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La sala è piena. Conosco solo quelle che hanno
organizzato questa conferenza dibattito.
Sono molto presa, mi attorciglio i capelli e non
ascolto quello che la compagna dice per presentarmi. Grosso errore,
perché poi devo in qualche modo rispondere, ma è più forte di me,
non ci riesco.
Sento tanti occhi che mi scrutano. La cosa non mi
è nuova, ma poiché il pubblico è sempre diverso e sconosciuto mi si
mettono in moto i meccanismi di conquista. Questo è un pubblico
speciale. Sono quasi tutte donne. Le devo conquistare. Sono sicura di
esserci riuscita se le vedo ferme e rilassate sulle sedie. Se
cominciano a muoversi anche solo per cercare una posizione più
comoda, capisco che le mie parole non le sfiorano neppure.
Devo conquistare queste donne! E poi sono, dopo
tanti anni, nella mia città ed in fondo alla sala c’è mia madre
che parlotta con le sue amiche, indicandomi, ora, orgogliosamente.
Devo ammettere che le ho regalato dei brutti
momenti.
Questioni generazionali! Posso quasi sentire le
sue parole:
“ te la ricordi ora?… no, non si è
sposata… sai è sempre in giro…”
Devo superare me stessa! Le devo conquistare…
fosse solo per mia madre.
Cerco di riorganizzare le idee. Non ho mai
preparato con tanta attenzione un intervento. Guardo la scaletta
sempre ma che non seguo mai.
Donne
/ Madri
-
cattive/potenti nelle fiabe e nel mito
-
chi e perché uccidono – matrigne, streghe, Agave,
Clitennestra,
Medea, fate e sante.
Fiabe:
-
deve essere tutto collegato al bacio, al risveglio, al
rapimento
-
ranocchi e principi
-
“prove” e “premi” (matrimonio)
Mito:
-
cito il libro della Cavarero Nonostante
Platone
sviluppo Penelope e Demetra
-
Penelope = separatismo, la sua casa come segno vitale
della soggettività
femminile
-
lascia che la polis sia altrove – non invda, non tocchi
la sua dimora che
è il luogo delle donne
-
Demetra = non si nasce da soli ma in due
-
duplice ordine di sguardi che dai due sessi vanno alla
madre, nel
somigliare (figlia) nel definire ( figlio)
-
matricidio
-
autodeterminazione – è riduttivo pensare alla cruda
scelta
dell’aborto volontario per ribadire la giusta
pretesa dell’ordine
natale calpestato
Lidia
Menapace:
-
Abramo – quintessenza del patriarcato – sacrificio del
figlio Isacco –
la madre, patriarca, viene esclusa dalla
vicenda, esclusa
persino dall’obbedienza della legge
(la legge di dio) :
decisione presa sopra la pelle delle
donne… e Maria
allora? Mai gravidanza è stata tanto
subita, la maternità
sofferta – sessualità negata.
Contenitore di
passaggio ed insieme esclusa dalla
Conoscenza (nel
caso ampliare e citare la Maddalena di
Bioetica:
-
bisogno di maternità indotto e/o ridotto dalla società a
seconda dei suoi
bisogni
Donna
contenitore:
-utero come
laboratorio
Chi
siamo:
-
finire con la matrioska – contiene l’altra nei due sensi,
della grandezza e
della piccolezza
Sono
molto concentrata sulla scaletta, anche se ho sempre guardato
le persone in sala rispondendo con sorrisi ai loro sguardi. Incrocio
due occhi che mi fissano divertiti. Silenzio e profumo di gelsomino.
“Che hai, che
abbiamo, che ci accade ! conosco dell’amore quel poco che mi hanno
insegnato gli occhi che mi hanno saputo amare”
Eravamo convinti che
Neruda l’avesse scritta per noi!
Mi porto la mano alla
guancia: è di fuoco! I ricordi bruciano.
Era stato per tutti e
due il primo amore, poi – ho cancellato il perché – io sono
diventata per lui invisibile. Mi guarda sventolando un foglietto. So
perfettamente cos’è: il mio addio.
“Mi allungo , mi
accorcio, mi allargo, mi stringo…non fa male!
posso essere
calpestata, spezzata…non mi faccio più male.
Posso seguirti,
abbracciarti, colpirti, nascondermi o giocare.
Non soffro più, non
ho più cuore, ricordi , desideri.
Vivo alla giornata.
sono ombra!
Cazzo , sono proprio a
terra oggi !!”
Non lo vedevo da
allora. Il mio corpo è un festa…questa carica emotiva renderà più
sincere ed efficaci le mie parole.
Lo ringrazio con un
cenno della testa. Non riesco a ricordare il dettagli che mi aveva
fatto innamorare.
L’applauso mi coglie
di sorpresa, sobbalzo. Come inizio non è male! L’imbarazzo dura
solo un attimo, poi mi alzo e…non mi piace stare dietro ad un
tavolo, perciò mi dirigo
il più possibile verso il pubblico, verso di voi, con il microfono a
spalla piantato sulla giacca mia seconda pelle che metto per sentirmi
a mio agio e nelle cui tasche sono sicura di trovare tutto quello che
mi può servire, dal fazzoletto alla spilla da balia (il mostro)
passando per la altre diecimila cose utili. Ha un altro vantaggio. Le
tasche…eh , si! Ed io posso nascondere le mani delle quali un po’
mi vergogno. Non sono belle… mangio le unghie, perché? Mancanza
d’affetto dicono i più. Io di solito rispondo che le mangio perchè…sono
buona!mi mangio perché mi piaccio!
Io la chiamo la “giaccacasa”.
Non è bella? (piccola sfilata di moda) forse un poco démodé … è
vetero, come me! Mi sta bene! Mi giro per farla vedere ed incrocio lo
sguardo contrariato di mia madre. Ma che faccio, sono impazzita? Mia
madre…. mamma…
Da tutti capita e mai
fraintesa sarò se la giacca indosso avrò… e non è poco! Insomma
è il mio portafortuna. Mi dico sempre che non è vero, poi, poi la
vado a cercare, la indosso e voilà… sono tranquilla e sicura. È la
mia copertina. No, non avevo una copertina da piccola, avevo un
cuscino piccino di piume, Teresina. Anche la mia nonna materna si
chiamava Teresa ed io
appena potevo le facevo tante trecce piccole piccole. Era anche lei,
come me, una donnina piccina piccina picciò. Ognuna di noi ha avuto
bisogno e/o ha bisogno di sicurezze. Magari dopo mi direte se
anche voi avete
una giaccacasa.
Questo è il mio modo
di presentarmi: di me già sapete che avevo una nonna e un cuscino,
Teresa e Teresina, che ho la mamma là in fondo, che sono legata alle
mie radici ( e vai!!) ai colori forti e violenti della terra, alla
fantasia e alla generosità della mia gente e … alla giaccacasa ( mi
guardano divertite, sono quasi felice… e vai!! Devo sbalordirle,
cambio tono di voce) e poi…
Ho chiuso mille volte
gli occhi sperando in un bacio! Ho dato la caccia a tutti i ranocchi
dello stagno. Ho teso la mia mano, il mio braccio, il mio corpo
sperando che con un amoroso e
violento strattone lui mi portasse via… lontano: tutto inutile!
Perché il ranocchio
non si è trasformato in un principe?
Perché non mi ha
svegliata con un bacio?
Perché non sono stata
rapita dall’amore?!
Perchè questo succede
solo nelle favole!, è questa la risposta che immancabilmente mi viene
data, o… perché non ci credi sul serio… perché la tua ora non è
ancora arrivata… perché non dai un mano al destino…
Non è vero! È da un
pezzo che indosso la giaccacasa!
E poi sono li,
circondata da ranocchie che cercano di raggiungere la mia bocca , che
vogliono un mio bacio , che mi vengono addosso come tanti spermatozoi
che corrono impazziti per fecondare l’ovulo. Li guardo, sono
ridicoli. Tento disperatamente di togliermeli di dosso, comincio a
saltellare per calpestarli. Le mie mani sono frenetiche, cerco di
prenderli e lanciarli il più lontano possibile, ma tornano, tornano
tutti velocemente. Mi fanno schifo, sono viscidi, verdi e gonfi. sono
tanti. Cerco di fuggire ma mi si attaccano addosso come
ventose. Mi vogliono, ma perchè, cosa ho di strano?! Urlo: “Sono
sempre la stessa, non sono cambiata”. Sono sola, disperata e non ho
più fiato…provo a giocare d’astuzia. Mi lascio cadere e mi fingo
morta, anzi, no , addormentata….occhi chiusi. Allora sento che si
avvicinano alla mia bocca. Aliti puzzolenti…aglio, cipolla o cosa?
Denti cariati…alcuni si trasformano in bocche, in denti che cercano
di mordere le mie labbra, la mia lingua. Quello che puzza d’aglio mi
ha leccata tutta… l’odore, il cattivo odore. Quello alla cipolla
ha tentato una bassezza incredibile. Si è spogliato… e mi ha fatto
piangere. Allora tutti – ma non ero sola?- hanno capito che fingevo:
voci, tante voci. C’è anche mia madre (le sorrido, perché quella
faccia?) che scuotendomi tenta di farmi alzare.
Un coro di :” Hai
perso una buona occasione…” “ Perché hai finto?” “
C’erano i principi e tu li hai mandati via”. “ sempre la
solita!”. “ Chi credi di essere?” . “ Zitella
resti”,”come? Puzzavamo… e allora?”
Allora ho fatto quello
che si aspettavano da me. Ho teso la mano, il braccio, tutto il mio
corpo… e lui mi ha rapita. Rapita da mia
madre, che non ha fatto nulla per trattenermi. Potenza materna
svilita e piegata al ruolo di involucro riproduttivo, di organo di
nutrizione e accudimento! Mai sentito parlare di Demetra? Di Kore?
Solo di core de mamma!?
Rapita da mia madre!
– evito il suo sguardo-
Mi ha sussurrato
parole dolci del tipo “ Ho bisogno di te “, che è il massimo. Io
l’abbraccio...puzzava, ma puzzano proprio tutti!
Allora l’ho
lavato… profumato. Ho lavato la sua roba, l’ho stirata, l’ho
rivestito e lui mi ha portata, “ è la volta buona”, mi dicevano,
“ Ci sei riuscita”, nel suo castello incantato.
L’ho dovuto pulire
tutto, dal giardino alla torre più alta, dalla cantina alla soffitta.
Mai visto un castello così grande, così sporco. Mai vista cantina
così fornita… ho pulito tutto.
Ma la mia stanza
dov’è? Possibile che la mia stanza è la nostra camera da letto ? !
Ma lui mi ama, ho
all’anulare la fede e posso fare all’amore e 1, 2, 3, 4, figlie
femmine. Tutte insieme? Magari! Una per volta… 5, 6.
“ Sei il mio
contenitore”, mi dice nei momenti d’amore… e non
contento ha affittato il mio utero. Ho avuto un figlio ( mio?)
maschio, si è incazzato con me. Non era il suo , ho tentato di
spiegargli che il sesso lo determina il maschio. Ma lui non mi
ascolta, non mi ascolta mai!
Ha affittato il mio
utero. Per umanità!
Dividiamo con gli
altri la nostra felicità. (mia madre evita il mio sguardo.) loro non
possono… ed io sono sempre incinta, sempre con la pancia… sempre
per AMORE.- quale idea d’amore!?-
Sono io che ho steso
la mano, il braccio. Il corpo. Me la sono proprio cercata. Per amore ,
per amore di questo principe che torna a
casa solo per mettermi incinta. Io sempre ad aspettare.
Aspetto, invecchio e divento sempre più piccola.
Invecchio solamente
io. Lui no, è sempre giovane , arzillo, ben pulito e gagliardo. non mi
vuole più. Sono vecchia e non posso più dargli figli. Non sono più
utile! Ne ha rapita un’altra che non mi vede neppure perché sono
sempre più piccola, talmente piccola, che un ranocchio mi mangia in
un attimo.
Allora decido che non
posso essere mangiata, che non ha senso finire, per colmo di merda,
proprio in un ranocchio…
Magari quello mi
voleva baciare. Cresco, cresco e lo faccio scoppiare.
Mi sveglio di botto,
mi giro nel letto. “Avanti, entra!”
Ho la bocca amara e mi
torna quello che ho mangiato a pranzo. Cipolle al forno, carote
all’aglio, rane fritte. Castagne arrosto, il tutto accompagnato da
buon vino rosso che in un attimo mi ha ubriacata. Mi blocco sul letto.
Sono tutta sudata. Mi scrollo come un cane bagnato e rido, rido a
crepapelle…”Entra, entra!”
Così mi vede mia
madre entrando con il caffè!
Mi guarda
interdetta… “tu sei
strana davvero! Dobbiamo andare, voglio presentarti delle amiche prima
della conferenza. Mi raccomando…”
In quel “mi
raccomando” c’è il terrore di vecchie incomprensioni, frutto di
brutti momenti che ci siamo regalate. La guardo negli occhi,
l’abbraccio. Sorride.
Rido ancora uscendo da
casa. Le mani infilate nelle tasche della giaccacasa giocano con gli
appunti.
classificata tra le
vincitrici al concorso letterario multiculturale "LUNE DI
PRIMAVERA " 1999
Felicia
Oliviero. Nota biografica
Felicia Oliviero nasce ad Ercolano il 31
ottobre 1948. Trascorre l’infanzia fra Ercolano. Napoli. Nel 1968 si
trasferisce a Portici. In quegli anni milita nella Federazione
Giovanile Comunista. Nel 1970 aderisce a “il manifesto”.
Nell’agosto del 1971 si trasferisce a Milano per lavorare all’Inps.
Il 15 maggio del 1972 sposa Enrico Mantovani, perugino, che aveva
conosciuto a Portici. Agli inizi del 1973 si stabilisce a Perugia. Il
16 aprile nasce Marta.
Nel 1974, con
l’occasione della campagna referendaria sul divorzio inizia a
“fare politica” attraverso lo spettacolo Fanfa…zzata. Nel
1975 s’impegna nella campagna elettorale di Democrazia Proletaria
per le elezioni regionali ed amministrative partecipando allo
spettacolo Zac…cagnara.
In quegli anni prende
parte al movimento delle donne di Perugia prima e dopo
l’approvazione della legge 194. E’ di questo periodo l’impegno
all’interno dei consultori. Di questa esperienza scriverà, insieme
a sue compagne, nell’articolo Siamo state noi. Il 26 marzo
del 1978 nasce la figlia Paola. Negli anni ’80, svolge attività
sindacale come segretaria della Cgil-Inps, nel “Coordinamento
Donne” della Cgil regionale umbra e nel “Centro Donne” della
Camera del Lavoro di Perugia. Nel 1984 diventa funzionaria di
vigilanza dell’Inps.
Nel 1987 viene
costituito il “Comitato Internazionale 8 Marzo” di cui Felicia è
fra le fondatrici. In questa associazione iniziano le prime
elaborazioni teatrali collettive che, nel 1989, sfoceranno né Il
gioco dell’oca, un’animazione sulla condizione della donna.
Questa iniziativa coincide anche con la formazione del gruppo “La
Goccia” che, nel 1993, si trasformerà in Associazione Culturale
“La Goccia”. Nel 1993 il gruppo mette in scena di Le cose che
non so dire, spettacolo realizzato con scritti delle stesse
interpreti.
Gli anni successivi sono quelli di maggiore
impegno: al lavoro e agli “obblighi familiari” si unisce
un’intensificazione delle iniziative (mostre, conferenze, stage,
iniziative contro le guerre). E’ attiva anche nel “Comitato per la
difesa della legge 194” e nella Commissione Lavoro del “Centro per
le Pari Opportunità della Regione Umbria”.
La sua produzione artistica è concentrata
nella seconda meta degli anni ’90. Con alcuni racconti partecipa a
concorsi letterari. Il racconto La scaletta è fra i vincitori
nel 1998 di “Lune di primavera”. Brevi pezzi teatrali vengono da
lei scritti ed interpretati: Punto nel 1998; Nulla è mai
come appare nel 2000. L’ultimo lavoro, Fermati e pensa. Se
vuoi racconta, uno spettacolo contro la guerra, viene presentato a
Perugia il 21 giugno del 2001 nell’ambito di “Lune di
primavera”, iniziativa organizzata dal “Comitato Internazionale 8
Marzo”
Il 13 luglio, mentre sta preparando con le sue
compagne una performance contro la guerra, viene colta da
malore e perde la parola. Le viene diagnosticato un tumore polmonare
con metastasi al cervello. Verrà sottoposta a varie operazioni e
trattamenti per oltre quattro anni. Nonostante tutto, riesce ad
impegnarsi soprattutto durante i primi periodi: recita ancora in AVE.
To the Lost Moon Sisters a Tubingen nel settembre del 2002,
riorganizza alcuni dei suoi lavori, altri rimangono incompiuti. Le
difficoltà di lettura e di scrittura si manifestano spesso e con
intensità.
Il 16 aprile del 2005 “La Goccia” mette in
scena lo spettacolo MADRES - Processo Etico Popolare lavoro per
la cui preparazione Felicia aveva presentato alcuni appunti e nel
quale viene introdotta la poesia, Donne in Nero. Non riesce,
però, a partecipare allo spettacolo. Felicia muore il 2 dicembre. Il
suo corpo viene cremato. Aveva scritto in Le cose che non so dire:
“Perché la cremazione? Perché non riesco a pensare al mio corpo
che produce vermi e poi perchè le
streghe morivano sul rogo”.
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