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Rosalia Olivieri
Mi chiamo
Rosalia Olivieri,
sono nata a Bosio (AL) il 22 giugno 1948.
Ho quindi quasi 82 anni, e ormai da trenta convivo con la Sclerosi
Multipla.
Questa malattia mi impedisce tante cose, come camminare senza un
appoggio, muovermi liberamente, dedicarmi ad attività manuali e mi
costringe a chiedere aiuto ai miei familiari per molte delle
attività della vita quotidiana.
Ma non mi impedisce di ricordare e raccontare la mia vita, la mia
infanzia trascorsa in campagna, tra mucche e pascoli.
Sono nata e cresciuta, infatti, alle Capanne di Marcarolo, una
località composta da poche case isolate, immerse nella completa
campagna.
Qui, oggi, trascorro piacevoli domeniche con parenti ed amici, la
casa è completamente ristrutturata, bella e ricca di comodità; a mio
marito e a mia figlia piacciono molto la “vita spartana” e la
libertà offerte da questo luogo, ma io cerco sempre di far capire
loro com’era vivere davvero alle Capanne, sessant’anni fa.
Lo faccio con queste “Memorie di Capanne”, che scrivo lentamente,
giorno dopo giorno, spolverando nella mia memoria e riportando (in
modo a volte un po’ caotico!) i miei chiari ricordi su un PC
portatile che mia figlia, con santa pazienza, mi ha insegnato ad
utilizzare.
Sono racconti semplici, di vita quotidiana, ma di una vita sempre
più distante dalla realtà che oggi conosciamo e che tra qualche
anno, sono sicura, lasceranno a bocca aperta i miei nipoti.
MEMORIE DI CAPANNE
Forse sono anche belle le Capanne, viste ora che ci sono tutte le
comodità e il paesaggio è proprio di montagna a due passi dalla
città di Genova, ma io ci sono vissuta nell’immediato dopoguerra
quando forse anche qua era più dura la vita.
Sono cambiate tante cose in questi 50 anni.
Sogni e ricordi
Sono tantissimi i
ricordi della mia infanzia e me li ricordo bene anche perché i
ricordi dei bimbi sono più belli.
Ora vi racconto una
storia vera che mi è successa quando ero piccola. Mi svegliavo
piangendo, non so se ero sveglia davvero o se ero sonnambula,
ricordo solo che una notte vidi sul comò dei biglietti del treno
(che fino ad allora non avevo mai preso) e da quel momento pensai
che sarei andata via…e così fu.
Quando ero piccola
non avevo mai visto il treno, finchè un giorno andai, con mio padre,
da Campoligure (paese a circa 8 Km dalle Capanne) a Sampierdarena,
poi a Pontedecimo, proprio dove ora abita mia figlia, sarà il caso,
il destino o cosa non so. Da qui andai a piedi a Campomorone, perché
mio padre voleva farmi vedere la fiera e le giostre, che sicuramente
erano per me una novità.
Quando tornammo
indietro, a Campoligure era scesa tanta neve e non si poteva andare
a casa, era buio e ci fermammo a dormire lì, in casa di una signora
che viveva sola e si chiamava Manin (diminutivo di
Maddalena). Tornammo a casa il giorno dopo. In quella casa, tra
l’altro, vidi per la prima volta il “prete”, che era uno
scaldaletto.
La mia casa
Parlerò brevemente
della mia casa, dove sono nata e dove sono stata fino all’età di 11
o12 anni, quando ci siamo trasferiti a Campomorone (Genova).
Due fratelli,
Antonio (mio padre) e Luigi, che erano sempre stati insieme,
vollero, anche da sposati, andare a vivere nella stessa casa, la
Bandìa appunto.
La casa era una
sola, come era una la campagna.
Me la ricordo bene
(ma forse allora in montagna erano tutte così), era divisa a metà
per la lunghezza e sotto le camere c’era la stalla, che serviva
anche da riscaldamento, grazie al fiato delle mucche.
Prima delle cucine
c’era l’albergo (spazio comune), con un forno che veniva
usato a turno per fare il pane una volta la settimana, e sopra al
forno c’era il seccatoio: si chiamava gre e serviva per
seccare granoturco e castagne, che si mangiavano durante l’inverno.
Col granoturco si
faceva la polenta, ma prima di seccarlo veniva sfogliato; ricordo
che ognuno degli abitanti invitava a casa propria i vicini e si
passava così la serata, parlando e pulendo il granturco.
Dopo seccato veniva
battuto sopra una pietra circolare che si trova davanti al forno e
anche le castagne subivano la stessa battitura perché dovevano
perdere la pelle.
Pensare che era da
poco finita la guerra e mio nonno aveva dodici figli, ma riuscì a
lasciare case e terreni a tutti, per vivere di legna e pastorizia.
Si seminava il
grano per fare pane e non c’era corrente elettrica e neppure il
frigo, gli alimenti si dovevano tenere al fresco nella neve.
La carne alle
Capanne non si poteva comprare perché non c’erano negozi e non la
si poteva neppure conservare perché non c’era corrente, così la
mangiavamo solo a Natale.
La carne, per
quelli che vivevano alle Capanne, esisteva solo a Natale, quando
ammazzavano una pecora e per farla durare di più la conservavano
nella neve, che allora durava a lungo.
Sopra la Bandìa,
che è la mia casa, c’è l’Arbaita, un piccolo piano erboso sul
confine tra Piemonte e Liguria, da dove passa un sentiero che porta
al monte Pracaban, sopra alla Casanova, dove allora
viveva un uomo solo che io vedevo vecchio e come tutti gli uomini
molto beone. Poi è morto.
Sopra quel piano
c’è la costa che fungeva da confine col Nascio, un terreno
con una casa diroccata dove, per sentito dire, viveva una donna sola
che era una sorella di mio nonno.
I miei giochi
Non esistevano
giocattoli per me quando ero piccola e vivevo alle Capanne.
Io non ne avevo
visto mai, non c’erano negozi e si giocava con le cose vere, come
andare nella stalla a mungere le mucche, oppure in autunno si andava
nel bosco con un sacchetto fatto proprio per noi bimbi, a
raccogliere le castagne.
Andavo anche a
raccogliere funghi, sempre con mio cugino Giovanni; andavamo molto
d’accordo, eravamo sempre insieme e giocavamo sempre in coppia;
avevamo la stessa età con solo 15 giorni di differenza, che lui
aveva di meno.
Ora ci siamo un
poco allontanati ma è la vita che cambia le persone, e ognuno di
noi tira fuori il proprio carattere, la propria esperienza di vita
che insegna molte cose, che solo ai nostri figli spetterà giudicare.
Ho imparato a stare
sugli sci prima delle elementari; con Giovanni avevamo solo un paio
di sci fatti a mano da qualche mio parente; non avevamo attacchi,
solo spaghi e noi, con uno sci a testa, scendevamo dalla parte di
Campoligure verso la Fossetta, per poi risalire con lo sci in
spalla perché anche se allora nevicava tanto non c’erano impianti di
risalita.
Sopra la mia casa
c’è la rocca dove vivono e nidificano ancora ora i falchi,
per questo la chiamano ‘rocca du falcu’. Io e Giovanni un
pomeriggio andammo lassù a vedere i nidi, una cosa da incoscienti,
se per caso fossimo caduti da lassù non avrebbero trovato che dei
piccoli pezzi di bimbo. I bimbi sono incoscienti ed io lo ero
molto.
A valle di orti e
prati c’era il campo grande e ancora più giù una sorgente o
qualcosa di simile. Ricordo che noi prendevamo la terra viscida che
arrotolata stava insieme e così costruivamo delle biglie per poi
giocare.
Un giorno venne a
casa mia una bimba che con la sua nonna era in campagna agli Olmi
e veniva dalla città di Genova, dove forse allora, anche se meno di
adesso, c’erano nelle vetrine dei giocattoli; aveva portato con sé
una bambola e la trattava come un bimbo. Io che ero molto piccola e
non avevo mai visto bambole e giochi, la presi per pazza. Non è più
tornata a giocare con me, forse è rimasta un poco delusa anche lei.
Vivevamo in due mondi diversi e solo ora mi rendo conto che a me
piace di più il mondo di lei.
Il Natale
Il mio Natale in
montagna era molto diverso da quello di mia figlia.
I doni li portavano
i re Magi. Mettevano i regali dentro una scarpa che noi bimbi
lasciavamo sulla finestra il 6 gennaio per loro e che al risveglio
era sempre piena di neve scesa durante la notte. I doni, poi, erano
solamente mandarini o cioccolatini, quello che c’era, perché eravamo
lontani dai negozi e lassù non c’era niente.
Anzi, ora ricordo
un punto vendita di alimentari, proprio il necessario, come pasta,
olio, sale ecc. che era di un signore di nome Natale e apriva solo
la domenica mattina quando era finita la prima Messa della domenica.
Vorrei ora parlare
di alcune ricette che ho mangiato alle capanne quando ero bambina,
anche se le ricordo poco. Mi piaceva molto la puta, che è una
polenta dolce fatta nell’acqua dove sono state bollite le castagne
secche.
Mi piaceva molto
anche il riso e latte con castagne secche che veniva cotto sempre
con le castagne secche prima ammollate e pulite.
La scuola
La mia vita è
passata così fino a sei anni, quando passò da casa mia una maestra
molto giovane. Veniva col treno da Arquata Scrivia e a piedi da
Campoligure, perché da noi non c’era ancora la strada carrabile ma
solo una mulattiera.
Era la fine di
settembre e disse che sarebbe stata la mia maestra dal primo di
ottobre. Mia madre, dato che lassù i figli più grandi badavano
quelli più piccoli, mentre la moglie si dedicava alla stalla e alla
campagna, rispose che io non sarei andata a scuola perché dovevo
badare a mio fratello che era nato a maggio.
Mi misi a piangere
e piansi anche il primo giorno di scuola, perchè mio cugino
Giovanni, che c’era andato, aveva fatto una intera pagina di puntini
ed a me sembrava una cosa bellissima!
Il giorno dopo mia
madre mi permise di andare a scuola, e feci una pagina intera di
aste.
La scuola si
trovava nel locale vicino alla chiesa: qui si trovava tutto, allora,
anche il piccolo negozio che apriva solo la domenica mattina dopo la
Messa.
Forse era il primo
anno che c’era un’insegnante visto che prima l’insegnante era il
prete.
Col freddo che
faceva allora, era vietato alle femmine indossare pantaloni e non
potevano nemmeno entrare in chiesa a capo scoperto; credo questa
regola valesse per tutta Italia o per il mondo intero.
Quando arrivai per
la prima volta a scuola avevo, come tutti, un grembiulino nero ed un
fiocco azzurro sul colletto bianco. Ero molto contenta, mi sentivo
finalmente qualcuno, non solamente una pastorella che da grande
avrebbe dovuto fare solo la moglie e la contadina, come facevano
tutte, lassù, perché non c’era altra possibilità.
Oggi ho provato
molta gioia quando ho sentito che in televisione hanno detto che si
sarebbe tornati al grembiule come ai miei tempi e al maestro unico
come avevamo noi.
Andavo a scuola
tutti i giorni in compagnia di Giovanni. Pensando a quei momenti
ricordo che ero felice quando tornavo da scuola e in terra c’era
tanta neve: ci sedevamo sulla cartella per scivolare giù dalla
strada ghiacciata.
Alcuni miei
compagni di scuola venivano da molto lontano: dalla Fuia,
dalla Leveratta, dalla Cornagetta, dalla Piota,
dalla Rossa o dai Foi, che erano (e sono ancora) tutte
cascine delle Capanne.
Le Capanne di
Marcarolo erano idealmente divise in due rioni: “dalla chiesa in là”
e “dalla chiesa in qua”, dove vivevo io, sul confine tra Alessandria
e Genova.
Quando frequentavo
i primi anni di elementari ricordo che veniva a scuola con me una
ragazzina bionda più chiara di me, che viveva per un periodo nella
fattoria Doria (quella dove oggi vivono due giovani con due
bambini, gestori della “Cascina Foi”).
Quella bimba bionda
si chiamava Carla e mi piaceva moltissimo perché lei portava una
coda di cavallo, mentre io le trecce. Non so se era una mia idea o
se qualcuno mi aveva detto che a me la coda di cavallo stava male
perché avevo le orecchie troppo grandi, fatto sta che io avevo il
complesso delle orecchie; non era vero, ma l’ho capito solo ora che
sono adulta e mi sono fatta tagliare i capelli cortissimi.
Poi un giorno
passò davanti a casa mia una barella di fortuna portata a spalla da
due uomini; sulla barella c’era Carla: era stata azzannata da un
cane lupo che suo nonno teneva legato nel cortile della fattoria.
La vita da
pastorella
D’inverno
andavo a scuola, d’estate facevo la pastorella; una volta un
pastorello di nome Piero, che non so da dove venisse però
frequentava con me la scuola elementare delle Capanne, mi regalò un
cagnolino appena nato, nero con macchie bianche di razza incerta ed
io lo chiamai Ido. Veniva sempre con me, imparò così a fare il cane
pastore, a distinguere le mie mucche e a mandarle a casa la sera.
Nessuno poteva avvicinarsi alla mia mandria.
Una volta, in
inverno, andai con mio padre a prendere un vitellino appena nato
alla Fusea (nome di una cascina) e mio padre lo portò a casa
tenendolo sul collo, camminando chilometri e attraversando
addirittura il torrente Ponzima, pieno di acqua gelida.
C’era anche un po’ di nebbia, che lassù era quasi sempre presente
d’inverno ed in terra c’era la neve, che quando ero bambina cadeva
molto più abbondante di ora.
Da piccola, le
mattine d’estate, andavo con mio cugino Giovanni a portare le mucche
giù in fondo ai campi sotto la casa perché c’era più fresco, c’era
il bosco e molti alberi e c’era (forse ci sarà ancora) una palude
che chiamavamo Moia; era molto fresca, lì crescevano canne,
giunchi e altre piante acquatiche, ma meglio di tutto ricordo le
farfalle che erano molto grandi e avevano stampati sulle ali dei
numeri che noi volevamo ricordare per poi giocarli a lotto, ma dopo
tanti anni non me li ricordo proprio.
Vorrei anche dirvi
di quanto è forte anche negli animali il trasporto sessuale per via
di un episodio che mi è successo quando d’estate andavo al pascolo
al Nascio.
Un giorno mi sparì
una mucca che per le sue corna girate in basso veniva chiamata
Bracca. La cercammo a lungo, poi la trovarono e me la
riportarono nella notte; probabilmente era in estro o in calore
perché era andata fino alla Piota, una cascina lontana da noi
chilometri, per raggiungere un toro.
Il papà
Quando ero in terza
o quarta elementare costruirono due baracche di lamiera dove
alloggiavano gli operai che lavoravano nelle gallerie
dell’acquedotto: in una di queste mangiavano e nell’altra dormivano.
Mio padre era addetto alla cucina ed io, finita la scuola, correvo a
salutarlo prima di tornare a casa.
Ricordo di quanto
ero veloce: arrivata un giorno dal Nascio (un prato che si
trova di fronte alla chiesa delle Capanne) a mezzodì con la mia
mandria andai al monte Poggio a portare il pranzo a mio
padre, che era lassù a tagliare l’erba per fare il fieno per
l’inverno e mi portavo il pranzo anche per me, per mangiare insieme
al mio papà.
Ero ancora molto
piccola e le coccole mi facevano forse piacere, ma l’educazione di
molti anni fa era diversa e i figli dovevano avere distacco dai
genitori.
Ricordo che i miei
nonni materni, che abitavano alla cascina Ciliegia vicino a
casa mia (cioè la Bandia) e anche loro avevano 12 figli, si
davano del “voi” in segno di rispetto. Solo il figlio dava del “voi”
al genitore ma il genitore al figlio dava del “tu”.
La moto a
fuoco
Quando tracciarono
la strada carrabile per Campoligure - solo sterrata - i ragazzi
delle Capanne, e mio padre che voleva stare al passo con i ragazzi
anche se aveva qualche anno in più, si comprarono la moto.
Avevo già 11 anni e
mio padre, una sera d’estate, mi portò a fare un giro a Campoligure.
Mentre tornavamo a
casa di notte in quella strada sterrata e nera, la nostra moto si
fermò.
Nessuno degli amici
che era con noi sapeva cosa fosse successo ed uno di loro accese un
fiammifero per guardare il carburatore, non pensando che la benzina
è infiammabile, così la prima moto di mio padre andò a fuoco ed io
mi spaventai da morire.
Generazioni
Mi chiamo Oliveri
come quasi tutti a Campoligure, perché allora c’erano poche vie di
comunicazione e nei paesi avevano spesso lo stesso cognome.
Mio nonno si
chiamava Giovanni Battista e così anche mio fratello e tanti cugini,
perchè una volta il primo figlio maschio si doveva chiamare col nome
del nonno paterno, se era femmina col nome della nonna paterna e poi
si passava ai nonni materni. Il mio nonno paterno era di Campoligure
e, per sentito dire quando ero ancora una bambina, suo padre faceva
il “rasurei” che vuol dire il costruttore di rasoi; sua madre
faceva la levatrice, cioè aiutava i bimbi a nascere come
fanno ora le ostetriche.
Parlo del 1800; mi
hanno detto che i miei bisnonni vivevano nel “Risseu” di
Campoligure, che è una piazzetta antica sotto al vecchio castello
medioevale, dove il pavimento era fatto di ciottoli e per questo si
chiama così; in questa piazzetta legavano i cavalli anni prima
perchè c’erano poche auto e andavano molto a cavallo.
Dopo la Bandìa
mio nonno comprò gli Alberghi, che era una cascina grande e
molto estesa con tanti terreni e boschi, ed andò a vivere lì con
tanti figli maschi e in quelle distese aveva una specie di maneggio,
se ho ben capito.
Avevano cavalli,
muli ed asini ed io conservo gelosamente una foto di mio padre in
sella ad un mulo, poiché le foto allora erano più rare di ora.
E in mezzo a tanti
ricordi mi era passata la voglia di scrivere, quando mi sono
ricordata di quello che disse mio genero Alessio una sera: “vale
più la parola di uno stolto che il silenzio di un saggio” (citazione
forse un po’ storpiata!) e ho iniziato di nuovo, perché anche se a
mia figlia Silvia voglio dire tante cose, non voglio dimenticare di
raccomandarle che il dialogo è sempre importante con tutti, figli
compresi. Se no la lingua non servirebbe a niente e anche la voce
serve, allora perché non usarla.
La Scuola Media
A dodici anni andai
a Campoligure per frequentare la Scuola Media (tra le elementari e
le medie frequentavamo un anno a vuoto dicendo che era la sesta). Ai
miei tempi c’erano anche l’avviamento industriale e quello
commerciale: l’industriale per chi voleva lavorare nell’industria,
il commerciale per chi si dedicava al commercio, mentre le Medie
erano dedicate a chi aveva intenzione di continuare a studiare.
Quando dovevo
prepararmi per l’esame di ammissione vivevo a Masone; avevo tanta
vergogna, ero molto timida e non avevo mai visto un paese e
Campoligure per me era molto grande.
Alla vigilia
dell’esame, passò da noi una signora con le sue due figlie e, anche
se non le avevo mai viste, mi portarono con loro a Campoligure, dove
dormii e mangiai con loro. Il giorno dopo andai con la figlia più
grande al palazzo del Comune dove si svolgeva l’esame.
Per prepararmi un
poco, nei mesi precedenti avevo spedito i miei temi a Bosio a una
maestra neolaureata che conosceva mio padre; i miei temi facevano
tanta strada, ma è servito, perchè poi sono stata promossa.
Quando ho iniziato ad andare a scuola a Campoligure, vivevo a Masone
in casa di una signora che aveva tre figlie. La seconda frequentava
con me la prima media e si chiama Rosanna.
Con lei mi facevo
molta compagnia perché si andava a scuola assieme con la corriera;
lì stavo bene e così ho capito che per me la vita in campagna non
era così importante, però mi mancava la mia casa perché avevo solo
11 anni e avevo cambiato vita totalmente.
Poi però, per
andare a scuola in collegio e per soddisfare la voglia di mio padre
di avere un ristorante tutto suo, furono venduti con grande
coraggio tutti gli animali, buoi, mucche, vitelli ecc. e andammo a
vivere a Langasco in una vecchia osteria.
Langasco
A settembre del
1961 arrivai a Langasco (frazione di Campomorone, provincia di
Genova); anche se ora è forse cambiato, allora era un paesino con
tradizioni diverse dalle mie e non mi trovai molto bene.
Facemmo il viaggio
su un camioncino, passando per la strada di Praglia che era
tracciata da poco sulla terra a mano ed io, insieme ad Angela dei
Moglioni (una casa colonica dopo la Benedicta dove stava
la sorella di mia madre) stavo sopra una panca nel cassone del
camion e quando passammo da San Martino rubammo un poco di uva e
una signora che era la proprietaria ci disse di tutto.
Mi ricordo come se
fosse successo ieri, seduta su quella panca che forse è ancora a
Langasco. Tempo fa con Angela ricordammo quanto fu incosciente e
coraggioso quel viaggio. Forse era la gioventù che ci aiutava, o la
fortuna, ma se ci penso ora mi pare di aver fatto un sogno.
Ero giovane e per
me tutto era un gioco.
Il Collegio
Sono arrivata a
Langasco il 26 settembre del 1961 e il primo ottobre ho iniziato la
seconda media in collegio a Campomorone, che raggiungevo da Langasco
con la corriera delle 7.00, per poi tornare a casa a piedi; Langasco
è un paesino piccolo, con tanta salita.
Fu per me una
fatica maggiore poiché salivo a piedi con una cartella molto pesante
e volevo raggiungere in fretta la casa per aiutare mia madre che
aveva molto da fare con l’osteria, che si era ormai trasformata in
ristorante e la domenica si riempiva di gente.
C’erano inoltre in
quel periodo molti operai della ditta Saipem che venivano a
mangiare lì ogni sera e qualcuno aveva da noi anche la camera da
notte.
Il Collegio era di
suore, non so di quale congregazione, avevano grandi cappelli
bianchi; ora non ci sono più, il collegio che io frequentavo, dopo
essere stato un ricovero per vecchie suore, ora è un ricovero per
persone con problemi psichici.
Furono per me gli
anni più spensierati della vita, peccato che certe cose si capiscano
dopo averle vissute.
La cosa più bella
della vita l’ho avuta dopo ed è mia figlia, però le cose più sono
belle e più costano in senso affettivo ed è per questo che le voglio
molto bene.
È molto scomodo
ancora oggi ora vivere alle Capanne, anche se hanno asfaltato le
strade e messo luce e telefono; a me fa molta tristezza, la sera,
restare in quel silenzio, dove si sente solo lo scorrere dell’acqua
o il canto dei gufi.
È bello se si ha la
compagnia di figli o di amici, però non riesco a comprendere chi va
a vivere lassù solo perché ama vivere in campagna e non pensa ai
figli che devono imparare tante cose; in fondo noi viviamo per i
figli che sono la continuità di noi e quello che facciamo per loro
lo facciamo per il mondo intero.
Per me, anche se
per alcuni è piacevole, vivere alle Capanne oggi è un po’morire.
Sono contenta
comunque che piaccia a Silvia perché così sarà più contenta di me di
andare lassù quando un giorno avrà figli suoi o con gli amici, ma la
sera io sto meglio qua.
Ringrazio comunque
mio nonno che con i suoi sacrifici mi ha lasciato la casa delle
Capanne, forse un giorno serviranno anche quei boschi, prati e
campi…
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