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Niva Ragazzi
Nata a Poggio
Rusco in provincia di Mantova il 20 dicembre 1952, vivo a lungo a
Milano, città in cui la famiglia si trasferisce negli anni
successivi al 1950.
Dopo gli studi superiori, entro nel mondo del lavoro, pur
continuando a scrivere in modo amatoriale racconti e poesie per
riviste di fantasy e fantascienza.
Ho ottenuto il premio speciale ORTICADONNA alla V edizione del
Premio Città di Forlì, con il racconto “Francesca di Sera”; il
secondo premio alla V edizione del Concorso Le Donne Raccontano –
EUROPADONNA, con il racconto “L’indomita”.
LA
DIRCE LA G’A SEDSAN
DIRCE HA SEDICI
ANNI
Nel 1936 mia mamma
aveva sedici anni e nelle sere d’estate, quando in piazza si
organizzava il ballo per festeggiare qualche particolare solennità,
la voce correva attraverso i campi, oltre le ramàde, (siepi)
saltava sui fossi e scivolava dietro i pozzi, nelle grandi corti
piene di famiglie.
Piene, soprattutto
di putèle, (ragazze)
pronte a darsi appuntamento al crusàl,(incrocio)
dietro la cappellina della Madonna e San Giacomo e tutte insieme,
con i golfini chiari in mano, le stelle negli occhi, si
incamminavano verso il paese che dovevano raggiungere a piedi.
A mano a mano il
gruppo si infoltiva, perché vi si aggiungeva un ragazzo a piedi, due
in bicicletta ed uno anche in moto, sgasando per farsi ammirare
dalle ragazze, che se lo indicavano solo con gli occhi, sorridendo
appena.
Andava a ballare
anche la mia mamma, che non aveva ancora l’età, ma accompagnava la
sorella più grande, la Rosina, tutta bella pituràda i làbar, na
bèla vestìna nera, li scarpi lùcidi e al gulfìn bianc in man, ca
s’al fa fred ta t’al met in sli spàli, (truccata
le labbra, un bel vestitino nero, le scarpe lucide ed il golfino
bianco in mano che se fa freddo te lo metti sulle spalle)
e si mettevano da un lato della piazza, mentre il grammofono
suonava, che c’era sempre qualcuno che lo caricava, quando la voce
moriva.
Da un lato le
ragazze, a chiacchierare e sorridere, dall’altro i giovanotti, che
fumavano e parlavano a voce alta, schiamazzando, per darsi contegno.
E quando mia mamma
vedeva che il giro dei ragazzi languiva, ecco, eccola, la mia mamma
giovane, che si girava scalpitando come un puledro:
-Ma cùa fèt,
Dirce, stà chi…- (cosa
fai, Dirce, sta qui)
le bisbigliava la Rosina, tirandola per una manica.
-A vag a far un
gir!-(vado
a fare un giro)
rispondeva lei, con quegli occhi sfavillanti, un vitino come una
lucciola e le gambe sempre in movimento.
E andava lei, la
mia mamma Dirce, a fare il giro dalla parte dei giovanotti, con la
baldanza e la spudorata sicurezza dei sedici anni, quelli di allora,
per farsi vedere, per potersi confrontare, sottobraccio alle amiche
che insieme a lei diventavano coraggiose e allegre.
Quando poi tornava
al gruppo della sorella, ed il giro dei giovanotti aveva ripreso
lena, si metteva dietro alla Rosina e sulla schiena le faceva “si”,
oppure “no” con le dita, perché lei voleva solo il meglio per sua
sorella, non un qualunque scalsacàn.(imbecillotto)
-Ma set màta,
at tsé propri màta, a t’al dig mi…-(ma
sei matta, sei proprio matta, te lo dico io)
brontolava poi la Rosina, quando, tornate a casa, si mettevano a
letto commentando il ballo.
-A gh’era quel
là c’am piaséva….-(c’era
quello là che mi piaceva)
diceva mia mamma, intenta all’acconciatura.
-…ti piace, ti
piace, come si fa a dire mi piace, ma l’et magnà? (ma
l’hai mangiato?)
- …cosa
c’entra, l’hai mangiato, non è quella la ragione, l’è bel, a l’è
tsi bel (è
bello, è così bello)
-Ma cosa fai, sei
matta? - riprendeva ancora la Rosina.
-Am méti la
carta in testa….- (mi
metto la carta in testa)
rispondeva mia mamma: per avere i ricci, anche allora, bisognava
fare la permanente, ma costava tanto, si faceva solo una volta
all’anno.
E allora, le
ragazze si facevano dei codini stretti e piccoli con la carta di
giornale bagnata e se ne andavano a dormire: il mattino dopo, ecco i
ricci!
-E’ matta, è
matta… – sospirava la Rosina, infilandosi nel letto, con il
materasso tutto gobbe che scricchiolava –
La testa tùta mòia, at vegn n’asidént, (la
testa tutta bagnata, ti viene un accidente)…
sei tutta matta, te lo dico io…
Proprio in
quell’anno, che lei si sentiva così adulta e capace di grandi cose,
mia mamma tanto fece e pregò il suo papà:
-E dai, pupà,
lasèm andà…(e
dai, papà, lasciatemi andare).
E lo stancò così
tanto, che il suo papà Arturo le accordò il permesso di andare a
fare la campagna del grano e poter così guadagnare qualcosa anche
lei, che ormai era grande e poteva lavorare.
Era estate al mio
paese, nella bassa mantovana, un’estate di allora, torrida e
gloriosa, con tutti quei campi dorati a vista d’occhio, e quelle
mattine così chiare e piene di suoni e profumi, da far sospirare di
felicità solo al sentirsi vivere.
Si erano date
appuntamento alla Cascina della Ca’ Rossa che aveva reclutato le
donne per la settimana: ed eccola, ai bordi del campo, la mattina
presto, la mia mamma, giovane tra le giovani, occhi e capelli neri,
con il grembiule nero da lavoro, che si china lungo la sua fila e
quando si rialza, un minuto dopo, per vedere a che punto sono le
altre, sconvolta, le vede già lontane, le donne, già lontane nel
campo, che falciano impetuose disegnandole la sua riga ancora alta e
dorata.
Si fermavano per
mangiare un boccone nell’ora più calda del giorno, si portavano
qualcosa da casa avvolto in un fazzoletto.
-Séntat chi
c’at conti sù quel….- (siediti
qui che ti racconto qualcosa)
Ed in mezzo alle
donne che per lei erano tutte anziane, quante risate, che belle
storie, quanti pettegolezzi da raccontare poi a casa, alla sera.
Con i primi soldi,
che chiaramente suo papà non si prese, mia mamma andò a Bologna in
visita alla sorella Rosina che là stava studiando da sarta.
Entusiasta,
abbronzantissima, quasi bruciata dopo due settimane in campagna,
proprio in quel periodo in cui solo i poveri erano colorati, mia
mamma si pavoneggiava nell’appartamentino in cui la sorella abitava
insieme a due amiche del paese che lavoravano a Bologna in fabbrica.
E mentre stavano
alla finestra a guardare il passeggio, tutte e quattro le ragazze,
la Rosina, ad occhi bassi, sibilava alla sorellina:
-Ma
fat indré, fat indré, cat par al Nègus!
(ma
stà indietro, stà indietro che sembri il Negus)
La rimandarono a
casa rivestita di nuovo, un delizioso abitino azzurro, le scarpine
nere ben lucidate, ed una stupenda cappella bianca in testa.
Che quando suo
papà Arturo andò a prenderla alla stazione, non la riconosceva, e
lei gli andò vicino e gli disse:
-Pupà, a son
mi! (papà,
sono io)
E lui, dopo averla
brevemente guardata, la fece tornare a casa per l’Uvèra, il
viottolo in mezzo ai campi che costeggiava il paese.
E lei, la mia
mamma Dirce, la mia mamma giovane, si chiedeva perché, ma perché non
era passata per i portici, perché tutti la vedessero, che veniva da
Bologna.
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