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LUNE DI PRIMAVERA 2010

 
 

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Niva Ragazzi
Nata a Poggio Rusco in provincia di Mantova il 20 dicembre 1952, vivo a lungo a Milano, città in cui la famiglia si trasferisce negli anni successivi al 1950.
Dopo gli studi superiori, entro nel mondo del lavoro, pur continuando a scrivere in modo amatoriale racconti e poesie per riviste di fantasy e fantascienza.
Ho ottenuto il premio speciale ORTICADONNA alla V edizione del Premio Città di Forlì, con il racconto “Francesca di Sera”; il secondo premio alla V edizione del Concorso Le Donne Raccontano – EUROPADONNA,  con il racconto “L’indomita”.

 

LA DIRCE LA G’A SEDSAN

DIRCE HA SEDICI ANNI

Nel 1936 mia mamma aveva sedici anni e nelle sere d’estate, quando in piazza si organizzava il ballo per festeggiare qualche particolare solennità, la voce correva attraverso i campi, oltre le ramàde, (siepi) saltava sui fossi e scivolava dietro i pozzi, nelle grandi corti piene di famiglie.

Piene, soprattutto di putèle, (ragazze) pronte a darsi appuntamento al crusàl,(incrocio) dietro la cappellina della Madonna e San Giacomo e tutte insieme, con i golfini chiari in mano, le stelle negli occhi, si incamminavano verso il paese che dovevano raggiungere a piedi.

A mano a mano il gruppo si infoltiva, perché vi si aggiungeva un ragazzo a piedi, due in bicicletta ed uno anche in moto, sgasando per farsi ammirare dalle ragazze, che se lo indicavano solo con gli occhi, sorridendo appena.

Andava a ballare anche la mia mamma, che non aveva ancora l’età, ma accompagnava la sorella più grande, la Rosina, tutta bella pituràda i làbar, na bèla vestìna nera, li scarpi lùcidi e al gulfìn bianc in man, ca s’al fa fred ta t’al met in sli spàli,  (truccata le labbra, un bel vestitino nero, le scarpe lucide ed il golfino bianco in mano che se fa freddo te lo metti sulle spalle) e si mettevano da un lato della piazza, mentre il grammofono suonava, che c’era sempre qualcuno che lo caricava, quando la voce moriva.

Da un lato le ragazze, a chiacchierare e sorridere, dall’altro i giovanotti, che fumavano e parlavano a voce alta, schiamazzando, per darsi contegno.

E quando mia mamma vedeva che il giro dei ragazzi languiva, ecco, eccola, la mia mamma giovane, che si girava scalpitando come un puledro:

-Ma cùa fèt, Dirce, stà chi…- (cosa fai, Dirce, sta qui) le bisbigliava la Rosina, tirandola per una manica.

-A vag a far un gir!-(vado a fare un giro) rispondeva lei, con quegli occhi sfavillanti, un vitino come una lucciola e le gambe sempre in movimento.

E andava lei, la mia mamma Dirce, a fare il giro dalla parte dei giovanotti, con la baldanza e la spudorata sicurezza dei sedici anni, quelli di allora, per farsi vedere, per potersi confrontare, sottobraccio alle amiche che insieme a lei diventavano coraggiose e allegre.

Quando poi tornava al gruppo della sorella, ed il giro dei giovanotti aveva ripreso lena, si metteva dietro alla Rosina e sulla schiena le faceva “si”, oppure “no” con le dita, perché lei voleva solo il meglio per sua sorella, non un qualunque scalsacàn.(imbecillotto)

-Ma set màta, at tsé propri màta, a t’al dig mi…-(ma sei matta, sei proprio matta, te lo dico io) brontolava poi la Rosina, quando, tornate a casa, si mettevano a letto commentando il ballo.

-A gh’era quel là c’am piaséva….-(c’era quello là che mi piaceva) diceva mia mamma, intenta all’acconciatura.

-…ti piace, ti piace, come si fa a dire mi piace,  ma l’et magnà? (ma l’hai mangiato?)

-cosa c’entra, l’hai mangiato, non è quella la ragione, l’è bel,  a l’è tsi bel (è bello, è così bello)

-Ma cosa fai, sei matta? - riprendeva ancora la Rosina.

-Am méti la carta in testa….- (mi metto la carta in testa) rispondeva mia mamma: per avere i ricci, anche allora, bisognava fare la permanente, ma costava tanto, si faceva solo una volta all’anno.

E allora, le ragazze si facevano dei codini stretti e piccoli con la carta di giornale bagnata e se ne andavano a dormire: il mattino dopo, ecco i ricci!

-E’ matta, è matta… – sospirava la Rosina, infilandosi nel letto, con il materasso tutto gobbe che scricchiolava – La testa tùta mòia, at vegn n’asidént, (la testa tutta bagnata, ti viene un accidente)… sei tutta matta, te lo dico io…

Proprio in quell’anno, che lei si sentiva così adulta e capace di grandi cose, mia mamma tanto fece e pregò il suo papà:

-E dai, pupà, lasèm andà…(e dai, papà, lasciatemi andare).

E lo stancò così tanto, che il suo papà Arturo le accordò il permesso di andare a fare la campagna del grano e poter così guadagnare qualcosa anche lei, che ormai era grande e poteva lavorare.

Era estate al mio paese, nella bassa mantovana, un’estate di allora, torrida e gloriosa, con tutti quei campi dorati a vista d’occhio, e quelle mattine così chiare e piene di suoni e profumi, da far sospirare di felicità solo al sentirsi vivere.

Si erano date appuntamento alla Cascina della Ca’ Rossa che aveva reclutato le donne per la settimana: ed eccola, ai bordi del campo, la mattina presto, la mia mamma, giovane tra le giovani, occhi e capelli neri, con il grembiule nero da lavoro, che si china lungo la sua fila e quando si rialza, un minuto dopo, per vedere a che punto sono le altre, sconvolta, le vede già lontane, le donne, già lontane nel campo, che falciano impetuose disegnandole la sua riga ancora alta e dorata.

Si fermavano per mangiare un boccone nell’ora più calda del giorno, si portavano qualcosa da casa avvolto in un fazzoletto.

-Séntat chi c’at conti sù quel….- (siediti qui che ti racconto qualcosa)

Ed in mezzo alle donne che per lei erano tutte anziane, quante risate, che belle storie, quanti pettegolezzi da raccontare poi a casa, alla sera.

Con i primi soldi, che chiaramente suo papà non si prese, mia mamma andò a Bologna in visita alla sorella Rosina che là stava studiando da sarta.

Entusiasta, abbronzantissima, quasi bruciata dopo due settimane in campagna, proprio in quel periodo in cui solo i poveri erano colorati, mia mamma si pavoneggiava nell’appartamentino in cui la sorella abitava insieme a due amiche del paese che lavoravano a Bologna in fabbrica.

E mentre stavano alla finestra a guardare il passeggio, tutte e quattro le ragazze, la Rosina, ad occhi bassi, sibilava alla sorellina:

-Ma fat indré, fat indré, cat par al Nègus! (ma stà indietro, stà indietro che sembri il Negus)

La rimandarono a casa rivestita di nuovo, un delizioso abitino azzurro, le scarpine nere ben lucidate, ed una stupenda cappella bianca in testa.

Che quando suo papà Arturo andò a prenderla alla stazione, non la riconosceva, e lei gli andò vicino e gli disse:

-Pupà, a son mi! (papà, sono io)

E lui, dopo averla brevemente guardata, la fece tornare a casa per l’Uvèra, il viottolo in mezzo ai campi che costeggiava il paese.

E lei, la mia mamma Dirce, la mia mamma giovane, si chiedeva perché, ma perché non era passata per i portici, perché tutti la vedessero, che veniva da Bologna.

 

 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo