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LUNE DI PRIMAVERA 2010

 
 

Programma

Edizioni

Bando

 
 
 

 

Rosalia Olivieri
Mi chiamo Rosalia Olivieri, sono nata a Bosio (AL) il 22 giugno 1948.
Ho quindi quasi 82 anni, e ormai da trenta convivo con la Sclerosi Multipla.
Questa malattia mi impedisce tante cose, come camminare senza un appoggio, muovermi liberamente, dedicarmi ad attività manuali e mi costringe a chiedere aiuto ai miei familiari per molte delle attività della vita quotidiana.
Ma non mi impedisce di ricordare e raccontare la mia vita, la mia infanzia trascorsa in campagna, tra mucche e pascoli.
Sono nata e cresciuta, infatti, alle Capanne di Marcarolo, una località composta da poche case isolate, immerse nella completa campagna.
Qui, oggi, trascorro piacevoli domeniche con parenti ed amici, la casa è completamente ristrutturata, bella e ricca di comodità; a mio marito e a mia figlia piacciono molto la “vita spartana” e la libertà offerte da questo luogo, ma io cerco sempre di far capire loro com’era vivere davvero alle Capanne, sessant’anni fa.
Lo faccio con queste “Memorie di Capanne”, che scrivo lentamente, giorno dopo giorno, spolverando nella mia memoria e riportando (in modo a volte un po’ caotico!) i miei chiari ricordi su un PC portatile che mia figlia, con santa pazienza, mi ha insegnato ad utilizzare.
Sono racconti semplici, di vita quotidiana, ma di una vita sempre più distante dalla realtà che oggi conosciamo e che tra qualche anno, sono sicura, lasceranno a bocca aperta i miei nipoti.

 

MEMORIE DI CAPANNE

Forse sono anche belle le Capanne, viste ora che ci sono tutte le comodità e il paesaggio è proprio di montagna a due passi dalla città di Genova, ma io ci sono vissuta nell’immediato dopoguerra quando forse anche qua era più dura la vita.

Sono cambiate tante cose in questi 50 anni.

Sogni e ricordi

Sono tantissimi i ricordi della mia infanzia e me li ricordo bene anche perché i ricordi dei bimbi sono più belli.

Ora vi racconto una storia vera che mi è successa quando ero piccola.  Mi svegliavo piangendo, non so se ero sveglia davvero o se ero sonnambula, ricordo solo che una notte vidi sul comò dei biglietti del treno (che fino ad allora non avevo mai preso) e da quel momento pensai che sarei andata via…e così fu.

Quando ero piccola non avevo mai visto il treno, finchè un giorno andai, con mio padre, da Campoligure (paese a circa 8 Km dalle Capanne) a Sampierdarena, poi a Pontedecimo, proprio dove ora abita mia figlia, sarà il caso, il destino o cosa non so. Da qui andai a piedi a Campomorone, perché mio padre voleva farmi vedere la fiera e le giostre, che sicuramente erano per me una novità.

Quando tornammo indietro, a Campoligure era scesa tanta neve e non si poteva andare a casa, era buio e ci fermammo a dormire lì, in casa di una signora che viveva sola e si chiamava Manin (diminutivo di Maddalena). Tornammo a casa il giorno dopo.  In  quella casa, tra l’altro, vidi per la prima volta il “prete”, che era uno scaldaletto.

La mia casa

Parlerò brevemente della mia casa, dove sono nata e dove sono stata fino all’età di 11 o12 anni, quando ci siamo trasferiti a Campomorone (Genova).

Due fratelli, Antonio (mio padre) e Luigi, che erano sempre stati insieme, vollero, anche da sposati, andare a vivere nella stessa casa, la Bandìa appunto.

La casa era una sola, come era una la campagna.

Me la ricordo bene (ma forse allora in montagna erano tutte così), era divisa a metà per la lunghezza  e sotto le camere c’era la stalla, che serviva anche da riscaldamento, grazie al fiato delle mucche.

Prima delle cucine c’era l’albergo (spazio comune), con un forno che veniva usato a turno per fare il pane una volta la settimana, e sopra al forno c’era il seccatoio: si chiamava gre e serviva per seccare granoturco e castagne, che si mangiavano durante l’inverno.

Col granoturco si faceva la polenta, ma prima di seccarlo veniva sfogliato; ricordo che ognuno degli abitanti invitava a casa propria i vicini e si passava così la serata, parlando e pulendo il granturco.

Dopo seccato veniva battuto sopra una pietra circolare che si trova davanti al forno e anche le castagne subivano la stessa battitura perché dovevano perdere la pelle.

Pensare che era da poco finita la guerra e mio nonno aveva dodici figli, ma riuscì a lasciare case e terreni a tutti, per vivere di legna e pastorizia.

Si seminava il grano per fare pane e non c’era corrente elettrica e neppure il frigo, gli alimenti si dovevano tenere al fresco nella neve.

La carne alle Capanne non si poteva comprare  perché non c’erano negozi e non la si poteva neppure conservare perché non c’era corrente, così la mangiavamo solo a Natale.

La carne, per quelli che vivevano alle Capanne, esisteva solo a Natale, quando ammazzavano una pecora e per farla durare di più la conservavano nella neve, che allora durava a lungo.

Sopra la Bandìa, che è la mia casa, c’è l’Arbaita, un piccolo piano erboso sul confine tra Piemonte e Liguria, da dove passa un sentiero che porta al monte Pracaban, sopra alla Casanova, dove allora viveva un uomo solo che io vedevo vecchio e come tutti gli uomini molto beone. Poi è morto.

Sopra quel piano c’è la costa che fungeva da confine col Nascio, un terreno con una casa diroccata dove, per sentito dire, viveva una donna sola che era una sorella di mio nonno.

 I miei giochi

Non esistevano giocattoli per me quando ero piccola e vivevo alle Capanne.

Io non ne avevo visto mai, non c’erano negozi e si giocava con le cose vere, come andare nella stalla a mungere le mucche, oppure in autunno si andava nel bosco con un sacchetto fatto proprio per noi bimbi, a raccogliere le castagne.

Andavo anche a raccogliere funghi, sempre con mio cugino Giovanni; andavamo molto d’accordo, eravamo sempre insieme e giocavamo sempre in coppia; avevamo la stessa età con solo 15 giorni di differenza, che lui aveva di meno.

Ora ci siamo un poco allontanati ma è la vita che cambia le persone, e ognuno di  noi tira fuori il proprio carattere, la propria esperienza di vita che insegna molte cose, che solo ai nostri figli spetterà giudicare.

Ho imparato a stare sugli sci prima delle elementari; con Giovanni avevamo solo un  paio di sci fatti a mano da qualche mio parente; non avevamo attacchi, solo spaghi e noi, con uno sci a testa, scendevamo dalla parte di Campoligure verso la Fossetta, per poi risalire con lo sci in spalla perché anche se allora nevicava tanto non c’erano impianti di risalita.

Sopra la mia casa c’è la rocca dove vivono e nidificano ancora ora i falchi, per questo la chiamano ‘rocca du falcu’. Io e Giovanni un pomeriggio andammo lassù a vedere i nidi, una cosa  da incoscienti, se per caso fossimo caduti da lassù non avrebbero trovato che dei piccoli pezzi di bimbo. I bimbi sono  incoscienti ed io lo ero molto.

A valle di orti e prati c’era il campo grande e ancora più giù una sorgente o qualcosa di simile. Ricordo che noi prendevamo la terra viscida che arrotolata stava insieme e così costruivamo delle biglie  per  poi  giocare.

Un giorno venne a casa mia una bimba che con la sua nonna era in campagna agli Olmi e veniva dalla città di Genova, dove forse allora, anche se meno di adesso, c’erano nelle vetrine dei giocattoli; aveva portato con sé una bambola e la trattava come un bimbo. Io che ero molto piccola e non avevo mai visto bambole e giochi, la presi per pazza. Non è più tornata a giocare con me, forse è rimasta un poco delusa anche lei. Vivevamo in due mondi  diversi e solo ora mi rendo conto che a me piace di più il mondo di lei.

Il Natale

Il mio Natale in montagna era molto diverso da quello di mia figlia.

I doni li portavano i re Magi. Mettevano i regali dentro una scarpa che noi bimbi lasciavamo sulla finestra il 6 gennaio per loro e che al risveglio era sempre piena di neve scesa durante la notte. I doni, poi, erano solamente mandarini o cioccolatini, quello che c’era, perché eravamo lontani dai negozi e lassù non c’era niente.

Anzi, ora ricordo un punto vendita di alimentari, proprio il necessario, come pasta, olio, sale ecc. che era di un signore di nome Natale e apriva solo la domenica mattina quando era finita la prima Messa della domenica.

Vorrei ora parlare di alcune ricette che ho mangiato alle capanne quando ero bambina, anche se le ricordo poco. Mi piaceva molto la puta, che è una polenta dolce fatta nell’acqua dove sono state bollite le castagne secche.

Mi piaceva molto anche il riso e latte con castagne secche che veniva cotto sempre con le castagne secche prima ammollate e pulite.

La scuola

La mia vita è passata così fino a sei anni, quando passò da casa mia una maestra molto giovane. Veniva col treno da Arquata Scrivia e a piedi da Campoligure, perché da noi non c’era ancora la strada carrabile ma solo una  mulattiera.

Era la fine di settembre e disse che sarebbe stata la mia maestra dal primo di ottobre. Mia madre, dato che lassù i figli più grandi badavano quelli più piccoli, mentre la moglie si dedicava alla  stalla e alla campagna, rispose che io non sarei andata a scuola perché dovevo badare a mio fratello che era nato a maggio.

Mi misi a piangere e piansi anche il primo giorno di scuola, perchè mio cugino Giovanni, che c’era andato, aveva fatto una intera pagina di puntini ed a me sembrava una cosa bellissima!

Il giorno dopo mia madre mi permise di andare a scuola, e feci una pagina intera di aste. 

La scuola si trovava nel locale vicino alla chiesa: qui si trovava tutto, allora, anche il piccolo negozio che apriva solo la domenica mattina dopo la Messa.

Forse era il primo anno che c’era un’insegnante visto che prima l’insegnante era il prete.

Col freddo che faceva allora, era vietato alle femmine indossare pantaloni e non potevano nemmeno entrare in chiesa a capo scoperto; credo questa regola valesse per tutta Italia o per il mondo intero.

Quando arrivai per la prima volta a scuola avevo, come tutti, un grembiulino nero ed un fiocco azzurro sul colletto bianco. Ero molto contenta, mi sentivo finalmente qualcuno, non solamente una pastorella che da grande avrebbe dovuto fare solo la moglie e la contadina, come facevano tutte, lassù, perché non c’era altra possibilità.

Oggi ho provato molta  gioia quando ho sentito che in televisione hanno detto che si sarebbe tornati al grembiule come ai miei tempi e al maestro unico come avevamo noi.  

Andavo a scuola tutti i giorni in compagnia di Giovanni. Pensando a quei momenti ricordo che  ero felice quando tornavo da scuola e in terra c’era tanta neve: ci sedevamo sulla cartella per scivolare giù dalla strada ghiacciata.

Alcuni miei compagni di scuola venivano da molto lontano: dalla Fuia, dalla Leveratta, dalla Cornagetta, dalla Piota, dalla Rossa o dai Foi, che erano (e sono ancora) tutte cascine delle Capanne.

Le Capanne di Marcarolo erano idealmente divise in due rioni: “dalla chiesa in là” e “dalla chiesa in qua”, dove vivevo io, sul confine tra Alessandria e Genova.

Quando frequentavo i primi anni di elementari ricordo che veniva a scuola con me una ragazzina bionda più chiara di me, che viveva per un periodo nella fattoria Doria (quella dove oggi vivono due giovani con due bambini, gestori della “Cascina Foi”).

Quella bimba bionda si chiamava Carla e mi piaceva moltissimo perché lei portava una coda di cavallo, mentre io le trecce. Non so se era una mia idea o se qualcuno mi aveva detto che a me la coda di cavallo stava male perché avevo le orecchie troppo grandi, fatto sta che io avevo il complesso delle orecchie; non era vero, ma l’ho capito solo ora che sono adulta e mi sono fatta tagliare i capelli cortissimi.

Poi un  giorno passò davanti a casa mia una barella di fortuna portata a spalla da due uomini; sulla barella c’era Carla: era  stata azzannata  da un cane lupo che suo nonno teneva legato nel cortile della fattoria.

La vita da pastorella

 D’inverno andavo a scuola, d’estate facevo la pastorella; una volta un pastorello di nome Piero, che non so da dove venisse però frequentava con me la scuola elementare delle Capanne, mi regalò un cagnolino appena nato, nero con macchie bianche di razza incerta ed io lo chiamai Ido. Veniva sempre con me, imparò così a fare il cane pastore, a distinguere le mie mucche e a mandarle a casa la sera. Nessuno poteva avvicinarsi alla mia mandria.

Una volta, in inverno, andai con mio padre a prendere un vitellino appena nato alla Fusea (nome di una cascina) e mio padre lo portò a casa tenendolo sul collo, camminando chilometri e attraversando addirittura il torrente Ponzima, pieno di acqua gelida. C’era  anche un po’ di nebbia, che lassù era quasi sempre presente d’inverno ed in terra c’era la neve, che quando ero bambina cadeva molto più abbondante di ora.

Da piccola,  le mattine d’estate, andavo con mio cugino Giovanni a portare le mucche giù in fondo ai campi sotto la casa perché c’era più fresco, c’era il bosco e molti alberi e c’era (forse ci sarà ancora) una palude che chiamavamo Moia; era molto fresca, lì crescevano canne, giunchi e altre piante acquatiche, ma meglio di tutto ricordo le farfalle che erano molto grandi e avevano stampati sulle ali dei numeri che noi volevamo ricordare per poi giocarli a lotto, ma dopo tanti anni non me li ricordo proprio.

Vorrei anche dirvi di quanto è forte anche negli animali il trasporto sessuale per via di un episodio che mi è successo quando d’estate andavo al pascolo al Nascio.

Un giorno mi sparì una mucca che per le sue corna girate in basso veniva chiamata Bracca. La cercammo a lungo, poi la trovarono e me la riportarono nella notte; probabilmente era in estro o in calore perché era andata fino alla Piota, una cascina lontana da noi chilometri, per raggiungere un toro.

Il papà

Quando ero in terza o quarta elementare costruirono due baracche di lamiera dove alloggiavano gli operai che lavoravano nelle gallerie dell’acquedotto: in una di queste mangiavano e nell’altra dormivano. Mio padre era addetto alla cucina ed io, finita la scuola, correvo a salutarlo prima di tornare a casa.

Ricordo di quanto ero veloce: arrivata un giorno dal Nascio (un prato che si trova di fronte alla chiesa delle Capanne) a mezzodì con la mia mandria andai al monte Poggio a portare il pranzo a mio padre, che era lassù a tagliare l’erba per fare il fieno per l’inverno e mi portavo il pranzo anche per me, per mangiare insieme al mio papà.

Ero ancora molto piccola e le coccole mi facevano forse piacere, ma l’educazione di molti anni fa era diversa e i figli dovevano avere distacco dai genitori.

Ricordo che i miei nonni materni, che abitavano alla cascina Ciliegia vicino a casa mia (cioè la Bandia) e anche loro avevano 12 figli, si davano del “voi” in segno di rispetto. Solo il figlio dava del “voi” al genitore ma il genitore al figlio dava del “tu”.

 La moto a fuoco  

Quando tracciarono la strada carrabile per Campoligure - solo sterrata - i ragazzi delle Capanne, e mio padre che voleva stare al passo con i ragazzi anche se aveva qualche anno in più, si comprarono la moto.

Avevo già 11 anni e mio padre, una sera d’estate, mi portò a fare un giro a Campoligure.

Mentre tornavamo a casa di notte in quella strada sterrata e nera, la nostra moto si fermò.

Nessuno degli amici che era con noi sapeva cosa fosse successo ed uno di loro accese un fiammifero per guardare il carburatore, non pensando che la benzina è infiammabile, così la prima moto di mio padre andò a fuoco ed io mi spaventai da morire.

Generazioni

Mi chiamo Oliveri come quasi tutti a Campoligure, perché allora c’erano poche vie di comunicazione e nei paesi  avevano spesso lo stesso cognome.

Mio nonno si chiamava Giovanni Battista e così anche mio fratello e tanti cugini, perchè una volta il primo figlio maschio si doveva chiamare col nome del nonno paterno, se era femmina col nome della nonna paterna e poi si passava ai nonni materni. Il mio nonno paterno era di Campoligure e, per sentito dire quando ero ancora una bambina, suo padre faceva il “rasurei” che vuol dire il costruttore di rasoi; sua madre faceva la levatrice, cioè aiutava i bimbi a nascere come fanno ora le ostetriche.

Parlo del 1800; mi hanno detto che i miei bisnonni vivevano nel “Risseu” di Campoligure, che è una piazzetta antica sotto al vecchio castello medioevale, dove il pavimento era fatto di ciottoli e per questo si chiama così; in questa piazzetta legavano i cavalli anni prima perchè c’erano poche auto e andavano molto a cavallo.

Dopo la Bandìa mio nonno comprò gli Alberghi,  che era una cascina grande e molto estesa con tanti terreni e boschi, ed andò a vivere lì con tanti figli maschi e in quelle distese aveva una specie di maneggio, se ho ben capito.

Avevano cavalli, muli ed asini ed io conservo gelosamente una foto di mio padre in sella ad un mulo, poiché le foto allora erano più rare di ora.

E in mezzo a  tanti ricordi  mi era  passata la voglia di scrivere, quando mi sono ricordata di quello  che disse mio genero Alessio una sera: “vale più la parola di uno stolto che il silenzio di un saggio” (citazione forse un po’ storpiata!) e ho iniziato di nuovo, perché anche se a mia figlia Silvia voglio dire tante cose, non voglio dimenticare di raccomandarle che il dialogo è sempre importante con tutti, figli compresi. Se no la lingua non servirebbe a niente e anche la voce serve, allora perché non usarla.

La Scuola Media

A dodici anni andai a Campoligure per frequentare la Scuola Media (tra le elementari e le medie frequentavamo un anno a vuoto dicendo che era la sesta). Ai miei tempi c’erano anche l’avviamento industriale e quello commerciale: l’industriale per chi voleva lavorare nell’industria, il commerciale per chi si dedicava al commercio, mentre le Medie erano dedicate a chi aveva intenzione di continuare a studiare.

Quando dovevo prepararmi per l’esame di ammissione vivevo a Masone; avevo tanta vergogna, ero molto timida e non avevo mai visto un paese e Campoligure per me era molto grande.

Alla vigilia dell’esame, passò da noi una signora con le sue due figlie e, anche se non le avevo mai viste, mi portarono con loro a Campoligure, dove dormii e mangiai con loro. Il giorno dopo andai con la figlia più grande al palazzo del Comune dove si svolgeva l’esame.

Per prepararmi un poco, nei mesi precedenti avevo spedito i miei temi a Bosio a una maestra neolaureata che conosceva mio padre; i miei temi facevano tanta strada, ma è servito, perchè poi sono stata promossa.

Quando ho iniziato ad andare a scuola a Campoligure, vivevo a Masone in casa di una signora che aveva tre figlie. La seconda frequentava con me la prima media e si chiama Rosanna.

Con lei mi facevo molta compagnia perché si andava a scuola assieme con la corriera; lì stavo bene e così ho capito che per me la vita  in campagna non era così importante, però mi mancava la mia casa perché avevo solo 11 anni e avevo cambiato vita totalmente.

Poi però, per andare a scuola in collegio e per soddisfare la voglia di mio padre di avere un  ristorante tutto suo, furono venduti con grande coraggio tutti gli animali, buoi, mucche, vitelli ecc. e andammo a vivere a Langasco in  una  vecchia  osteria.

Langasco

A settembre del 1961 arrivai a Langasco (frazione di Campomorone, provincia di Genova); anche se ora è forse cambiato, allora era un paesino con tradizioni  diverse dalle mie e non mi trovai molto bene.

Facemmo il viaggio su un camioncino, passando per la strada di Praglia che era tracciata da poco sulla terra a mano ed io, insieme ad Angela dei Moglioni (una casa  colonica dopo la Benedicta dove stava la sorella di mia madre) stavo sopra una panca nel cassone del camion e quando passammo da San Martino rubammo  un poco di uva e una signora che era la proprietaria ci disse di tutto.

Mi ricordo come se fosse successo ieri, seduta su quella panca che forse è ancora a Langasco. Tempo fa con Angela ricordammo quanto fu incosciente e coraggioso quel viaggio. Forse era la gioventù che ci aiutava, o la fortuna, ma se ci penso ora mi pare di aver fatto un sogno.

Ero giovane e per me tutto era un gioco.

Il Collegio

Sono arrivata a Langasco il 26 settembre del 1961 e il primo ottobre ho iniziato la seconda media in collegio a Campomorone, che raggiungevo da Langasco con la corriera delle 7.00, per poi tornare a casa a piedi; Langasco è un paesino piccolo, con tanta salita.

Fu per me una fatica maggiore poiché salivo a piedi con una cartella molto pesante e volevo raggiungere in fretta la casa per aiutare mia madre che aveva molto da fare con l’osteria, che si era ormai trasformata in ristorante e la domenica si riempiva di gente.

C’erano inoltre in quel  periodo molti operai della ditta Saipem che venivano a mangiare lì ogni sera e qualcuno aveva da noi anche la camera da notte. 

Il Collegio era di suore, non so di quale congregazione, avevano grandi cappelli bianchi; ora non ci sono più, il collegio che io frequentavo, dopo essere stato un ricovero per vecchie suore, ora è un ricovero per persone con  problemi psichici.

Furono per me gli anni più spensierati della vita, peccato che certe cose si capiscano dopo averle vissute.

La cosa più bella della vita l’ho avuta dopo ed è mia figlia, però le cose più sono belle e più costano in senso affettivo ed è per questo che le voglio molto bene.

È  molto scomodo ancora oggi ora vivere alle Capanne, anche se hanno asfaltato le strade e messo luce e telefono; a me fa molta  tristezza, la sera, restare in quel silenzio, dove si sente solo lo scorrere dell’acqua o il canto dei gufi.

È bello se si ha la compagnia di figli o di amici,  però non riesco a comprendere chi va a vivere lassù solo perché ama vivere in campagna e non pensa ai figli che devono imparare tante cose; in fondo noi viviamo per i figli che sono la continuità di noi e quello che facciamo per loro lo facciamo per il  mondo intero.

Per me, anche se per alcuni è piacevole, vivere alle Capanne oggi è un po’morire.

Sono contenta comunque che piaccia a Silvia perché così sarà più contenta di me di andare lassù quando un giorno avrà figli suoi o con gli amici, ma la sera io sto meglio qua.

Ringrazio comunque mio nonno che con i suoi sacrifici mi ha lasciato la casa delle Capanne, forse un giorno serviranno anche quei boschi, prati e campi…

 

 

 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo