l’insostenibilità dell’idea di uno sviluppo
senza fine, dato che le risorse non solo non sono infinite come
si era ritenuto nell’economia classica per alcune di esse (aria
acqua terra), ma addirittura “scarse”. un brivido ci colse
all’idea che d’improvviso la terra invece che farci spavento con
la sua enormità e inesauribilità, fosse di colpo diventata avara
e misera, quasi matrigna. In verità le cose non stanno così e il
termine usato da quei famosi scienziati non è ingenuo ne
innocente e serve per sostenere una dottrina e pratica di rapina
e oppressione di vari popoli del sud del mondo.
Il ragionamento era il seguente: le risorse non sono infinite,
anzi sono scarse soprattutto perché i popoli del sud sono molto
prolifici e non controllano le nascite, sicché se noi
continuiamo a fare interventi per la salute, contro la mortalità
infantile ecc. ecc. ben presto non saremo in grado di conservare
il nostro tenore di vita e livelli di consumo. Poiché ormai la
catena demografica non si può più rompere, e programmi di
sterilizzazione forzata vengono rifiutati e denunciati, bisogna
lasciar fare ai vecchi metodi di controllo delle popolazioni,
cioè a malattie mortalità infantile epidemie alluvioni carestie
e alle religioni della rassegnazione. In conseguenza di ciò
furono tolti gli aiuti medici, le medicine costarono sempre di
più (l’AIDS infuria anche perché le medicine costano troppo per
i poveri del mondo). La risposta fu una ondata di odio verso il
mondo ricco, una inarrestabile marea migratoria e anche scoperta
che l’Islam, sul quale si puntava molto per tenere rassegnate le
masse in Africa e Asia, non è affatto quella fede passiva e
rassegnata che si era sperato.
A parte l’indegnità di tali pratiche, è sbagliato il
ragionamento che sostiene il tutto: infatti le risorse non sono
infinite, ciò vuol dire che esse sono misurabili, come appunto
succede nella vita di ogni giorno: nessuno ha a disposizione
risorse infinite e la sua abilità amministrativa è appunto
quella di giocarsele bene, non sprecarle, usarle al meglio ecc.
amministrare non per nulla vuol dire distribuire la minestra,
facendo parti eque e cercando che ve ne sia per ogni commensale
e sia anche appetibile per il buon sapore e la giusta cottura.
La misurabilità delle risorse è una grande sfida alla ragione e
obbliga a scegliere accuratamente il modo di vivere. Che il 20%
della popolazione mondiale consumi (con squilibri e
ineguaglianze al suo interno) l’80% (con i massimi squilibri tra
ricchissimi e poverissimi anche al suo interno, basta guardare i
palazzi che furono di Saddam) il 20 è uno scandalo e in più una
scelta irragionevole che non mette al sicuro nemmeno gli stolidi
ricchi che siamo: infatti ci sentiamo minacciati rinchiusi nei
nostri recinti, ansiosi, infelici.
Correre sempre di più su questa strada è privo di senso, bisogna
chiedere di sapere che cosa costa già ora in incidenti
insalubrità distruzione di territorio: prendiamo come esempio
una politica dell’alta velocità e della mobilità di tutto e
tutti e tutte sul territorio e chiediamoci quanto di meno
costerebbe in vite consumi distruzione ambientale viaggiare a
buona velocità media, rispettando anche la terra. Vedere gli
sconvolgimenti provocati dall’alta velocità lungo i binari è
davvero un triste spettacolo. Fermarsi a ragionare è un buon uso
della ragione, calcolare i limiti delle possibili risorse e
imparare come si usano e risparmiano è sano. Se quando fa caldo
la risposta è l’istallazione di impianti di condizionamento o
trasporto degli anziani nei supermercati sicché si ammalino di
bronchiti reumatismi e altri guai da aria condizionata, non ci
siamo davvero. Una più alta ragione vuole che nessuno di noi,
nessuna di noi può salvarsi da solo: nemmeno il più ricco del
mondo può sottrarsi alla desertificazione, all’insalubrità
dell’aria, allo sconvolgimento del clima che ha contribuito a
provocare con le sue folli scelte economiche e di potere sulle
risorse.
Un patto solidale può aiutarci a trovare risorse che avevamo
messo da parte e trascurato; una attenta considerazione dei
nostri modi di vita ci può riconciliare con la terra. Davvero
noi stessi possiamo rendere abitabile o distruggere la terra.
Come una cosa, un bene, un oggetto può essere amministrato o
dilapidato, reso confortevole o solo esposto all’invidia dei
privilegi e lussi, così la terra e i suoi doni. È fortemente
simbolico di questo immorale modo di amministrare il fatto che
nel giubileo del 2000 non si applicò per nulla la saggia
consuetudine del popolo ebreo antico di ridistribuire la
proprietà dei campi in modo da ripartire per un altro mezzo
secolo di lavoro alla pari: la proposta di cancellare il debito
o almeno gli interessi sul debito dei paesi impoveriti non ebbe
risposta nelle magniloquenti e imperialistiche celebrazioni dei
fasti bimillenari della cristianità. Ma la rabbia dei poveri non
può essere cancellata, e si esprime in molti modi. Ci viene
annunciata non solo e non tanto con la forma del terrorismo, che
non è una invenzione dei poveri, bensì una concorrenza tra
ricchi e potenti padroni del mondo. Essa prende il volto
sofferente dei e delle migranti, di perseguitati e fuggiasche
che arrivano disprezzati disconosciuti insultati nei nostri
paesi e ci aiutano con sangue e fatica e vengono spazzati via
appena non ci servono più, ignobile comportamento che spreca la
più straordinaria risorsa, quella umana, il cui sfruttamento
scientifico del resto è uno dei vanti della “civiltà
occidentale”.
Che fare? cominciare a dire il nostro no alle proposte di
concorrenza competizione spreco prepotenza lusso guerre che ci
invadono e dare una frenata tenace e continua in tutte le
occasioni che ci presentano acquisti riuso elezioni
manifestazioni comportamenti nella spesa quotidiana, insomma
mettere in gioco il potere che abbiamo sui modi di vivere
proposti che del resto non ci rendono nemmeno felici, nemmeno
sereni, ma sempre più ansiosi frenetici rabbiosi. Una grande
parola sarebbe di lanciare un generale rallentamento dei ritmi e
tempi di lavoro e di vita, sicché ci resti anche del tempo da
vivere, da decidere all’esercizio dei diritti, della
cittadinanza, della contemplazione, del pensare, del piacere,
del riposo per noi e per la terra. Ricordando i popoli antichi
in ciò maestri e anche ricordando senza compiacimenti
moralistici o pressioni vendicative la nostra prossima miseria
passata, per riattarne la saggezza. Non è predicatorio: vivere
in modo più conforme a ragione è anche più bello, meno oneroso,
meno ansioso. Sarebbe da provarci insieme in tanti e tante come
per lanciare un messaggio da inviare con forza e semplicità ai
potenti che ci hanno portati fin qui e adesso non sanno nemmeno
più come fare a uscire dai guai che hanno provocato.
Ma persino quando si è al margine del caos è possibile provocare
rivolgimenti leggeri, distacchi graduali, insomma è possibile
usare la saggezza e avere una buona coscienza del limite. La
parola sviluppo deve uscire dai nostri vocabolari, sostituita
dalla parola misura.
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La globalizzazione in India ed il suo
impatto sull’ambiente
di Vandana Shiva
La globalizzazione in India sta sottraendo risorse ecologiche ai
poveri per trasferirle nelle mani delle multinazionali e dell’élite
indiana. La biodiversità, la terra, l’acqua – risorse che
rappresentano l’essenza stessa della sopravvivenza e la fonte di
sostentamento per i due terzi della popolazione – vengono
progressivamente privatizzate, acquisite da grandi imprese e
consumate.
Il rilascio di brevetti su forme vegetali sta incoraggiando la
pirateria biologica, vale a dire la “brevettazione” del sapere
tradizionale e delle risorse biologiche delle popolazioni
indigene.
La pirateria biologica ha assunto proporzioni devastanti: grandi
imprese sono riuscite ad ottenere brevetti sulla biodiversità
indigena e sul sapere tradizionale. Prima è toccato all’albero
di neem, poi al riso Basmati. Adesso anche il nostro frumento,
il nostro “atta”, il nostro pane “chapatis” sono stati
brevettati.
L’impresa agroindustriale statunitense Conagra ha ottenuto il
brevetto n. 6.098.905 per l’“atta”. Nel 1996 la Unilever/Monsanto
ha ottenuto un brevetto (EP 518577) affermando di aver
“inventato” la speciale farina che si usa per produrre alcuni
tipi tradizionali di pane indiano come il croccante chapatis. Il
21 maggio 2003 l’Ufficio Europeo per i Brevetti di Monaco ha
assegnato un brevetto con il n.EP 445929 e la semplice
intestazione: “piante”. La compagnia titolare del brevetto è la
Monsanto, meglio conosciuta come l’azienda numero uno del mondo
nella commercializzazione di piante geneticamente modificate.
Questa qualità di grano è stata originariamente selezionata
dagli agricoltori indiani. Allo stato attuale la Monsanto
detiene il monopolio sulla coltivazione, la selezione e la
trasformazione di questo tipo di grano.
Siccome il brevetto è un diritto esclusivo basato
sull’invenzione, i brevetti ottenuti attraverso atti di
biopirateria danneggiano l’interesse del paese: negano il nostro
diritto di proprietà sui prodotti della nostra creatività
intellettuale e scientifica, permettono che innovazioni indigene
vengano riconosciute come “invenzioni” dei biopirati. Quest’unica
ragione sarebbe motivo sufficiente per combatterli. Ma il danno
va ben oltre e produce serie conseguenze in campo economico. Nel
giro di poco tempo un brevetto biopirata può privarci
completamente di un mercato estero che diversamente
manterrebbero la loro unicità. Se il sistema dell’IPR non viene
modificato in modo da prevenire la biopirateria, tra non molto
ci ritroveremo a pagare per avere accesso a qualcosa che ci
appartiene e che è necessario per la sopravvivenza quotidiana.
Dighe, autostrade, miniere e un sistema di sfruttamento agricolo
altamente industrializzato gestito da grandi compagnie stanno
progressivamente sottraendo alle popolazioni indigene quelle
terre dalle quali tribù e contadini hanno tratto sostentamento
per millenni. Negli ultimi 50 anni ben 50 milioni di persone in
India sono state costrette a lasciare le proprie terre per fare
spazio a progetti ed attività di tipo industriale.
Il significato di questo numero è tuttavia irrilevante se si
considerano due mega-progetti legati alla globalizzazione: il
primo riguarda la deviazione dei fiumi indiani, il secondo la
costruzione di super-autostrade per garantire la “connessione”
ai mercati globali.
Il progetto “River Linking” (“Collegamento dei fiumi”) costerà
56 trilioni di rupie. È stato presentato come una cura
miracolosa per la scarsità dell’acqua. Eppure, essendo basato su
un modello ingegneristico che tiene in poca considerazione il
consumo e l’inquinamento dell’acqua, dei bacini fluviali e degli
ecosistemi, finirà soltanto per aggravare la crisi idrica.
L’acqua è diventato il principale problema del XXI secolo.
Il consumo mondiale di acqua dolce è aumentato di sei volte tra
il 1900 ed il 1995, con un ritmo di crescita pari a più del
doppio della velocità di crescita della popolazione. Se la
tendenza attuale dovesse continuare, entro il 2025 per ogni tre
abitanti della terra due si troverebbero a vivere in condizioni
di grave carenza d’acqua. Un recente Rapporto Mondiale sulla
situazione idrica lo conferma. Circa il 20% della popolazione
mondiale non ha accesso ad acqua potabile, ed il 40% non ha
acqua sufficiente a garantire adeguate condizioni igieniche e di
vita. Più di 2,2 milioni di persone muoiono ogni anno a seguito
di malattie legate all’assunzione di acqua non potabile ed a
condizioni di vita disagiate, prima su tutte per la carenza di
acqua.
Il problema in India è ancora più grave. La crescita della
popolazione sta accelerando il cambiamento demografico,
specialmente laddove i piccoli centri stanno diventando città e
le città si stanno trasformando in megalopoli. La preoccupazione
per la disponibilità di acqua dolce è aumentata giacché l’India,
che corrisponde al 16% della popolazione mondiale, possiede
soltanto il 2,45% delle risorse territoriali mondiali ed il 4%
dell’acqua dolce.
L’agricoltura industriale si è rivelata la principale
responsabile dello spreco e dell’inquinamento dell’acqua. Questo
perché la coltivazione industriale incrementa di dieci volte
l’utilizzo dell’acqua, comporta un prelievo di acque sotterranee
superiore alla loro capacità di accumularsi nuovamente e, così
facendo, aumenta le pressioni per la realizzazione di grandi
dighe e progetti di irrigazione intensiva.
L’inquinamento causato dagli agenti chimici adoperati in
agricoltura ha inoltre contaminato le sorgenti di acqua
potabile. E il recente scandalo sulla presenza di residui di
pesticidi nelle bevande analcoliche dimostra in tutta la sua
evidenza la vastità del problema dell’inquinamento dell’acqua.
La disponibilità pro capite di acqua dolce nel paese è scesa
dagli accettabili 5.177 metri cubi del 1951 ai 1.820 metri cubi
del 2001. Si stima che entro il 2025 calerà a 1.341 metri cubi.
Tutto ciò è allarmante perché il valore limite pro capite,
superato il quale scatta la vera e propria emergenza idrica, è
di 1.000 metri cubi.
Secondo un Rapporto sullo Sviluppo Mondiale dell’Acqua, l’India
è collocata al 120º posto in una lista di 122 paesi classificati
sulla base della qualità delle loro risorse idriche. Anche per
quanto riguarda la quantità l’India si trova in difficoltà, si
trova al 133º posto in una lista di 180 paesi. (Bangladesh, Sri
Lanka, Nepal e Pakistan) sono in condizioni nettamente migliori,
sono rispettivamente il 40º, 64º, 78º e 80º posto (The Indian
Express, New Delhi, 6 marzo, 2003).
Le donne sono costrette a sopportare l’enorme peso della carenza
e dell’inquinamento dell’acqua. Sono donne quelle che si sono
tradizionalmente dimostrate sagge amministratrici e guardiane
delle risorse idriche e agricole per questo oggi è assolutamente
necessario che le donne partecipino alla gestione dell’acqua per
assicurare una sufficiente riserva di acqua sicura. L’azione
politica le deve incoraggiare affinché partecipino ai processi
decisionali per tutto ciò che riguarda la distribuzione, la
conservazione e l’uso dell’acqua nella propria regione.
Non è un caso che siano proprio le donne indiane a guidare la
lotta per la protezione delle risorse idriche e la difesa dei
diritti sull’acqua.
In un piccolo villaggio di Plachimada le donne della tribù si
sono scontrate con il gigante delle bevande analcoliche – la
Coca Cola Company – e stanno ottenendo buoni risultati nella
lotta per far chiudere la fabbrica. I loro stabilimenti furono
costruiti per produrre Coca Cola, Fanta, Sprite, Limca, Thumps
Up, Kinley e Maaja; nel giro di un anno la disponibilità
dell’acqua incominciò a calare poiché, secondo la comunità
locale, ben 6 pozzi avevano estratto un milione e mezzo di litri
al giorno e, per di più, risultava inquinata cosicché le donne
dovevano fare chilometri a piedi per procurarsi acqua potabile.
Decisero dunque di porre fine all’idropirateria della Coca Cola
e incominciarono a protestare davanti alla fabbrica. Per
celebrare il primo anniversario della lotta, il movimento locale
mi invitò in occasione dell’Earth Day (Giornata della Terra)
2003.
A partire da allora il movimento si è allargato. Il Panchayat
(consiglio) eletto localmente si è messo alla testa di una
campagna legale ed ha stabilito la necessità di una licenza
condizionata per installare un motore per l’estrazione
dell’acqua. Ciononostante la fabbrica ha continuato ad estrarre
ogni giorno migliaia di litri di acqua pulita da più di 6 pozzi
usando pompe elettriche per produrre migliaia di litri di
bevande analcoliche. In passato l’industria depositava nelle
aree esterne al complesso industriale materiali di scarto che,
durante la stagione delle piogge, si diffondevano nelle risaie,
nei canali e nei pozzi, provocando seri rischi per la salute. Il
risultato di tutto ciò è che 260 pozzi costruiti dalle autorità
pubbliche per fornire acqua potabile e l’irrigazione dei campi
si sono esauriti.
Diventa così sempre più difficile conservare le tradizionali
sorgenti di acqua potabile, proteggere gli stagni e le cisterne
d’acqua, tenere sotto controllo le idrovie e i canali, far
fronte alla carenza di acqua potabile. Alla denuncia la Coca
Cola a reagito cercando di corrompere il presidente del
Panchayat il quale, per risposta, ha avviato presso la Corte
Suprema di Kerala un procedimento penale contro la Coca Cola a
difesa del pubblico interesse.
Il tribunale ha accolto la richiesta con una disposizione del 16
dicembre 2003 dove il giudice ha ordinato alla Coca Cola di
smettere di utilizzare abusivamente l’acqua di Plachimada. La
sentenza fu accompagnata da questa dichiarazione:
“La dottrina dell’amministrazione pubblica si fonda prima di
tutto sul principio che determinate risorse come l’aria, le
acque del mare e le foreste hanno una tale importanza per la
collettività che sarebbe assolutamente ingiustificato renderle
un oggetto di proprietà privata. Poiché le suddette risorse sono
un dono della natura devono essere rese liberamente accessibili
a ciascuno, indipendentemente dalla sua condizione. La legge
affida al governo il dovere di proteggere le risorse e di
destinarle al godimento pubblico, e di non permettere il loro
sfruttamento a fini privati oppure commerciali”.
La sentenza del tribunale è un riconoscimento del movimento
delle donne contro la Coca Cola.
A Plachemada, per festeggiare la vittoria legale e sostenere la
lotta fino alla chiusura degli stabilimenti della Coca Cola, è
stata organizzata una Conferenza mondiale sull’acqua (21-23
gennaio 2004).
La conferenza di Plachemada, presieduta dall’eminente letterato
Sukumar Azhikode, ha registrato la partecipazione di più di
2.000 persone. I partecipanti alla conferenza hanno inoltre
preso parte ad una manifestazione di fronte alla fabbrica della
Coca Cola guidata da me, dal francese Jose Bove e dal canadese
Maude Barlow.
Il 4 febbraio, la Commissione Parlamentare sulle bevande
analcoliche ha stabilito la legittimità della richiesta del
movimento di Plachemada di porre fine all’estrazione di acqua
dal sottosuolo da parte della Coca Cola. La Commissione
Parlamentare, facendo riferimento alla sentenza della Corte
Suprema di Kerala , ha stabilito che la Coca Cola e la Pepsi non
potevano avere libero accesso all’acqua del sottosuolo.
Da “India splendente” ad uno sviluppo partecipativo e
sostenibile
La costruzione di super autostrade in tutta l’India fa anch’essa
parte dell’agenda della globalizzazione. Le super autostrade
sono state il fulcro della campagna governativa “India Shining”
(“India Splendente”). Eppure il prezzo che la popolazione sta
pagando in termini di costi sociali ed ecologici per queste
autostrade e superstrade supera di gran lunga i benefici che una
limitata classe privilegiata sta ottenendo dalla realizzazione
di vie di comunicazione più rapide.
Contrariamente a quanto affermato dal governo, la costruzione
delle autostrade non è un’innovazione indigena che emerge dai
bisogni e dal suo contesto socio-economico; non è affatto un
simbolo dello sviluppo indigeno e delle scelte democratiche del
popolo indiano. Alla sua testa ci sono istituti finanziari come
la World Bank e la ADB, che si servono dell’espansione delle
autostrade per creare mercati per le automobili da una parte e
privatizzazione delle infrastrutture dall’altra. Questi progetti
risalgono a prima del governo NDA. Le autostrade sottraggono
libertà alla popolazione e creano un nazionalismo centralizzato
ed esclusivo per pochi privilegiati.
Le autostrade nazionali sono una ricetta utile allo spostamento
e sradicamento di persone ed ecosistemi. Il governo ha emendato
la “Legge sull’Acquisizione della Terra”emanata per acquistare
terreno per le autostrade successivamente privatizzate. Se la
realizzazione dell’autostrada Taj ha consentito alle industrie
Jai Prakashdi di impadronirsi di 600 acri di terreno a Noida per
la realizzazione di 160 km di autostrada, è facile dedurre che
per la realizzazione di 58.112 km di autostrada il terreno che
verrà “acquisito” sottraendolo ai contadini ed alle foreste alle
condizioni draconiane stabilite dalle leggi per l’acquisizione
della terra sarà equivalente a 217.920 acri. La sottrazione di
terreno agricolo e di foreste provocata dalle autostrade fa così
sembrare una cifra irrisoria i 15 milioni di spostamenti
verificatisi a partire dall’indipendenza del paese. Lo stato
dovrà inoltre sostenere gli ingenti costi necessari alla
realizzazione delle autostrade. Pertanto il progetto delle
autostrade non comporta soltanto una sottrazione di libertà alla
popolazione e di terreno agli agricoltori, ma determina anche
una sottrazione di fondi pubblici.
Il tragico assassinio di Satyendra Dubey, che cercò di
denunciare la corruzione legata al progetto “Golden Quandrangle”
finanziato dalla World Bank, è soltanto la punta dell’iceberg.
Il giudice Mishra ha parlato di “saccheggio e frode nella forma
più evidente” in riferimento ad un altro caso legato alle
autostrade: la “Taj Express Way”. Oltre a Satyendra, anche altri
ingegneri sono stati assassinati negli ultimi due anni per
questioni legate all’affare delle autostrade: L.N. Singh, Indu
Bhushan, S.C. Rai, Masood Alam Siddiqui, S.K. Bajpayee e Anwar
Mehndi Rizwi.
La promozione del trasporto su strada porterà il consumo di
benzina da 6 milioni di tonnellate a 25 milioni di tonnellate ed
il consumo di gasolio da 30 milioni di tonnellate a 100 milioni
di tonnellate entro il 2015, e farà crescere di circa sei volte
il volume del traffico merci su strada. Un’ottima ricetta per
aumentare di tre o quattro volte le emissioni di gas serra e
peggiorare la situazione dei cambiamenti climatici con un
aumento delle alluvioni e della siccità, delle ondate di caldo e
di freddo, delle morti legate a tali fenomeni. Rispetto al
trasporto ferroviario, il trasporto su strada genera un
inquinamento otto volte superiore, una distruzione della terra
dieci volte più grande, un inquinamento acustico sei volte
maggiore, un consumo di energia ed un danno tre volte più grande
ed una percentuale di incidenti venti volte più alta. Altri
costi ecologici riguardano il trasporto dell’acqua, il blocco
del sistema naturale di accumulo dell’acqua nel sottosuolo e dei
sistemi di drenaggio.
In India si è verificato un incremento straordinario del numero
di automobili presenti sul territorio: dai 37 milioni del 1997
ai 590 milioni del 2002. Un aumento determinato anche da
politiche di credito viziate che nel giro di pochi anni
(1997-2002) hanno provocato il raddoppio del debito interno del
paese. E questo debito non è sicuramente un simbolo dell’“India
Splendente”.
Così come non lo sono i tre milioni di morti a seguito di
incidenti automobilistici. Gli incidenti stradali sono diventati
la principale causa di morte in India, con una percentuale pari
al 37% di tutte le morti violente. La prima autostrada indiana,
la Mumbai-Pune, si è rivelata un’autostrada killer. Nel 2003 ci
sono stati 800 incidenti in un tratto di 90 km. Sull’autostrada
nei pressi di Ghaziabad si sono verificate 700 morti. L’India
non può certo essere “splendente” con il più alto tasso di morti
su strada del mondo con un danno enorme anche in termini
economici.
Le autostrade si sono anche dimostrate un fattore di incremento
per le violenze contro le donne, il traffico sessuale e la
diffusione dell’AIDS. Si stima che più di 4,5 milioni di adulti
nel paese sono stati infettati dal virus HIV, con costi
altissimi per l’economia indiana. I programmi di prevenzione
dell’AIDS dovranno pertanto essere implementati per tutta la
lunghezza delle principali autostrade (7.000 km).
Ciò di cui l’India ha bisogno non è l’ossessivo ed esclusivo
impegno a costruire autostrade ma a bisogno di un pluralismo nei
trasporti e nella mobilità che garantisca al pedone, al
ciclista, al carro trainato dai buoi, al risciò, al veicolo a
due ruote un uguale spazio ecologico e democratico che permetta
di assicurare la mobilità a tutti, e non solo all’élite
proprietaria di auto.
È necessario che il governo porti avanti una trasparente
verifica sociale ed ecologica ed una completa analisi del
rapporto costi-benefici del Progetto Autostrade, e che la
campagna pubblicitaria sull’“ India Splendente” lasci il posto
ad un piano di sviluppo partecipativo e sostenibile.
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L’impegno di Mani Tese contro lo
sfruttamento dell’infanzia e per l’istruzione universale.
di Mariarosa Cutillo
Responsabile Relazioni Esterne ed Internazionali
Si può parlare di lotta alla povertà, di democrazia, di sviluppo
senza affrontare alcune delle piaghe più drammatiche che
affliggono la Comunità Internazionale, come lo sfruttamento
dell’infanzia e l’analfabetismo …sarà forse ovvio, ma credo di
no.
Dai primi anni ’90, partendo da alcuni progetti di sviluppo in
India, Mani Tese ha iniziato ad occuparsi di promozione dei
diritti dell’infanzia e di lotta allo sfruttamento, proprio su
“ispirazione” delle associazioni e dei movimenti che
l’Associazione sostiene.
Un impegno che non poteva aspettare e che non può aspettare
perché, secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del
Lavoro (OIL) ci sono nel mondo almeno 246 milioni di bambini
sfruttati, in attività pericolose senza avere accesso
all’istruzione.
Un impegno che Mani Tese sostiene con progetti di lotta alla
povertà, di riabilitazione e scolarizzazione dei ragazzi, di
sostegno alle famiglie per promuoverne l’autosufficienza
economica.
Un impegno che nell’azione politica si snoda su più livelli a
partire dalla sensibilizzazione, alla pressione sui Governi e
sulle Organizzazioni Internazionali, perché gli impegni contro
lo sfruttamento e la povertà vengano mantenuti, perché si parta
soprattutto dall’accesso all’istruzione come arma fondamentale
per combattere lo sfruttamento.
Il legame tra povertà, mancato accesso all’istruzione e
sfruttamento è chiaro ma vale la pena riportare alcuni dati, per
ricordare una situazione drammatica verso la quale la Comunità
Internazionale sta facendo ancora troppo poco.
La volontà politica della Comunità Internazionale è, infatti,
ancora troppo debole, soprattutto nel devolvere le risorse
necessarie ad assicurare l’accesso universale all’istruzione, un
settore cruciale con un giro d’affari, secondo l’OCSE, di 30
miliardi di dollari, il che equivale al 3% del totale dei
servizi nei Paesi Industrializzati.
Per dare un’idea di questa situazione:
- 115 milioni di bambini non hanno mai frequentato la scuola
- 150 milioni di bambini hanno iniziato la scuola primaria ma
hanno abbandonato gli studi prima di imparare a leggere e
scrivere, i due terzi sono bambine. Riguardo all’istruzione
delle bambine è interessante notare che i bambini di donne che
hanno completato l’istruzione primaria hanno in media doppia
possibilità di sopravvivere oltre i 5 anni di età, e la metà di
soffrire di malnutrizione. Le madri che hanno terminato
l’istruzione primaria sono per il 50% più propense ad
immunizzare i loro figli;
- il 94% dei bambini che non frequenta la scuola vive nei paesi
in via di sviluppo.
- 860 milioni di adulti analfabeti nel mondo. I due terzi degli
adulti analfabeti sono donne;
- Il numero di bambini frequentanti la scuola è aumentato a
partire dal 1990, ma in seguito ad un corrispondente declino
nella qualità dovuto all’aumento delle dimensioni delle classi,
alla mancanza di investimenti da parte degli Stati nel campo
dell’istruzione, i bambini sono più propensi ad abbandonare la
scuola. Per esempio, per la carente qualità dell’insegnamento e
l’inadeguatezza delle strutture scolastiche il 60% dei bambini
ha lasciato la scuola pressoché analfabeta.
- Se le tendenze attuali continuano, 88 Paesi non raggiungeranno
gli obiettivi dell’istruzione di base stabiliti per il 2015, e
per i quali è prevista una verifica proprio nel 2005. Ciò
significa che ancora nel 2015, 75 milioni di bambini in età
scolare non frequenteranno la scuola. Per citare il solo caso
dell’Africa, nel corso degli anni ’90 il numero di bambini
iscritti alla scuola primaria è sceso in 17 Paesi africani. Se
le tendenze correnti continuano, l’Africa conterà entro il 2015
i due terzi dei bambini non frequentanti la scuola
Cruciale è l’aumento dell’investimento di fondi da parte degli
Stati a livello nazionale e nell’aiuto allo sviluppo per
garantire l’accesso all’istruzione universale, gratuita e di
qualità.
Le agenzie e le ONG e movimenti impegnate sul tema hanno stimato
che sarebbero sufficienti 10 miliardi di dollari all’anno per
garantire l’accesso universale all’istruzione di base a partire
dai PVS entro il 2015.
Eppure anche qui i dati parlano chiaro:
- I fondi di cooperazione internazionale diretti a garantire
l’istruzione diminiuscono, sono passati, in totale da 5.98
Miliardi di dollari nel 1999 a 4.72 miliardi di USD nel 2000. I
maggiori ricettori di questi fondi sono Africa (47%) e Asia
(23%) seguono America Latina (7%) e Medio Oriente (6%) ;
- I Paesi del G7 attualmente allocano una cifra pari a circa 639
milioni USD all’anno per l’istruzione di base, un’inezia se
confrontati con i 10 miliardi di USD necessari;
- La spesa attuale dei G8 per l’accesso all’istruzione è ancora
inferiore al costo di un missile Stealth;
- I primi 7 Paesi che sono stati inclusi nella Fast Track
Initiative dalla World Bank nel 2002, necessitano di 430 milioni
di dollari entro il 2005 per iscrivere a scuola 3.9 milioni di
bambini. I Paesi donatori hanno, ad ora destinato meno della
metà di questa cifra, riciclando più o meno gli stessi fondi
negli anni;
- La Commissione Europea ha erogato il 4.1% del budget generale
combinato della Commissione e del Fondo Europeo per lo Sviluppo
all’istruzione.
E’ essenziale il ruolo giocato dai Paesi donatori in questo
senso; dei 10 miliardi di dollari necessari, si calcola che 5.6
miliardi debbano provenire dai Paesi donatori, il che equivale a
meno di tre giorni della spesa mondiale il armamenti.
Di impegni ne sono stati assunti molti, troppo spesso parole cui
non sono seguiti i fatti, a partire dalla Convenzione ONU sui
diritti dell’Infanzia, ai fondi promessi per la cooperazione
internazionale.
Ma noi non ci scoraggiamo e non si sono scoraggiati i 134
ragazzi – ex lavoratori ed attivisti per i diritti dell’infanzia
- che da tutto il mondo sono arrivati a Firenze, nel maggio 2004
al primo “Children’s World Congress on Child Labour” che Mani
Tese e CGIL, CISL e UIL hanno organizzato nell’ambito dell
Global March against Child Labour, movimento che Mani Tese
coordina per l’Europa dal 2000.
I ragazzi di Firenze hanno fatto sentire la propria voce e
adottato una dichiarazione “Noi siamo il presente: la nostra
voce è il futuro!” che speriamo possa “svegliare” una Comunità
Internazionale che fa ancora troppo spesso finta di non vedere.
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