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LUNE DI PRIMAVERA 1997

 
 

Programma

Edizioni

Bando

 
 
 

FELICIA OLIVIERO

La sala è piena. Conosco solo quelle che hanno organizzato questa conferenza dibattito.

Sono molto presa, mi attorciglio i capelli e non ascolto quello che la compagna dice per presentarmi. Grosso errore, perché poi devo in qualche modo rispondere, ma è più forte di me, non ci riesco.

Sento tanti occhi che mi scrutano. La cosa non mi è nuova, ma poiché il pubblico è sempre diverso e sconosciuto mi si mettono in moto i meccanismi di conquista. Questo è un pubblico speciale. Sono quasi tutte donne. Le devo conquistare. Sono sicura di esserci riuscita se le vedo ferme e rilassate sulle sedie. Se cominciano a muoversi anche solo per cercare una posizione più comoda, capisco che le mie parole non le sfiorano neppure.

Devo conquistare queste donne! E poi sono, dopo tanti anni, nella mia città ed in fondo alla sala c’è mia madre che parlotta con le sue amiche, indicandomi, ora, orgogliosamente.

Devo ammettere che le ho regalato dei brutti momenti.

Questioni generazionali! Posso quasi sentire le sue parole:

“ te la ricordi ora?… no, non si è sposata… sai è sempre in giro…”

Devo superare me stessa! Le devo conquistare… fosse solo per mia madre.

Cerco di riorganizzare le idee. Non ho mai preparato con tanta attenzione un intervento. Guardo la scaletta sempre ma che non seguo mai.

 

   Donne / Madri 

   - cattive/potenti nelle fiabe e nel mito

   - chi e perché uccidono – matrigne, streghe, Agave,

   Clitennestra, Medea, fate e sante.

   Fiabe:

   - deve essere tutto collegato al bacio, al risveglio, al

  rapimento

  - ranocchi e principi

  - “prove” e “premi” (matrimonio)

 

   Mito:

  - cito il libro della Cavarero  Nonostante Platone

 sviluppo Penelope e Demetra

 - Penelope = separatismo, la sua casa come segno vitale

della soggettività femminile

 - lascia che la polis sia altrove – non invda, non tocchi

la sua dimora che è il luogo delle donne

 - Demetra = non si nasce da soli ma in due

  - duplice ordine di sguardi che dai due sessi vanno alla

madre, nel somigliare (figlia) nel definire ( figlio)

 -  matricidio

 - autodeterminazione – è riduttivo pensare alla cruda

scelta dell’aborto volontario per ribadire la giusta

pretesa   dell’ordine natale calpestato

 Lidia Menapace:

 - Abramo – quintessenza del patriarcato – sacrificio del

figlio Isacco – la madre, patriarca, viene esclusa dalla

vicenda, esclusa persino dall’obbedienza della legge

(la legge di dio) : decisione presa sopra la pelle delle

donne… e Maria allora? Mai gravidanza è stata tanto

subita, la maternità sofferta – sessualità negata.

Contenitore di passaggio ed insieme esclusa dalla

Conoscenza (nel caso ampliare e citare la Maddalena di

 Bioetica:

 - bisogno di maternità indotto e/o ridotto dalla società a

seconda dei suoi bisogni

 Donna contenitore:

-utero come laboratorio

 Chi siamo:

 - finire con la matrioska – contiene l’altra nei due sensi,

della grandezza e della piccolezza

 

 

Sono  molto concentrata sulla scaletta, anche se ho sempre guardato le persone in sala rispondendo con sorrisi ai loro sguardi. Incrocio due occhi che mi fissano divertiti. Silenzio e profumo di gelsomino.

“Che hai, che abbiamo, che ci accade ! conosco dell’amore quel poco che mi hanno insegnato gli occhi che mi hanno saputo amare”

Eravamo convinti che Neruda l’avesse scritta per noi!

Mi porto la mano alla guancia: è di fuoco! I ricordi bruciano.

Era stato per tutti e due il primo amore, poi – ho cancellato il perché – io sono diventata per lui invisibile. Mi guarda sventolando un foglietto. So perfettamente cos’è: il mio addio.

“Mi allungo , mi accorcio, mi allargo, mi stringo…non fa male!

posso essere calpestata, spezzata…non mi faccio più male.

Posso seguirti, abbracciarti, colpirti, nascondermi o giocare.

Non soffro più, non ho più cuore, ricordi , desideri.

Vivo alla giornata. sono ombra!

Cazzo , sono proprio a terra oggi !!”

Non lo vedevo da allora. Il mio corpo è un festa…questa carica emotiva renderà più sincere ed efficaci le mie parole.

Lo ringrazio con un cenno della testa. Non riesco a ricordare il dettagli che mi aveva fatto innamorare.

L’applauso mi coglie di sorpresa, sobbalzo. Come inizio non è male! L’imbarazzo dura solo un attimo, poi mi alzo e…non mi piace stare dietro ad un tavolo,  perciò mi dirigo il più possibile verso il pubblico, verso di voi, con il microfono a spalla piantato sulla giacca mia seconda pelle che metto per sentirmi a mio agio e nelle cui tasche sono sicura di trovare tutto quello che mi può servire, dal fazzoletto alla spilla da balia (il mostro) passando per la altre diecimila cose utili. Ha un altro vantaggio. Le tasche…eh , si! Ed io posso nascondere le mani delle quali un po’ mi vergogno. Non sono belle… mangio le unghie, perché? Mancanza d’affetto dicono i più. Io di solito rispondo che le mangio perchè…sono buona!mi mangio perché mi piaccio!

Io la chiamo la “giaccacasa”. Non è bella? (piccola sfilata di moda) forse un poco démodé … è vetero, come me! Mi sta bene! Mi giro per farla vedere ed incrocio lo sguardo contrariato di mia madre. Ma che faccio, sono impazzita? Mia madre…. mamma…

Da tutti capita e mai fraintesa sarò se la giacca indosso avrò… e non è poco! Insomma è il mio portafortuna. Mi dico sempre che non è vero, poi, poi la vado a cercare, la indosso e voilà… sono tranquilla e sicura. È la mia copertina. No, non avevo una copertina da piccola, avevo un cuscino piccino di piume, Teresina. Anche la mia nonna materna si chiamava Teresa  ed io appena potevo le facevo tante trecce piccole piccole. Era anche lei, come me, una donnina piccina piccina picciò. Ognuna di noi ha avuto bisogno e/o ha bisogno di sicurezze. Magari dopo mi direte se  anche voi  avete una giaccacasa.

Questo è il mio modo di presentarmi: di me già sapete che avevo una nonna e un cuscino, Teresa e Teresina, che ho la mamma là in fondo, che sono legata alle mie radici ( e vai!!) ai colori forti e violenti della terra, alla fantasia e alla generosità della mia gente e … alla giaccacasa ( mi guardano divertite, sono quasi felice… e vai!! Devo sbalordirle, cambio tono di voce) e poi…

Ho chiuso mille volte gli occhi sperando in un bacio! Ho dato la caccia a tutti i ranocchi dello stagno. Ho teso la mia mano, il mio braccio, il mio corpo sperando che con un amoroso  e violento strattone lui mi portasse via… lontano: tutto inutile!

Perché il ranocchio non si è trasformato in un principe?

Perché non mi ha svegliata con un bacio?

Perché non sono stata rapita dall’amore?!

Perchè questo succede solo nelle favole!, è questa la risposta che immancabilmente mi viene data, o… perché non ci credi sul serio… perché la tua ora non è ancora arrivata… perché non dai un mano al destino…

Non è vero! È da un pezzo che indosso la giaccacasa!

E poi sono li, circondata da ranocchie che cercano di raggiungere la mia bocca , che vogliono un mio bacio , che mi vengono addosso come tanti spermatozoi che corrono impazziti per fecondare l’ovulo. Li guardo, sono ridicoli. Tento disperatamente di togliermeli di dosso, comincio a saltellare per calpestarli. Le mie mani sono frenetiche, cerco di prenderli e lanciarli il più lontano possibile, ma tornano, tornano tutti velocemente. Mi fanno schifo, sono viscidi, verdi e gonfi. sono  tanti. Cerco di fuggire ma mi si attaccano addosso come ventose. Mi vogliono, ma perchè, cosa ho di strano?! Urlo: “Sono sempre la stessa, non sono cambiata”. Sono sola, disperata e non ho più fiato…provo a giocare d’astuzia. Mi lascio cadere e mi fingo morta, anzi, no , addormentata….occhi chiusi. Allora sento che si avvicinano alla mia bocca. Aliti puzzolenti…aglio, cipolla o cosa? Denti cariati…alcuni si trasformano in bocche, in denti che cercano di mordere le mie labbra, la mia lingua. Quello che puzza d’aglio mi ha leccata tutta… l’odore, il cattivo odore. Quello alla cipolla ha tentato una bassezza incredibile. Si è spogliato… e mi ha fatto piangere. Allora tutti – ma non ero sola?- hanno capito che fingevo: voci, tante voci. C’è anche mia madre (le sorrido, perché quella faccia?) che scuotendomi tenta di farmi alzare.

Un coro di :” Hai perso una buona occasione…” “ Perché hai finto?” “ C’erano i principi e tu li hai mandati via”. “ sempre la solita!”. “ Chi credi di essere?” . “ Zitella resti”,”come? Puzzavamo… e allora?”

Allora ho fatto quello che si aspettavano da me. Ho teso la mano, il braccio, tutto il mio corpo… e lui mi ha rapita. Rapita da mia  madre, che non ha fatto nulla per trattenermi. Potenza materna svilita e piegata al ruolo di involucro riproduttivo, di organo di nutrizione e accudimento! Mai sentito parlare di Demetra? Di Kore? Solo di core de mamma!?

Rapita da mia madre! – evito il suo sguardo-

Mi ha sussurrato parole dolci del tipo “ Ho bisogno di te “, che è il massimo. Io l’abbraccio...puzzava, ma puzzano proprio tutti!

Allora l’ho lavato… profumato. Ho lavato la sua roba, l’ho stirata, l’ho rivestito e lui mi ha portata, “ è la volta buona”, mi dicevano, “ Ci sei riuscita”, nel suo castello incantato.

L’ho dovuto pulire tutto, dal giardino alla torre più alta, dalla cantina alla soffitta. Mai visto un castello così grande, così sporco. Mai vista cantina così fornita… ho pulito tutto.

Ma la mia stanza dov’è? Possibile che la mia stanza è la nostra camera da letto ? !

Ma lui mi ama, ho all’anulare la fede e posso fare all’amore e 1, 2, 3, 4, figlie femmine. Tutte insieme? Magari! Una per volta… 5, 6.

“ Sei il mio contenitore”, mi dice nei momenti d’amore… e non  contento ha affittato il mio utero. Ho avuto un figlio ( mio?) maschio, si è incazzato con me. Non era il suo , ho tentato di spiegargli che il sesso lo determina il maschio. Ma lui non mi ascolta, non mi ascolta mai!

Ha affittato il mio utero. Per umanità!

Dividiamo con gli altri la nostra felicità. (mia madre evita il mio sguardo.) loro non possono… ed io sono sempre incinta, sempre con la pancia… sempre per AMORE.- quale idea d’amore!?-

Sono io che ho steso la mano, il braccio. Il corpo. Me la sono proprio cercata. Per amore , per amore di questo principe che torna a  casa solo per mettermi incinta. Io sempre ad aspettare. Aspetto, invecchio e divento sempre più piccola.

Invecchio solamente io. Lui no, è sempre giovane , arzillo, ben pulito e gagliardo. non mi vuole più. Sono vecchia e non posso più dargli figli. Non sono più utile! Ne ha rapita un’altra che non mi vede neppure perché sono sempre più piccola, talmente piccola, che un ranocchio mi mangia in un attimo.

Allora decido che non posso essere mangiata, che non ha senso finire, per colmo di merda, proprio in un ranocchio…

Magari quello mi voleva baciare. Cresco, cresco e lo faccio scoppiare.

Mi sveglio di botto, mi giro nel letto. “Avanti, entra!”

Ho la bocca amara e mi torna quello che ho mangiato a pranzo. Cipolle al forno, carote all’aglio, rane fritte. Castagne arrosto, il tutto accompagnato da buon vino rosso che in un attimo mi ha ubriacata. Mi blocco sul letto. Sono tutta sudata. Mi scrollo come un cane bagnato e rido, rido a crepapelle…”Entra, entra!”

Così mi vede mia madre entrando con il caffè!

Mi guarda interdetta…  “tu sei strana davvero! Dobbiamo andare, voglio presentarti delle amiche prima della conferenza. Mi raccomando…”

In quel “mi raccomando” c’è il terrore di vecchie incomprensioni, frutto di brutti momenti che ci siamo regalate. La guardo negli occhi, l’abbraccio. Sorride.

Rido ancora uscendo da casa. Le mani infilate nelle tasche della giaccacasa giocano con gli appunti.

classificata tra le vincitrici al concorso letterario multiculturale "LUNE DI PRIMAVERA " 1999

 

   Felicia Oliviero. Nota biografica

 

Felicia Oliviero nasce ad Ercolano il 31 ottobre 1948. Trascorre l’infanzia fra Ercolano. Napoli. Nel 1968 si trasferisce a Portici. In quegli anni milita nella Federazione Giovanile Comunista. Nel 1970 aderisce a “il manifesto”. Nell’agosto del 1971 si trasferisce a Milano per lavorare all’Inps. Il 15 maggio del 1972 sposa Enrico Mantovani, perugino, che aveva conosciuto a Portici. Agli inizi del 1973 si stabilisce a Perugia. Il 16 aprile nasce Marta.

Nel 1974, con l’occasione della campagna referendaria sul divorzio inizia a “fare politica” attraverso lo spettacolo Fanfa…zzata. Nel 1975 s’impegna nella campagna elettorale di Democrazia Proletaria per le elezioni regionali ed amministrative partecipando allo spettacolo Zac…cagnara.

In quegli anni prende parte al movimento delle donne di Perugia prima e dopo l’approvazione della legge 194. E’ di questo periodo l’impegno all’interno dei consultori. Di questa esperienza scriverà, insieme a sue compagne, nell’articolo Siamo state noi. Il 26 marzo del 1978 nasce la figlia Paola. Negli anni ’80, svolge attività sindacale come segretaria della Cgil-Inps, nel “Coordinamento Donne” della Cgil regionale umbra e nel “Centro Donne” della Camera del Lavoro di Perugia. Nel 1984 diventa funzionaria di vigilanza dell’Inps.

Nel 1987 viene costituito il “Comitato Internazionale 8 Marzo” di cui Felicia è fra le fondatrici. In questa associazione iniziano le prime elaborazioni teatrali collettive che, nel 1989, sfoceranno né Il gioco dell’oca, un’animazione sulla condizione della donna. Questa iniziativa coincide anche con la formazione del gruppo “La Goccia” che, nel 1993, si trasformerà in Associazione Culturale “La Goccia”. Nel 1993 il gruppo mette in scena di Le cose che non so dire, spettacolo realizzato con scritti delle stesse interpreti.

Gli anni successivi sono quelli di maggiore impegno: al lavoro e agli “obblighi familiari” si unisce un’intensificazione delle iniziative (mostre, conferenze, stage, iniziative contro le guerre). E’ attiva anche nel “Comitato per la difesa della legge 194” e nella Commissione Lavoro del “Centro per le Pari Opportunità della Regione Umbria”.

La sua produzione artistica è concentrata nella seconda meta degli anni ’90. Con alcuni racconti partecipa a concorsi letterari. Il racconto La scaletta è fra i vincitori nel 1998 di “Lune di primavera”. Brevi pezzi teatrali vengono da lei scritti ed interpretati: Punto nel 1998; Nulla è mai come appare nel 2000. L’ultimo lavoro, Fermati e pensa. Se vuoi racconta, uno spettacolo contro la guerra, viene presentato a Perugia il 21 giugno del 2001 nell’ambito di “Lune di primavera”, iniziativa organizzata dal “Comitato Internazionale 8 Marzo”

Il 13 luglio, mentre sta preparando con le sue compagne una performance contro la guerra, viene colta da malore e perde la parola. Le viene diagnosticato un tumore polmonare con metastasi al cervello. Verrà sottoposta a varie operazioni e trattamenti per oltre quattro anni. Nonostante tutto, riesce ad impegnarsi soprattutto durante i primi periodi: recita ancora in AVE. To the Lost Moon Sisters a Tubingen nel settembre del 2002, riorganizza alcuni dei suoi lavori, altri rimangono incompiuti. Le difficoltà di lettura e di scrittura si manifestano spesso e con intensità.

Il 16 aprile del 2005 “La Goccia” mette in scena lo spettacolo MADRES - Processo Etico Popolare lavoro per la cui preparazione Felicia aveva presentato alcuni appunti e nel quale viene introdotta la poesia, Donne in Nero. Non riesce, però, a partecipare allo spettacolo. Felicia muore il 2 dicembre. Il suo corpo viene cremato. Aveva scritto in Le cose che non so dire: “Perché la cremazione? Perché non riesco a pensare al mio corpo che produce vermi e poi perchè  le streghe morivano sul rogo”.

 

 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo