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Wilma Martinelli
Nata a Bergamo nel 1934, mi sono trasferita a Como,
qualche anno dopo il matrimonio, dove sono nati e cresciuti i miei
tre figli. A 44, anni a causa del glaucoma, sono diventata cieca e
sono caduta in uno stato di profonda depressione da cui nulla
riusciva a distogliermi fuorché il pensiero dei figli, ancora
giovanissimi, che dovevo accudire e la preoccupazione di mio marito
che doveva sbrigare tutti gli incarichi che erano di mia competenza
e che io non ero più in grado di assolvere.
Mi rifiutavo di prendere contatto con l’Unione Italiana Ciechi
perché per me questo significava che non cera più nulla da fare. Ma
quando mi trovai veramente con le spalle al muro mi decisi a
incontrare i responsabili della sezione di Como, alla quale mi sono
poi iscritta.
Fu allora che incontrando donne cieche dalla nascita, che parlavano
dei propri problemi, mi resi conto che anche ciechi “si può”, si può
riprendere il cammino, quasi una scalata, per ritrovare un po’ di
autonomia.
PAROLA DI DONNA:
“l’ANNAMARIA”
Questo racconto non vuole descrivere
una figura femminile emblematica ma è la storia di una donna cieca
che fu per me e le amiche un punto di riferimento e potrebbe
esserlo, attraverso queste pagine, anche per coloro che avessero a
leggerle: perciò vi racconto la storia della vita dell’Annamaria. La
conobbi per un motivo decisamente insolito: aveva preso un sonoro
schiaffo da una ospite della casa di riposo dove entrambe vivevano e
la nostra associazione era stata chiamata in causa perché qualcuno
di noi andasse a calmare questa nostra socia turbolenta. Mi sentivo
molto a disagio a compiere questa missione e soprattutto ero molto
incerta circa l’esito, ma non me la sentivo di rifiutare.
Camminavo nel corridoio del
pensionato accompagnata da una amica e, individuata la sua camera,
stavo per bussare quando improvvisamente la porta si spalancò
spiazzandomi e lei era di fronte a me, chiaramente sulle difensive,
a squadrarmi. Non ero in grado di individuarla, ma la descrizione
di lei, fattami dalla amica ed elaborata poi dalla mia fantasia, fa
sì che mi pare proprio di averla vista: piccolissima, un poco
sformata, con la testa inclinata da un lato, un occhio spalancato su
di me, inquisitore. Non ricordo cosa le dissi e lei rispose con un
fiume di rimproveri contro tutto e contro tutti, intercalando parole
volgari, forse più che altro per vedere la mia reazione e misurare
la mia pazienza. Quando finalmente si placò, io mi misi a parlare
d’altro, di sezione, di conoscenze comuni e mi rendevo conto che,
ricordando, di tanto in tanto sorrideva facendo battute e commenti
caustici. Così quando fui certa che si era calmata ed era
soddisfatta dell’attenzione che le era stata prestata, mi alzai per
andarmene. “Ritornerà”? mi chiese accompagnandomi alla porta,
zoppicando leggermente. Ed io, che provavo contemporaneamente una
strana sensazione di irritazione e di attrazione, di insofferenza e
tenerezza per lei, promisi. Davanti alla porta mi prese una mano e
rapidamente me la baciò, spiazzandomi per la seconda volta, perché
richiuse prontamente, senza lasciarmi il tempo di protestare. Come
promesso una settimana dopo ritornai a trovarla e anche questa
volta, al rumore di passi che si avvicinavano alla sua camera,
spalancò la porta e senza nemmeno salutarmi mi prese per mano e mi
guidò verso una poltroncina con braccioli, sicuramente il pezzo più
importante dell’arredamento della sua camera e mi fece sedere con
chiara soddisfazione; e io mi sentivo un’altra volta imbarazzata,
come seduta sulla sedia gestatoria, mentre lei si era accomodata su
una seggiolina molto bassa, che le consentiva di tenere i piedi
appoggiati per terra. Allora le chiesi di raccontarmi la sua storia
e lei pacatamente incominciò. “Vivevo in una frazione a mezza costa
sopra la città con mia madre, mio padre e una sorella maggiore. Mio
padre non sopportava quella bambina “mezza cieca come un gatto”,
diceva lui e una sera, avevo due anni e mezzo, prese la pentola in
cui bolliva l’acqua per cuocervi la pasta e me la scaraventò
addosso. Io fui lesta a scappare e mi salvai. Mia madre si rese
conto che doveva tenermi lontana da quell’uomo e subito la mattina
seguente, di buon ora, mi prese in braccio e si avviò verso la città
dove decise di lasciarmi presso un ricovero di orfanelle. Era la
vigilia di Natale e io cercavo la mia mamma e mia sorella, ma da
allora in poi, le rividi ben poche volte e in quel ricovero rimasi
fino a 12 anni. A quell’età, qualcuno decise che dovevo imparare a
leggere e scrivere quindi mi portarono all’Istituto dei ciechi di
Milano. Io ero contenta di vivere tra tante bambine cieche o che
vedevano molto poco come me, le maestre mi volevano bene e io
studiavo molto volentieri e in tre anni recuperai il tempo perso.
Avevo quindici anni e mia madre decise che sarei diventata una
pianista e io dovetti incominciare a studiare il pianoforte. Le mie
dita già sformate non si muovevano per niente. Fatica sprecata!
Protestavo che io volevo invece fare la massaggiatrice, ma mia
madre non si lasciava convincere, diceva che non era dignitoso, dopo
tutto mia sorella faceva la sarta e lavorava per le signore della
città. Io rimasi presso l’istituto dei ciechi senza imparare nulla
di preciso ma in compenso, avevo 18 anni, mi innamorai di un giovane
cieco che mi voleva sposare, ma anche questo non era conveniente,
“una sciocchezza” diceva mia madre e quando avevo vent’anni,
qualcuno decise che mi sarei trasferita in un istituto a Piacenza.
Diventai subito amica di tutti: accompagnavo chi era più cieco di
me, sfruttando il mio residuo visivo. Mi avevano in-
segnato a fare i massaggi e quando
c’era molto lavoro, aiutavo anch’io; mi davo da fare dove ce n’era
bisogno. Rimasi a Piacenza fino a quando mia madre morì e mia
sorella decise che dovevo ritornare a casa perché lei non rimanesse
sola. Ero molto incerta e tentata di rifiutare, ma alla fine cedetti
alle sue insistenze e ritornai. Il paese era rimasto quello di
trenta anni prima: poche case molto modeste, qualche negozio che
sopravviveva malamente, perché per gli abitanti era più conveniente
andare a fare la spesa nel paese vicino, che si era sviluppato
diventando un piccolo centro di villeggiatura, favorito dalla
posizione panoramica da cui si dominava il primo bacino del lago e
la città con i viali alberati e belle ville. Anche mia sorella non
doveva vivere a lungo e dopo pochi anni morì così io mi ritrovai
sola, assolutamente incapace di gestire la situazione. Una cugina
allora decise di trasferirsi da me per aiutarmi, o meglio, per
amministrare malamente la mia piccola eredità tanto che finì per
vendermi anche la casa. A quel punto mi resi conto che meglio era
per me trasferirmi presso un pensionato per anziani che avrei
pagato con l’indennità di accompagnamento e un piccolo contributo
riconosciutomi dal comune: non avevo un mestiere che mi assicurasse
una rendita sufficiente, non avevo alcuna capacità nel gestire una
casa e il residuo visivo ormai non mi consentiva più di muovermi con
la necessaria sicurezza. Sono qui da molti anni ma mi trovo sempre
meno bene; tutti mi chiamano per nome “l’Annamaria”, in tono molto
confidenziale, mentre alle altre ospiti si rivolgono con un certo
riguardo che farebbe piacere anche a me. “Sai: vita in comunità,
vita di santità”! Con le altre ospiti del-
l’istituto non mi trovo a mio agio
perché sono tutte più istruite ed agiate di me. Anche loro mi
evitano e nessuna mi vuole a pranzo al suo tavolo, perché so-
no una cieca; sicché da alcune
settimane, hanno disposto che io rimanga a mangiare nella mia
camera da sola. Mi sento molto abbandonata, anche perché parenti e
conoscenti son morti oppure sono molto anziani. Da qui esco ormai
molto raramente, solo quando una vecchia compaesana mi viene a
prendere per accompagnarmi a trovare i miei morti al cimitero o per
andare ad assistere a una importante funzione religiosa. Per il
resto sto nella mia camera, la tengo in ordine, come tutte le mie
cose, lavoro a maglia o all’uncinetto. Da un po’ di tempo ho un
fastidioso dolore al dito indice della mano destra che mi obbliga
ogni poco a smettere di lavorare: i dolori sono i compagni della
nostra vecchiaia”. Incominciai ad andare a trovarla accompagnata da
una delle mie amiche e tutte subivano la stessa sensazione che avevo
provato io, mista di pena, di disagio ed attrazione per questa donna
che né la natura né la famiglia avevano amato. Le amiche ed io
eravamo diventate la sua piccola corte, la sua silenziosa guardia
del corpo e da allora più nessuno, nel pensionato, osò mancarle di
rispetto. Noi amiche ci eravamo accordate di andare a trovarla a
turno per farle compagnia, per testimoniarle la nostra amicizia; lo
facevamo anche perché andare dall’Annamaria era come andare a
“lavare” la nostra anima in acqua di sorgente. Le parlavamo delle
nostre preoccupazioni di mogli, di mamme, di donne di casa e lei ci
ascoltava attenta, in silenzio se riteneva che avessimo motivo di
rammaricarci. Se aveva la sensazione che noi avessimo qualche
pretesa di troppo, non ci dava corda, ci contraddiceva apertamente
dimostrandoci la banalità delle nostre lamentele. Poi, quasi per
farsi perdonare, ci regalava graziosissime pattine per cucina o uno
dei suoi pizzi finissimi lavorati in gioventù, con una manualità e
capacità di memorizzare la sequenza dei punti davvero incredibile.
Col passare del tempo ci rendevamo conto che l’Annamaria aveva
perso il tono aggressivo dei primi incontri, non intercalava più
frasi pesanti, si era come addolcita, persino i tratti del volto non
ci sembravano più così sgraziati, perché spesso si stendevano in un
sorriso, le prime volte timido, poi via via sempre più liberatorio.
Parlava volentieri del suo passato, quando d’estate rientrava
dall’Istituto dei ciechi al paese e si fermava soprattutto dai
nonni. Con il suo nonno andava nei prati e nei boschi circostanti a
raccogliere erbe e piante medicinali che gli venivano richieste da
qualche farmacista della città o che lui stesso usava per preparare
decotti o pomate. Perciò l’Annamaria conosceva il nome di tantissimi
fiori che si divertiva ad elencare per dimostrarci quante cose le
aveva insegnato il nonno del quale era stata tanto fiera. Anche una
mia giovane amica si era affezionata all’Annamaria; gliela avevo
fatta conoscere perché Chiara voleva dedicare un po’ del suo tempo
ad una persona cieca. Chiara era vivace, esuberante e chiamava per
scherzo l’Annamaria “la mia nonnina”; a lei non era parso vero di
stare al gioco e chiamarla “nipotina”. Se la coccolava, le
raccomandava di guidare con prudenza e, come avrebbe fatto qualunque
nonna la rimproverava quando rientrava a casa troppo tardi, dopo
avere trascorso la serata con amiche, senza farsi troppi problemi se
il suo ragazzo, che abitava in un’altra città, non era con lei.
Cercava di convincerla a sposarsi, a non perdere altro tempo dato
che Chiara non era poi più giovanissima. Lei non si lasciava
influenzare: spiegava che era innamorata del suo ragazzo ma, per
ora, non desiderava sposarlo. L’Annamaria non capiva che razza di
ragionamento fosse, dopo tutto Sandro era una persona seria e anche
un bell’uomo. Perciò, anche se voleva molto bene alla sua nipotina,
doveva riconoscere che questa volta non era d’accordo con lei.
Proiettata dai discorsi e dalla vita di Chiara nel mondo d’oggi
L’Annamaria non si raccapezzava: non voleva pensare che Chiara si
comportasse male, ma certo lei non la capiva e non era
assolutamente d’accordo. Si rendeva conto che non l’avrebbe
spuntata, quindi l’Annamaria in-
cominciò a pregare tutti i Santi
con cui era più in confidenza perché ci pensassero loro a quella
nipotina spensierata. Pregava anche la Madonna perché mettesse da
parte il suo Bambino, per prendere Chiara sulle sue ginocchia, sotto
il Suo Manto. Finalmente dopo un paio di anni Chiara si sposò, ebbe
una bimba e l’Annamaria divenne la sua “bisnonna”. Prendeva tra le
mani gonfie quella bambola morbida e con estrema delicatezza,
commossa le baciava le manine e i piedini e io non potevo credere
che fosse la stessa donna che avevo un giorno conosciuto: volgare,
arrogante, maldestra. Di fronte al miracolo della vita era animata
da uno spirito materno tanto più commovente, considerata la sua età.
Mi domandavo quanta frustrazione doveva avere provato in gioventù,
nel rendersi conto che ben difficilmente un uomo si sarebbe accorto
di lei, di quanto amore era capace, di un amore che si sarebbe come
inaridito in una inutile attesa. Mi era riconoscente, l’Annamaria,
per averle fatto incontrare le mie amiche e finalmente sembrava
avere trovato un modus vivendi accettabile: teneva conto delle
piccole gioie che la vita le concedeva senza sottolineare quello che
la vita le aveva tolto: passava la giornata nella sua camera, tra le
sue cose, sperando che qualcuno si ricordasse di lei. Non chiedeva
mai nulla alle altre ospiti del pensionato. Queste donne
relativamente anziane avevano preferito la sicurezza che poteva
offrire un pensionato al rischio di trovarsi, per un improvviso
malanno o contrattempo, in
difficoltà. Queste ospiti ancora sufficientemente autonome, finché
la salute glielo consentiva, passavano la maggior parte della
giornata al di fuori della struttura, dedicandosi ad accudire i
propri nipotini oppure impegnandosi a fare del volontariato presso
associazioni varie. Nessuna aveva mai pensato di dedicare un po’ del
suo tempo a quella vecchia cieca che viveva nella stanza accanto.
Forse proprio perché era una cieca e la cecità ha sempre fatto paura
fin dai tempi più antichi, tanto che un grande poeta greco la scelse
come mezzo di espiazione. Anch’io avevo paura della cecità quando
vedevo e credevo che la vista fosse un bene acquisito, non un dono
e, non senza imbarazzo, ricordo l’incontro con un uomo malandato,
paonazzo in viso, forse per la fatica o la tensione, che agitava
nell’aria il suo bastone bianco cercando un punto di riferimento,
probabilmente un cancello di ingresso. Mi ero avvicinata per
aiutarlo ma, come vidi nel suo viso gli occhi con le pupille
dilatate, biancastre, mi spaventai e mi ritrassi silenziosamente.
Questo ricordo me ne riporta alla memoria un altro altrettanto
doloroso. Ero in viaggio con mio marito in Cina ed eravamo sbarcati
in una località turistica famosa per il paesaggio disseminato di
buffe protuberanze del terreno, delle bassissime colline ricoperte
di vegetazione che davano al paesaggio un aspetto fiabesco.
Camminavamo dal porto verso il
centro della cittadina quando incominciammo a percepire dei suoni
metallici, sgradevoli, ripetitivi. Improvvisamente intuii di che
cosa poteva trattarsi ed entrai in crisi. Non ero più in grado di
vedere ma la descrizione, che su mia richiesta mio marito mi fece,
fu così particolareggiata che è rimasta nella mia memoria,
nitidissima. Con la voce un po’ strozzata mio marito mi spiegava che
lungo la strada, al riparo di un ingresso, c’era una vecchia vestita
di un abito grigiastro, consunto, che metteva in evidenza le ossa
sporgenti, con due bande di capelli bianchi che le scendevano fino
alle spalle e un viso spettrale con gli occhi senza luce, fissi nel
vuoto. Con la mano destra teneva un archetto sfilacciato che passava
con un movimento meccanico su tre corde fissate con dei chiodi su di
un rudimentale violino: fa, fa, re, do, come un lamento o un grido
di disperazione. Davanti a lei, per terra, un contenitore dove i
turisti si fermavano per lasciare cadere l’elemosina. Anche mio
marito si staccò dal mio braccio e quando riprendemmo il cammino,
quei suoni continuarono a risuonarmi negli orecchi e nel cuore. No,
l’Annamaria aveva sempre potuto vivere con dignità; lei era
profondamente riconoscente alla sua associazione a cui si sentiva
legata da un profondo sentimento di appartenenza. L’aveva accolta
quando era ragazzina, le aveva dato l’istruzione che a quei tempi
era richiesta, l’aveva ospitata fino a quando, sia pure a
malincuore, lei aveva deciso di ritornare al paese, aveva
continuato a tutelarla assicurando anche a lei tutti i benefici che
aveva ottenuto per i ciechi. L’aveva anche fatta felice quando un
giorno la invitò ad un incontro in occasione del quale le sarebbe
stata consegnata una medaglia d’oro per i 50 anni di iscrizione al
sodalizio. Quel mattino si era vestita a festa e camminando verso il
tavolo delle autorità, era riuscita quasi a non zoppicare ed era
ritornata al suo posto raggiante, stringendo fra le mani il suo
trofeo. Trascorreva le giornate abbastanza serena, non fosse stato
per quel dolore che dal dito si era esteso a tutta la mano destra e
ora le attanagliava anche il braccio. Noi amiche sapevamo che, di
tanto in tanto, l’Annamaria veniva accompagnata in ospedale per una
visita di controllo, ma noi non riuscivamo a sapere nulla di
preciso. Lei era laconica, ci liquidava dicendo che i medici non ne
capivano nulla, tanto che io un giorno decisi di parlare con la
direttrice del pensionato per saperne qualche cosa di più.
Evidentemente sbagliai l’intervento perché mi fu risposto che
c’erano medici ed infermiere che si prendevano cura dell’Annamaria,
pertanto io non dovevo preoccuparmi e dovevo stare tranquilla. Ci
conoscevamo ormai da circa quattro anni quando una mattina ricevetti
a casa una telefonata allarmata con la richiesta di correre
dall’Annamaria che stava mettendo a soqquadro il suo reparto. Quando
arrivai la trovai sfinita, ormai incapace di opporsi al suo
trasferimento dal primo piano al piano superiore dove, mi
assicurava la direttrice, l’Annamaria avrebbe avuto una maggiore
assistenza e si sarebbe trovata meglio. L’Annamaria non voleva una
maggiore assistenza e non voleva trovarsi meglio. Lei sapeva che al
piano superiore venivano trasferiti gli ospiti che, per l’aggravarsi
di una qualche malattia, venivano dichiarati terminali. Sapeva che
al piano superiore non potevi trasferirti con i tuoi averi, i pochi
oggetti che avevi avuto intorno per tutta una vita, i tuoi ricordi:
niente poltroncina con i braccioli, niente valigia con chissà quali
ricordi, niente televisore e nemmeno il comodino. Al piano superiore
andavi con i pochi indumenti che avevi addosso, già pronta per
l’ultimo trasferimento, fino al cielo, davanti a Nostro Signore.
Quando arrivai da lei e la salutai, chiamandola per nome, rimase
silenziosa, la sentii sospirare e si lasciò accompagnare nella nuova
camera. Aveva capito che la sua vita era arrivata ad una svolta
decisiva e non c’era altro da fare, null’altro che rassegnarsi
amaramente. Rimasi con lei per il re-
sto della mattinata ma non trovavo
parole per confortarla o distrarla. Potevo solo condividere la sua
pena e l’ansia per un domani che si prospettava tutt’altro che
facile e pieno di sofferenza. In quella attesa coglievo
l’attenzione, la premura che il personale di servizio aveva per la
nuova ospite. Un’infermiera l’accompagnava a prendere visione della
nuova residenza: le faceva toccare il letto, il comodino asettico,
l’armadio altrettanto freddo e lineare, due sedie e la finestra da
dove, come si poteva notare, si vedeva uno scorcio della città. In
passato l’Annamaria non avrebbe perso l’occasione di mettere in
difficoltà la giovane donna sottolineando quanto piacere prova un
cieco ad ammirare un bel panorama! All’ora di pranzo
l’accompagnarono nella saletta dove poté mangiare con le altre
donne. Il mattino seguente ritornai da lei e la trovai rasserenata,
anzi un po emozionata poiché, come mi raccontò, il medico di quel
reparto, entrato nella sua camera per il quotidiano giro di visite,
le aveva detto di avere lui stesso ordinato il suo trasferimento al
secondo piano. Sperava che lei lo avrebbe perdonato e alla sua
risposta affermativa, l’anziano
medico le aveva dato un bacio sulla
fronte. Con quel gesto l’aveva accolta, rassicurata della attenzione
che avrebbe avuto per lei e le aveva trasmesso con un linguaggio
altrettanto efficace di quello visivo, il suo spirito di
fraternità; da allora, entrando nella sua camera, non aveva mai
mancato di appoggiarle la mano sul braccio rovente o di farle una
carezza sui radi capelli; finché, dopo mesi, un giorno la vecchia
cieca mi disse che ormai da diverse mattine, non vedeva più il
solito dottore: temeva di avere detto qualche parola di troppo e di
non meritare più la sua attenzione. Le spiegai che il vecchio medico
era andato in pensione, rimase sorpresa e poi la sentii borbottare
qualche parola: non capii se di delusione o piuttosto di sollievo
nel rendersi conto di non avere combinato nessun guaio. Non mi parlò
più del vecchio amico dottore, ma soprattutto non mi disse mai nulla
sul nuovo sostituto. Si trovava bene l’Annamaria lì: non ricordava
di essere mai stata lavata, profumata di borotalco, non le avevano
mai portato in vita sua la prima colazione a letto, tutti avevano
tante premure per lei. Passando a salutarla, spesso la trovavamo nei
luoghi comuni a chiacchierare con le altre degenti ed era chiaro
che avevano simpatia per quella cieca che riconosceva le persone
dalla voce, si muoveva con facilità e dimostrava tanto buon senso.
Qualche volta avevamo trovato l’Annamaria nella camera di una
ammalata che si era lasciata prendere dallo sconforto e se ne stava
sola, cupa nel suo letto. L’Annamaria le stava seduta accanto,
borbottando ogni tanto qualche cosa fra sé e sé, giusto per fare
sentire la sua presenza, la sua amicizia. Col passare del tempo
l’Annamaria si soffermava sempre meno a chiacchierare con le amiche;
restava nella sua camera e spesso la trovavamo stesa nel suo letto,
silenziosa, i tratti del viso contratti sicuramente per il dolore.
Lei non ne parlava mai, non si lamentava, qualche volta si assopiva
probabilmente per effetto dei calmanti e una volta, in attesa che si
risvegliasse, mi soffermai a considerare perché la vecchia cieca si
era sentita così isolata quando viveva al primo piano, mentre si era
subito inserita fra le ammalate del piano superiore: forse era per
via della sofferenza, questo minimo comune denominatore che livella
tutte le differenze sociali, culturali e il peggioramento di una di
loro era tacitamente condiviso da tutte le altre. Quando si
svegliava e ci trovava ancora accanto a lei, si scusava e senza
altre parole ci congedava. Un pomeriggio di febbraio, io e una amica
eravamo andate da lei e la trovammo agitatissima: continuava a
muovere senza posa il braccio da destra a sinistra come per
liberarsi da qualche cosa. “Mi fa male” ripeteva disperata e noi non
sapevamo cosa dire, cosa fare. Improvvisamente provai il desiderio
di prendere fra le mie mani quel braccio per dargli un bacio, come
si fa con i bambini che piangono per un male improvviso e noi
baciando dove duole, vorremmo alleviare il dolore. Volevo farlo, ma
non ne ebbi il coraggio. Feci male, perché il mattino dopo Annamaria
Bianchi era morta. Una decina di giorni dopo ricevetti una
telefonata dalla direttrice del pensionato che mi chiedeva di
passare dalla segreteria perché mi dovevano consegnare ciò che era
rimasto di lei. Mi misero in mano una scatola rettangolare di
metallo: quando la aprii vi trovai la sua carta di identità,
tavoletta e punteruolo. Una vita: una vita segnata dal peso della
tradizione che non sempre dà spazio anche ai più deboli, dalla
mancata integrazione ed emancipazione dalla cecità, dalla
emarginazione a cui era stata destinata, dal dovere di obbedienza
verso i più grandi e i più forti senza il diritto di libera scelta e
di poter decidere della propria vita. A Sparta, dove era vivo il
culto della forza fisica, i bambini che apparivano gracili o
ammalati venivano eliminati e scagliati da una rupe. Anche la
piccola Annamaria sarebbe stata eliminata se il gesto del padre
fosse andato a “buon fine”. Un sesto senso di cui forse la Natura
l’aveva precocemente dotata, per compensare la scarsa vista, le
aveva fatto intuire il pericolo e scappando si era salvata.
Comunque la bambina era stata allontanata dalla famiglia e
abbandonata presso una struttura assistenziale. Ricordando quegli
anni l’Annamaria ripeteva solo che lei cercava la sua mamma e la sua
sorella. Eppure anche queste due persone non l’avevano amata
veramente e non l’avevano aiutata. La madre, forse frustrata da
questa figlia “mal riuscita”, si era preoccupata di riscattarla e
riscattarsi, obbligandola a studiare il pianoforte per trovare una
affermazione. La sorella poi, forte della autorità che i grandi
esercitano sui più giovani e soprattutto di forti sui più deboli,
per non rimanere sola, l’aveva forzata a ritornare al paese. Qui,
senza autonomia, senza un mestiere che le consentisse
l’indipendenza, l’Annamaria non era stata in grado di integrarsi
nella sia pur semplice realtà paesana; era “la cieca” e la sua
semplicità, in seguito, era stata occasione perché altri
approfittassero di lei. Certo non è facile distinguere ciò che noi
riteniamo il bene per una persona, dal suo vero bene. Ho avuto
occasione di incontrare madri che si preoccupavano molto più dei
risultati scolastici dei propri figli, che della loro autonomia
personale, destinandoli in futuro a dover sempre dipendere da altri.
Anche quando il disabile ha conseguito la propria autonomia, non gli
è sempre facile integrarsi in una società che spesso non è in grado
di accogliere i diversi e non sa rapportarsi con loro. E’ la paura
atavica delle malattie, del contagio, che mantiene il nostro
prossimo a prudente distanza da noi? O forse la mancanza di spirito
di fraternità che ci fa considerare minorati della vista e perciò
minorati anche in qualche altra sfera? Ovviamente il problema del
nostro prossimo, la loro incapacità di dialogo, inevitabilmente si
ripercuote su di noi. Eppure qualche cosa si potrà fare. Dovremo
fare della autonomia la nostra regola; dovremo impegnarci a farci
riconoscere, a farci conoscere ed apprezzare. Dovremo accettare la
nostra diversità, mettere in atto tutte le nostre potenzialità per
compensarla ed, inoltre, viverla con quella fierezza di cui parlava
Mazzeo di fronte alla quale, ogni normodotato dovrà arrendersi. In
questo modo noi saremo “artefici del nostro destino”.
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