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LUNE DI PRIMAVERA 2010

 
 

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Edizioni

Bando

 
 
 

 

Wilma Martinelli
Nata a  Bergamo nel 1934, mi sono trasferita a Como, qualche anno dopo il matrimonio, dove sono nati e cresciuti i miei tre figli. A 44, anni a causa del glaucoma, sono diventata cieca e sono caduta in uno stato di profonda depressione da cui nulla riusciva a distogliermi fuorché il pensiero dei figli, ancora giovanissimi, che dovevo accudire e la preoccupazione di mio marito che doveva sbrigare tutti gli incarichi che erano di mia competenza e che io non ero più in grado di assolvere.
Mi rifiutavo di prendere contatto con l’Unione Italiana Ciechi perché per me questo significava che non cera più nulla da fare. Ma quando mi trovai veramente con le spalle al muro mi decisi a incontrare i responsabili della sezione di Como,  alla quale mi sono poi iscritta.
Fu allora che incontrando donne cieche dalla nascita, che parlavano dei propri problemi, mi resi conto che anche ciechi “si può”, si può riprendere il cammino, quasi una scalata, per ritrovare un po’ di autonomia.

 

PAROLA DI DONNA: “l’ANNAMARIA”

Questo racconto non vuole descrivere una figura femminile emblematica ma è la storia di una donna cieca che fu per me e le amiche un punto di riferimento e potrebbe esserlo, at­traverso queste pagine, anche per coloro che avessero a leggerle: perciò vi racconto la storia della vita dell’Annamaria. La conobbi per un motivo decisamente insolito: aveva preso un sonoro schiaffo da una ospite della casa di riposo dove entrambe vivevano e la nostra associazione era stata chiamata in causa perché qualcuno di noi andasse a calmare questa nostra socia turbolenta. Mi sentivo molto a disagio a compiere questa missione e soprattutto ero molto incerta circa l’esito, ma non me la sentivo di rifiutare.

Camminavo nel corridoio del pensionato accompagnata da una amica e, individuata la sua ca­mera, stavo per bussare quando improvvisamente la porta si spalancò spiazzandomi e lei era di fronte a me, chiaramente sulle difensive, a squadrarmi. Non ero in grado di indivi­duarla, ma la descrizione di lei, fattami dalla amica ed elaborata poi dalla mia fantasia, fa sì che mi pare proprio di averla vista: piccolissima, un poco sformata, con la testa inclinata da un lato, un occhio spalancato su di me, inquisitore. Non ricordo cosa le dissi e lei rispose con un fiume di rimproveri contro tutto e contro tutti, intercalando parole volgari, forse più che altro per vedere la mia reazione e misurare la mia pazienza. Quando finalmente si placò, io mi misi a parlare d’altro, di sezione, di conoscenze comuni e mi rendevo conto che, ricordando, di tanto in tanto sorrideva facendo battute e commenti caustici. Così quando fui certa che si era calmata ed era soddisfatta dell’attenzione che le era stata prestata, mi alzai per andarmene. “Ritornerà”? mi chiese accompagnandomi alla porta, zoppicando leggermente. Ed io, che provavo contemporaneamente una strana sensazione di irritazione e di attrazione, di insofferenza e tenerezza per lei, promisi. Davanti alla porta mi prese una mano e rapidamente me la baciò, spiazzandomi per la seconda volta, per­ché richiuse prontamente, senza lasciarmi il tempo di protestare. Come promesso una setti­mana dopo ritornai a trovarla e anche questa volta, al rumore di passi che si avvicinavano alla sua camera, spalancò la porta e senza nemmeno salutarmi mi prese per mano e mi guidò verso una poltroncina con braccioli, sicuramente il pezzo più importante dell’arredamento della sua camera e mi fece sedere con chiara soddisfazione; e io mi sentivo un’altra volta imbarazzata, come seduta sulla sedia gestatoria, mentre lei si era accomodata su una seg­giolina molto bassa, che le consentiva di tenere i piedi appoggiati per terra. Allora le chiesi di raccontarmi la sua storia e lei pacatamente incominciò. “Vivevo in una frazione a mezza costa sopra la città con mia madre, mio padre e una sorella maggiore. Mio padre non sopportava quella bambina “mezza cieca come un gatto”, diceva lui e una sera, avevo due anni e mezzo, prese la pentola in cui bolliva l’acqua per cuocervi la pasta e me la scaraventò addosso. Io fui lesta a scappare e mi salvai. Mia madre si rese conto che do­veva tenermi lontana da quell’uomo e subito la mattina seguente, di buon ora, mi prese in braccio e si avviò verso la città dove decise di lasciarmi presso un ricovero di orfa­nelle. Era la vigilia di Natale e io cercavo la mia mamma e mia sorella, ma da allora in poi, le rividi ben poche volte e in quel ricovero rimasi fino a 12 anni. A quell’età, qualcuno decise che dovevo imparare a leggere e scrivere quindi mi portarono all’Istituto dei ciechi di Milano. Io ero contenta di vivere tra tante bambine cieche o che vedevano molto poco come me, le maestre mi volevano bene e io studiavo molto volentieri e in tre anni recuperai il tempo perso. Avevo quindici anni e mia madre decise che sarei diventata una pianista e io dovetti incominciare a studiare il pianoforte. Le mie dita già sformate non si muovevano per niente. Fatica sprecata! Protestavo che io volevo invece fare la mas­saggiatrice, ma mia madre non si lasciava convincere, diceva che non era dignitoso, dopo tutto mia sorella faceva la sarta e lavorava per le signore della città. Io rimasi presso l’istituto dei ciechi senza imparare nulla di preciso ma in compenso, avevo 18 anni, mi innamorai di un giovane cieco che mi voleva sposare, ma anche questo non era conveniente, “una sciocchezza” diceva mia madre e quando avevo vent’anni, qualcuno decise che mi sarei trasferita in un istituto a Piacenza. Diventai subito amica di tutti: accompagnavo chi era più cieco di me, sfruttando il mio residuo visivo. Mi avevano in-

segnato a fare i massaggi e quando c’era molto lavoro, aiu­tavo anch’io; mi davo da fare dove ce n’era bisogno. Rimasi a Piacenza fino a quando mia madre morì e mia sorella decise che dovevo ritornare a casa perché lei non rimanesse sola. Ero molto incerta e tentata di rifiutare, ma alla fine cedetti alle sue insistenze e ri­tornai. Il paese era rimasto quello di trenta anni prima: poche case molto modeste, qual­che negozio che sopravviveva malamente, perché per gli abitanti era più conveniente andare a fare la spesa nel paese vicino, che si era sviluppato diventando un piccolo centro di villeggiatura, favorito dalla posizione panoramica da cui si dominava il primo bacino del lago e la città con i viali alberati e belle ville. Anche mia sorella non doveva vivere a lungo e dopo pochi anni morì così io mi ritrovai sola, assolutamente incapace di gestire la situazione. Una cugina allora decise di trasferirsi da me per aiutarmi, o meglio, per amministrare malamente la mia piccola eredità tanto che finì per vendermi anche la casa. A quel punto mi resi conto che meglio era per me trasferirmi presso un pensionato per an­ziani che avrei pagato con l’indennità di accompagnamento e un piccolo contributo ricono­sciutomi dal comune: non avevo un mestiere che mi assicurasse una rendita sufficiente, non avevo alcuna capacità nel gestire una casa e il residuo visivo ormai non mi consentiva più di muovermi con la necessaria sicurezza. Sono qui da molti anni ma mi trovo sempre meno bene; tutti mi chiamano per nome “l’Annamaria”, in tono molto confidenziale, mentre alle altre ospiti si rivolgono con un certo riguardo che farebbe piacere anche a me. “Sai: vita in comunità, vita di santità”! Con le altre ospiti del-

l’istituto non mi trovo a mio agio perché sono tutte più istruite ed agiate di me. Anche loro mi evitano e nessuna mi vuole a pranzo al suo tavolo, perché so-

no una cieca; sicché da alcune settimane, hanno di­sposto che io rimanga a mangiare nella mia camera da sola. Mi sento molto abbandonata, an­che perché parenti e conoscenti son morti oppure sono molto anziani. Da qui esco ormai molto raramente, solo quando una vecchia compaesana mi viene a prendere per accompagnarmi a trovare i miei morti al cimitero o per andare ad assistere a una importante funzione re­ligiosa. Per il resto sto nella mia camera, la tengo in ordine, come tutte le mie cose, lavoro a maglia o all’uncinetto. Da un po’ di tempo ho un fastidioso dolore al dito indice della mano destra che mi obbliga ogni poco a smettere di lavorare: i dolori sono i compa­gni della nostra vecchiaia”. Incominciai ad andare a trovarla accompagnata da una delle mie amiche e tutte subivano la stessa sensazione che avevo provato io, mista di pena, di disagio ed attrazione per questa donna che né la natura né la famiglia avevano amato. Le amiche ed io eravamo diventate la sua piccola corte, la sua silenziosa guardia del corpo e da allora più nessuno, nel pensionato, osò mancarle di rispetto. Noi amiche ci eravamo accordate di andare a trovarla a turno per farle compagnia, per testimoniarle la nostra amicizia; lo facevamo anche perché andare dall’Annamaria era come andare a “lavare” la nostra anima in acqua di sorgente. Le parlavamo delle nostre preoccupazioni di mogli, di mamme, di donne di casa e lei ci ascoltava attenta, in silenzio se riteneva che aves­simo motivo di rammaricarci. Se aveva la sensazione che noi avessimo qualche pretesa di troppo, non ci dava corda, ci contraddiceva apertamente dimostrandoci la banalità delle nostre lamentele. Poi, quasi per farsi perdonare, ci regalava graziosissime pattine per cucina o uno dei suoi pizzi finissimi lavorati in gioventù, con una manualità e capacità di memorizzare la sequenza dei punti davvero incredibile. Col passare del tempo ci rende­vamo conto che l’Annamaria aveva perso il tono aggressivo dei primi incontri, non interca­lava più frasi pesanti, si era come addolcita, persino i tratti del volto non ci sembra­vano più così sgraziati, perché spesso si stendevano in un sorriso, le prime volte timido, poi via via sempre più liberatorio. Parlava volentieri del suo passato, quando d’estate rientrava dall’Istituto dei ciechi al paese e si fermava soprattutto dai nonni. Con il suo nonno andava nei prati e nei boschi circostanti a raccogliere erbe e piante medicinali che gli venivano richieste da qualche farmacista della città o che lui stesso usava per prepa­rare decotti o pomate. Perciò l’Annamaria conosceva il nome di tantissimi fiori che si di­vertiva ad elencare per dimostrarci quante cose le aveva insegnato il nonno del quale era stata tanto fiera. Anche una mia giovane amica si era affezionata all’Annamaria; gliela avevo fatta conoscere perché Chiara voleva dedicare un po’ del suo tempo ad una persona cieca. Chiara era vivace, esuberante e chiamava per scherzo l’Annamaria “la mia nonnina”; a lei non era parso vero di stare al gioco e chiamarla “nipotina”. Se la coccolava, le raccomandava di guidare con prudenza e, come avrebbe fatto qualunque nonna la rimproverava quando rientrava a casa troppo tardi, dopo avere trascorso la serata con amiche, senza farsi troppi problemi se il suo ragazzo, che abitava in un’altra città, non era con lei. Cercava di convincerla a spo­sarsi, a non perdere altro tempo dato che Chiara non era poi più giovanissima. Lei non si lasciava influenzare: spiegava che era innamorata del suo ragazzo ma, per ora, non deside­rava sposarlo. L’Annamaria non capiva che razza di ragionamento fosse, dopo tutto Sandro era una persona seria e anche un bell’uomo. Perciò, anche se voleva molto bene alla sua nipotina, doveva riconoscere che questa volta non era d’accordo con lei. Proiettata dai discorsi e dalla vita di Chiara nel mondo d’oggi L’Annamaria non si raccapezzava: non vo­leva pensare che Chiara si comportasse male, ma certo lei non la capiva e non era assolu­tamente d’accordo. Si rendeva conto che non l’avrebbe spuntata, quindi l’Annamaria in-

co­minciò a pregare tutti i Santi con cui era più in confidenza perché ci pensassero loro a quella nipotina spensierata. Pregava anche la Madonna perché mettesse da parte il suo Bambino, per prendere Chiara sulle sue ginocchia, sotto il Suo Manto. Finalmente dopo un paio di anni Chiara si sposò, ebbe una bimba e l’Annamaria divenne la sua “bisnonna”. Prendeva tra le mani gonfie quella bambola morbida e con estrema delicatezza, commossa le baciava le manine e i piedini e io non potevo credere che fosse la stessa donna che avevo un giorno conosciuto: volgare, arrogante, maldestra. Di fronte al miracolo della vita era animata da uno spirito materno tanto più commovente, considerata la sua età. Mi domandavo quanta frustrazione doveva avere provato in gioventù, nel rendersi conto che ben difficil­mente un uomo si sarebbe accorto di lei, di quanto amore era capace, di un amore che si sarebbe come inaridito in una inutile attesa. Mi era riconoscente, l’Annamaria, per averle fatto incontrare le mie amiche e finalmente sembrava avere trovato un modus vivendi accettabile: teneva conto delle piccole gioie che la vita le concedeva senza sottolineare quello che la vita le aveva tolto: passava la giornata nella sua camera, tra le sue cose, sperando che qualcuno si ricordasse di lei. Non chiedeva mai nulla alle altre ospiti del pensionato. Queste donne relativamente an­ziane avevano preferito la sicurezza che poteva offrire un pensionato al rischio di tro­varsi, per un improvviso

 malanno o contrattempo, in difficoltà. Queste ospiti ancora sufficientemente autonome, finché la salute glielo consentiva, passavano la maggior parte della giornata al di fuori della struttura, dedicandosi ad accudire i propri nipotini op­pure impegnandosi a fare del volontariato presso associazioni varie. Nessuna aveva mai pensato di dedicare un po’ del suo tempo a quella vecchia cieca che viveva nella stanza ac­canto. Forse proprio perché era una cieca e la cecità ha sempre fatto paura fin dai tempi più antichi, tanto che un grande poeta greco la scelse come mezzo di espiazione. Anch’io avevo paura della cecità quando vedevo e credevo che la vista fosse un bene acquisito, non un dono e, non senza imbarazzo, ricordo l’incontro con un uomo malandato, paonazzo in viso, forse per la fatica o la tensione, che agitava nell’aria il suo bastone bianco cer­cando un punto di riferimento, probabilmente un cancello di ingresso. Mi ero avvicinata per aiutarlo ma, come vidi nel suo viso gli occhi con le pupille dilatate, biancastre, mi spaventai e mi ritrassi silenziosamente. Questo ricordo me ne riporta alla memoria un al­tro altrettanto doloroso. Ero in viaggio con mio marito in Cina ed eravamo sbarcati in una località turistica famosa per il paesaggio disseminato di buffe protuberanze del terreno, delle bassissime colline ricoperte di vegetazione che davano al paesaggio un aspetto fia­besco.

Camminavamo dal porto verso il centro della cittadina quando incominciammo a perce­pire dei suoni metallici, sgradevoli, ripetitivi. Improvvisamente intuii di che cosa po­teva trattarsi ed entrai in crisi. Non ero più in grado di vedere ma la descrizione, che su mia richiesta mio marito mi fece, fu così particolareggiata che è rimasta nella mia me­moria, nitidissima. Con la voce un po’ strozzata mio marito mi spiegava che lungo la strada, al riparo di un ingresso, c’era una vecchia vestita di un abito grigiastro, con­sunto, che metteva in evidenza le ossa sporgenti, con due bande di capelli bianchi che le scendevano fino alle spalle e un viso spettrale con gli occhi senza luce, fissi nel vuoto. Con la mano destra teneva un archetto sfilacciato che passava con un movimento meccanico su tre corde fissate con dei chiodi su di un rudimentale violino: fa, fa, re, do, come un lamento o un grido di disperazione. Davanti a lei, per terra, un contenitore dove i turi­sti si fermavano per lasciare cadere l’elemosina. Anche mio marito si staccò dal mio brac­cio e quando riprendemmo il cammino, quei suoni continuarono a risuonarmi negli orecchi e nel cuore. No, l’Annamaria aveva sempre potuto vivere con dignità; lei era profondamente riconoscente alla sua associazione a cui si sentiva legata da un profondo sentimento di appartenenza. L’aveva accolta quando era ragazzina, le aveva dato l’istruzione che a quei tempi era richiesta, l’aveva ospitata fino a quando, sia pure a malincuore, lei aveva de­ciso di ritornare al paese, aveva continuato a tutelarla assicurando anche a lei tutti i benefici che aveva ottenuto per i ciechi. L’aveva anche fatta felice quando un giorno la invitò ad un incontro in occasione del quale le sarebbe stata consegnata una medaglia d’oro per i 50 anni di iscrizione al sodalizio. Quel mattino si era vestita a festa e camminando verso il tavolo delle autorità, era riuscita quasi a non zoppicare ed era ri­tornata al suo posto raggiante, stringendo fra le mani il suo trofeo. Trascorreva le giornate abbastanza serena, non fosse stato per quel dolore che dal dito si era esteso a tutta la mano destra e ora le attanagliava anche il braccio. Noi amiche sapevamo che, di tanto in tanto, l’Annamaria veniva accompagnata in ospedale per una visita di controllo, ma noi non riuscivamo a sapere nulla di preciso. Lei era la­conica, ci liquidava dicendo che i medici non ne capivano nulla, tanto che io un giorno decisi di parlare con la direttrice del pensionato per saperne qualche cosa di più. Evi­dentemente sbagliai l’intervento perché mi fu risposto che c’erano medici ed infermiere che si prendevano cura dell’Annamaria, pertanto io non dovevo preoccuparmi e dovevo stare tranquilla. Ci conoscevamo ormai da circa quattro anni quando una mattina ricevetti a casa una telefo­nata allarmata con la richiesta di correre dall’Annamaria che stava mettendo a soqquadro il suo reparto. Quando arrivai la trovai sfinita, ormai incapace di opporsi al suo trasfe­rimento dal primo piano al piano superiore dove, mi assicurava la direttrice, l’Annamaria avrebbe avuto una maggiore assistenza e si sarebbe trovata meglio. L’Annamaria non voleva una maggiore assistenza e non voleva trovarsi meglio. Lei sapeva che al piano superiore venivano trasferiti gli ospiti che, per l’aggravarsi di una qualche malattia, venivano di­chiarati terminali. Sapeva che al piano superiore non potevi trasferirti con i tuoi averi, i pochi oggetti che avevi avuto intorno per tutta una vita, i tuoi ricordi: niente pol­troncina con i braccioli, niente valigia con chissà quali ricordi, niente televisore e nemmeno il comodino. Al piano superiore andavi con i pochi indumenti che avevi addosso, già pronta per l’ultimo trasferimento, fino al cielo, davanti a Nostro Signore. Quando ar­rivai da lei e la salutai, chiamandola per nome, rimase silenziosa, la sentii sospirare e si lasciò accompagnare nella nuova camera. Aveva capito che la sua vita era arrivata ad una svolta decisiva e non c’era altro da fare, null’altro che rassegnarsi amaramente. Ri­masi con lei per il re-

sto della mattinata ma non trovavo parole per confortarla o di­strarla. Potevo solo condividere la sua pena e l’ansia per un domani che si prospettava tutt’altro che facile e pieno di sofferenza. In quella attesa coglievo l’attenzione, la premura che il personale di servizio aveva per la nuova ospite. Un’infermiera l’accompagnava a prendere visione della nuova residenza: le faceva toccare il letto, il comodino asettico, l’armadio altrettanto freddo e lineare, due sedie e la finestra da dove, come si poteva notare, si vedeva uno scorcio della città. In passato l’Annamaria non avrebbe perso l’occasione di mettere in difficoltà la giovane donna sottolineando quanto piacere prova un cieco ad ammirare un bel panorama! All’ora di pranzo l’accompagnarono nella saletta dove poté mangiare con le altre donne. Il mattino seguente ritornai da lei e la trovai rasserenata, anzi un po emozionata poiché, come mi raccontò, il medico di quel reparto, entrato nella sua camera per il quotidiano giro di visite, le aveva detto di avere lui stesso ordinato il suo trasferimento al secondo piano. Sperava che lei lo avrebbe perdonato e alla sua risposta affermativa, l’anziano

medico le aveva dato un bacio sulla fronte. Con quel gesto l’aveva accolta, rassicurata della attenzione che avrebbe avuto per lei e le aveva trasmesso con un linguaggio altrettanto efficace di quello vi­sivo, il suo spirito di fraternità; da allora, entrando nella sua camera, non aveva mai mancato di appoggiarle la mano sul braccio rovente o di farle una carezza sui radi ca­pelli; finché, dopo mesi, un giorno la vecchia cieca mi disse che ormai da diverse mat­tine, non vedeva più il solito dottore: temeva di avere detto qualche parola di troppo e di non meritare più la sua attenzione. Le spiegai che il vecchio medico era andato in pen­sione, rimase sorpresa e poi la sentii borbottare qualche parola: non capii se di delu­sione o piuttosto di sollievo nel rendersi conto di non avere combinato nessun guaio. Non mi parlò più del vecchio amico dottore, ma soprattutto non mi disse mai nulla sul nuovo sostituto. Si trovava bene l’Annamaria lì: non ricordava di essere mai stata lavata, pro­fumata di borotalco, non le avevano mai portato in vita sua la prima colazione a letto, tutti avevano tante premure per lei. Passando a salutarla, spesso la trovavamo nei luo­ghi comuni a chiacchierare con le altre degenti ed era chiaro che avevano simpatia per quella cieca che riconosceva le persone dalla voce, si muoveva con facilità e dimostrava tanto buon senso. Qualche volta avevamo trovato l’Annamaria nella camera di una ammalata che si era lasciata prendere dallo sconforto e se ne stava sola, cupa nel suo letto. L’Annamaria le stava seduta accanto, borbottando ogni tanto qualche cosa fra sé e sé, giu­sto per fare sentire la sua presenza, la sua amicizia. Col passare del tempo l’Annamaria si soffermava sempre meno a chiacchierare con le amiche; restava nella sua camera e spesso la trovavamo stesa nel suo letto, silenziosa, i tratti del viso contratti sicuramente per il dolore. Lei non ne parlava mai, non si lamentava, qualche volta si assopiva probabilmente per effetto dei calmanti e una volta, in attesa che si risvegliasse, mi soffermai a considerare perché la vecchia cieca si era sentita così isolata quando viveva al primo piano, mentre si era subito inserita fra le ammalate del piano superiore: forse era per via della sofferenza, questo minimo comune denominatore che livella tutte le differenze sociali, culturali e il peggioramento di una di loro era tacitamente condiviso da tutte le altre. Quando si svegliava e ci trovava ancora accanto a lei, si scusava e senza altre parole ci congedava. Un pomeriggio di febbraio, io e una amica eravamo andate da lei e la trovammo agitatis­sima: continuava a muovere senza posa il braccio da destra a sinistra come per liberarsi da qualche cosa. “Mi fa male” ripeteva disperata e noi non sapevamo cosa dire, cosa fare. Improvvisamente provai il desiderio di prendere fra le mie mani quel braccio per dargli un bacio, come si fa con i bambini che piangono per un male improvviso e noi baciando dove duole, vorremmo alleviare il dolore. Volevo farlo, ma non ne ebbi il coraggio. Feci male, perché il mattino dopo Annamaria Bianchi era morta. Una decina di giorni dopo ricevetti una telefonata dalla direttrice del pensionato che mi chiedeva di passare dalla segreteria perché mi dovevano consegnare ciò che era rimasto di lei. Mi misero in mano una scatola rettangolare di metallo: quando la aprii vi trovai la sua carta di identità, tavoletta e punteruolo. Una vita: una vita segnata dal peso della tradizione che non sempre dà spazio anche ai più deboli, dalla mancata integrazione ed emancipazione dalla cecità, dalla emarginazione a cui era stata destinata, dal dovere di obbedienza verso i più grandi e i più forti senza il diritto di libera scelta e di poter decidere della propria vita. A Sparta, dove era vivo il culto della forza fisica, i bambini che apparivano gracili o ammalati venivano eliminati e scagliati da una rupe. Anche la piccola Annamaria sarebbe stata eliminata se il gesto del padre fosse andato a “buon fine”. Un sesto senso di cui forse la Natura l’aveva precocemente dotata, per compensare la scarsa vista, le aveva fatto intuire il pe­ricolo e scappando si era salvata. Comunque la bambina era stata allontanata dalla fami­glia e abbandonata presso una struttura assistenziale. Ricordando quegli anni l’Annamaria ripeteva solo che lei cercava la sua mamma e la sua sorella. Eppure anche queste due per­sone non l’avevano amata veramente e non l’avevano aiutata. La madre, forse frustrata da questa figlia “mal riuscita”, si era preoccupata di riscattarla e riscattarsi, obbligan­dola a studiare il pianoforte per trovare una affermazione. La sorella poi, forte della autorità che i grandi esercitano sui più giovani e soprattutto di forti sui più deboli, per non rimanere sola, l’aveva forzata a ritornare al paese. Qui, senza autonomia, senza un mestiere che le consentisse l’indipendenza, l’Annamaria non era stata in grado di inte­grarsi nella sia pur semplice realtà paesana; era “la cieca” e la sua semplicità, in se­guito, era stata occasione perché altri approfittassero di lei. Certo non è facile distin­guere ciò che noi riteniamo il bene per una persona, dal suo vero bene. Ho avuto occasione di incontrare madri che si preoccupavano molto più dei risultati scolastici dei propri fi­gli, che della loro autonomia personale, destinandoli in futuro a dover sempre dipendere da altri. Anche quando il disabile ha conseguito la propria autonomia, non gli è sempre facile integrarsi in una società che spesso non è in grado di accogliere i diversi e non sa rapportarsi con loro. E’ la paura atavica delle malattie, del contagio, che mantiene il nostro prossimo a prudente distanza da noi? O forse la mancanza di spirito di frater­nità che ci fa considerare minorati della vista e perciò minorati anche in qualche altra sfera? Ovviamente il problema del nostro prossimo, la loro incapacità di dialogo, inevita­bilmente si ripercuote su di noi. Eppure qualche cosa si potrà fare. Dovremo fare della autonomia la nostra regola; dovremo impegnarci a farci riconoscere, a farci conoscere ed apprezzare. Dovremo accettare la nostra diversità, mettere in atto tutte le nostre poten­zialità per compensarla ed, inoltre, viverla con quella fierezza di cui parlava Mazzeo di fronte alla quale, ogni normodotato dovrà arrendersi. In questo modo noi saremo “artefici del nostro destino”.

 

 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo