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Elvira Rossi
Nata
nel 1929 a Brufa, una frazione di Torgiano dove ha trascorso tutta
l’infanzia e la giovinezza.
Pensionata, coniugata e madre di tre figli. Ha conseguito la licenza
elementare durante il ventennio fascista. Vive nella campagna di
Ponte San Giovanni dove ha da sempre svolto i lavori agricoli.
Testimone di grandi eventi storici di un intero secolo e della
scomparsa della società rurale nella quale ha trascorso oltre metà
della sua esistenza, raggiunta ormai la soglia degli ottanta anni,
ha voluto regalare alle sue nipoti un diario della memoria.
“Ai
miei tempi”
all’età di 80 anni, vi voglio, e mi
voglio raccontare le mie memorie in silenzio, senza che nessuno mi
disturbi.
Dedicato alla memoria della
mia grande mamma e alle mie nipoti e pronipoti.
12 Ottobre 2009,
Io, Rossi Elvira, voglio scrivere un Diario per
raccontare ai miei figli e alle mie nepoti la mia infanzia e
adolescenza. Lo so, qualcuno dirà che non ho niente da fare, ma non
m’importa. Nel leggere troverete tanti errori d’ortografia, perché
la grammatica non era il mio forte, li correggerete!!
Nel 1929 nel paesino di Brufa, frazione di Torgiano,
via Col di Mezzo, il giorno 13 dicembre nascevo io, terza figlia di
sei. Sì, perché prima di me ci sono due fratelli, uno del ’23,
Marcello e uno del ’26, Egidio (detto Gilio). Nel 1931 nasce una
sorellina di nome Irma, ma sfortunatamente il giorno del suo primo
compleanno, il 23 dicembre del 1932, in sole tre ore, il destino se
la portò all’altro mondo. La malattia la chiamavano “Gluppo”,
l’odierna Difterite. Io non ricordo granché, perché ero troppo
piccola, ma la mia mamma le aveva tagliato una ciocca di capelli per
ricordo; era bionda, l’aveva messa in una scatolina, riposta in un
cassetto, e ogni tanto la prendeva per baciarla. La faceva baciare
anche a me.
Nel 1934 a marzo, nasce un’altra sorella, Emma, segue
nel novembre del ‘37 Irma.
La mia Famiglia era composta dalla nonna paterna,
Veronica, il fratello di mio padre, Giovanni con la moglie Giuseppa
e la figlia Maria, i miei genitori Zeffiro e Maria con noi cinque
figli.
Vi voglio parlare dei nonni: il paterno non l’ho
conosciuto perché è morto di polmonite, cinque giorni prima della
nascita di mio padre; il nonno materno è morto che io avevo dodici
anni, ma l’ho visto poche volte perché non abitavano vicino a noi e
come mezzi per trasportarci c’erano solo le
gambe!
Mia madre mi raccontava che era un brav’uomo.
Ora vi racconto delle nonne: la paterna, con cui
abitavamo insieme, è morta nel 1950 l’anno in cui mi sono sposata,
aveva 85 anni. Era una donna lavoratora, con pochi
complimenti, aveva sofferto tanto per la morte del marito, che
l’ha lasciata giovanissima all’età di ventotto anni con due figli e
uno nella pancia. Mi raccontava sempre dei tanti sacrifici che aveva
dovuto fare e solo nel momento che poteva tirare un po’ di fiato, è
scoppiata la guerra (la 1° mondiale). Prima uno poi l’altro figlio,
non li ha visti per tre anni, uno dei quali, Giovanni, tornò dalla
guerra con mezzo piede. Egli fu ferito sul fronte di Gorizia, poi fu
fatto prigioniero e deportato a Belgrado. Il mio babbo invece
combatté sul fronte del Carso, poi fu trasferito nel Trentino e li
combattendo si meritò la medaglia di cavaliere di Vittorio Veneto.
Nel frattempo l’unica figlia femmina, di nome Elvira, si era
ammalata di tubercolosi morendo all’età di ventiquattro anni, quando
suo fratello, mio padre, non era ancora tornato dalla guerra.
Invece, la nonna materna Oliva è morta nel 1954
all’età di ottantatré anni, io già avevo fatto la prima figlia. Non
ci vedevamo spesso anche lei gran lavoratrice, con un carattere da
poliziotta, con lei non si scherzava!
A quei tempi i regali dai nonni non arrivavano,
mancavano le possibilità.
I ricordi della mia infanzia incominciano a cinque
anni:
Allora eravamo tutti poveri, ma la mia famiglia un
po’ più delle altre; si raccoglieva poco grano e per questo si
mangiava la farina di granoturco nove mesi su dodici. A me non
piaceva, perché per asciugarlo, prendeva degli odori cattivi, e mi
faceva pure male.
Mi ricordo quanto soffriva la mia mamma quando io non
mangiavo e non aveva altro da darmi. Non è che per me avesse un
debole, ma perché al dir suo, io ero la più fragile, mi diceva che
ero la più gracile degli altri.
Nel mese di ottobre cadono le ghiande e noi avevamo
tante querce. Vicino a casa c’era Delina che allevava il maiale da
ingrassare, come facevano tutte le famiglie, lei però non aveva le
piante, allora diceva alla mia mamma: “Se mi fai raccogliere
le ghiande ti porto una fila di pane per la figlia”. La mamma le
rispose di sì, però senza farsi vedere dal padrone. Vicino a queste
piante c’era un ginestreto e in mezzo un grande
pietrone, che da lì si potevano vedere tutte le parti, così la mamma
e Delina decisero che io dovevo stare sopra a guardare se fosse
arrivato il padrone e a quel punto dovevo chiamare: “Delinaaaa…”,
lei capiva e se ne andata. Quando la mamma mi diceva: “Elvira è
arrivata la Delina” mi si riempiva il cuore di gioia e mi
aggiungeva: “Elvira, non lo mangiare tutto, lascialo anche per
domani”. Io per la paura che me lo mangiassero i miei fratelli,
quando arrivavo a casa lo avevo quasi finito. Questo accadeva ogni
tre o quattro giorni, per circa due mesi.
La mia famiglia proveniva da un paese che si chiama
Bettona, sia la mamma sia il babbo. La nonna Veronica ogni tanto
andava al cimitero in paese dove aveva il marito e la figlia. Un
giorno, il 12 maggio 1935, il giorno di San Crispolto, il patrono
del paese, disse a me, mia cugina Maria più grande di nove anni e a
mio fratello “Gilio” tre anni più di me, che saremmo andati a
trovare i nostri parenti a Bettona, poi alla messa e infine al
cimitero. Quel giorno era anche il compleanno di mio fratello.
Partimmo verso le otto, dovevamo fare a piedi sei o sette chilometri
di strada. Arrivati proprio vicino, alle mura del paese dissi alla
nonna che mi scappava la pipì, lei mi rispose di andare dietro al
cespuglio, ma di stare attenta all’ortica. Mentre io andavo, mio
fratello di nascosto s’era procurato un bel mazzo di ortica, e si
avvicinò per strofinarmelo ripetutamente sulle gambe. Non vi dico le
urla, la nonna mi dovette portare in una casa vicina per farmi tanti
“bagnoli” con l’acqua fresca. Cosi la messa andò persa e la
nonna arrabbiatissima disse a mio fratello: “lo sapevo che non ti
avrei dovuto portare, sei il solito, nato per fare i dispetti, sei
un tittino! ”.
A sei anni arrivò il momento della scuola. Quanti
ricordi, belli e brutti.
Vi parlo dei brutti:
Noi avevamo dei campi che confinavano con una villa,
la proprietaria si chiamava Fioretti Carmela, aveva circa seimila
metri di giardino, con grandi piante ed un roseto. Mi direte, cosa
c’entra questo con la scuola? Ora vi spiego. Quando i miei genitori
lavoravano in quei campi, noi figli andavamo con loro e vedevamo
questa Fioretti Carmela. Una signorina che si vestiva sempre tutta
di bianco, anche il cappello, quando passeggiava sembrava un angelo
in mezzo al paradiso. Qualche volta ci chiamava vicino la rete, e ci
dava dei soldini (sì perché mia mamma gli faceva qualche piacere ma
non ricordo quali fossero), a me ne dava uno e a mio fratello due,
anche se non sono mai riuscita a capire il perché! Questa signorina
aveva più di cinquant’anni e nella villa ci stava solo l’estate,
l’inverno ritornava a Perugia e si vestiva tutta di nero. Nel mese
di settembre, quindici giorni prima che si aprissero le scuole, mia
nonna mi disse di andare con lei a salutare la Fioretti che tornava
a Perugia. Quando andammo, ci trovammo una signora, anche lei venuta
per salutarla; prima l’una poi l’altra mi chiese se mi sarebbe
piaciuto andare a scuola, io gli risposi di no, perché mi avevano
detto che la maestra che avrebbe dovuto insegnarmi era molto
cattiva. Fra loro erano d’accordo nel chiedermi come si chiamasse
questa maestra, io gli risposi Antonia. Loro si misero tutte a
ridere. Tornate a casa, la nonna raccontò tutto, e scoprii che
quella signora incontrata dalla Fioretti era proprio la mia maestra.
Non vi dico la paura! Mio fratello, sempre dispettoso, mi ripeteva
continuamente: “Vai su, vedrai che ti aggiusta!”. Passai quindici
giorni d’inferno, e mi ero impuntata di non voler andare a scuola.
La prima mattina, quando la mia mamma mi accompagnò, tremavo. La
maestra allora mi disse: “Ah, sarei io la maestra cattiva?" "Non ti
preoccupare sarò cattiva con i bambini indisciplinati!”. Per quello
che mi ricordo, non mi ha mai toccato, ma mio fratello di
bacchettate ne ha prese tante!
La scuola era bellissima, costruita nel 1930 da
Mussolini. Dalla mia casa distava circa un chilometro, una strada di
terra con ad entrambi i lati una siepe di biancospino che in
primavera sembrava un giardino, con un profumo d’incanto, ma durante
l’inverno un fango da non crederci. Noi ragazzine avevamo ai piedi
solo gli zoccoli, ma qualche volta non bastavano neanche quelli. Gli
zoccoli erano fatti in casa: la mamma faceva il sopra di pezza, il
babbo il sotto con il legno di pioppo. Vedere per credere che cosa
veniva fuori! Anche la borsa era fatta in casa, di pezza, con i
manici come le borse della spesa. L’occorrente per scrivere però
dovevamo comperarlo: il calamaio (l’occorrente per l’inchiostro), la
penna di legno porta pennino, i pennini e le carte assorbenti per
asciugare la scrittura. Quando qualche volta pioveva, per non “mollarci”
la testa, la mettevamo sopra e in quelle occasioni, una volta
perdevamo la matita, un’altra la gomma o la penna oppure si bagnava
il quaderno che con la scrittura d’inchiostro si “sbrodolava”
tutto. Quanti pianti, perché molte volte queste cose erano comperate
a debito e la mia mamma non ne aveva altre da darmi ed io mi
vergognavo d’andarle a comprare di nuovo senza soldi. Io piangevo e
la mamma soffriva. Io in mezzo a tutte le compagne mi sentivo
inferiore a loro, un po’ per com'ero vestita, anche se come me ce
n’era qualcun’altra, un po’ perché mi vedevo più bruttina delle
altre: forse anche perché quando giocavamo a “Quant’è bella la
figlia Madama Dorè” io non venivo mai chiamata e ne soffrivo.
A quei tempi, a scuola, non c’erano i termosifoni, ma
solo una piccola stufa a legna di “coccio”. Noi stavamo in
un'aula grandissima dove c’era tanto freddo e a turno, uno alla
volta, la maestra ci mandava a scaldare. Le maestre invece avevano
lo scaldino con la brace presa dalla stufa. Non c’era neanche la
ricreazione, anzi, se vedevano che avevi qualcosa in bocca ti
sgridavano. Non c’erano i bidelli e a turno i più grandi dovevano
accendere la stufa e pulire le aule. Eppure mi piaceva andare a
scuola, anzi, ancora qualche volta sento la nostalgia. Per entrare
in aula suonava una campana a forti tocchi che si sentiva da
lontano, ma io, quando suonava, volevo essere già lì perché
all’arrivo delle maestre noi dovevamo fargli il saluto romano, con
la mano tesa e senza dire buongiorno. Entrati in classe, la maestra
diceva: “Saluto al Re!” e noi in coro rispondevamo “Viva il Re!”, la
maestra aggiungeva “Viva il Duce” e noi sempre con la mano tesa “A
noi!”.
All’epoca non c’erano neanche le palestre e per fare
la ginnastica, quand’era bel tempo, andavamo nel piazzale oppure
facevamo la marcia nella
strada.
Durante gli anni
scolastici è venuto solo due volte il Direttore a trovarci, e le
maestre, che volevano fare bella figura, fecero vestire da balilla i
maschi e le femmine da piccole italiane. Non vi dico quello che
dovette fare la mia mamma per rimediare la camicetta, se la fece
prestare da una signora che aveva una figlia più grande e la gonnina
se la fece fare da una vicina di casa con un pezzo di stoffa
vecchia. La berretta la fece da sola, prese una calza nera e ci
attaccò un bottone grandicello che aveva foderato. Fece di tutto per
accontentarmi, ma io non ero troppo contenta di come era venuto:
comunque, non rinunciai alla festa. Sì, perché per noi era una
festa! Aspettavamo il Direttore cantando “Giovinezza” e “Fischia il
sasso”, che erano gli inni di Mussolini.
Le maestre una si chiamava Vannucci Anna e veniva da
Ravenna, l’altra si chiamava Martelli Antonia, veniva da Reggio
Emilia.
Nel 1935 il Re e Mussolini entrarono in guerra, in
Africa, e al Governo serviva il ferro vecchio. Le maestre ci
chiesero di portarlo a scuola, ed io e mio fratello, che ne capivamo
poco di vecchio o nuovo, incominciammo a cercarlo in casa. Io presi
una falce, mio fratello una zappa e una maniglia del carro. La
mattina seguente partimmo diretti a scuola tutti contenti perché ci
piaceva far bella figura con la maestra. Mentre noi eravamo a
scuola, a casa la nonna cercava la falce per andare a fare l’erba e
il babbo la zappa: solo allora si sono ricordati di noi che
parlavamo di questo ferro. Quando tornammo a casa, dovemmo dire la
verità. Il babbo ci prese a schiaffi, ma più che mai, ne prese mio
fratello perché era il più grande. Solo allora la mamma ci disse che
il ferro sarebbe servito per ammazzare gli uomini, ci avrebbero
fatto i fucili. La mia mamma dovette partire insieme a mio fratello
per riprendere tutto.
Certo, allora non era bello, c’era la dittatura, ma
per certi versi ci hanno insegnato la disciplina: il rispetto degli
insegnanti, degli orari (cosa che mi è rimasta ancora adesso). Non è
come si sente dire oggi che certi alunni nelle scuole minacciano i
professori. Per fortuna è una bassa percentualità.
Pochissime erano per noi bambini le occasioni di
festa e comunque tutte legate a eventi religiosi o alle attività
agricole della società di allora: comunioni, cresime, festa del
Patrono, mietitura, trebbiatura, vendemmia, scartocciatura del
granturco ecc … Per festa si intendeva semplicemente poter
assaporare dei cibi un po’ più ricchi e succulenti dei soliti. In
confronto ad oggi era nulla, ma vi assicuro, bastava tanto poco per
farci sentire felici!
Il 15 agosto 1936 fu il giorno della mia SS. Cresima:
avvenuta nella chiesa di Monteluce a Perugia, 13 km da Brufa. Come
ho già detto non c’erano i mezzi per spostarci all’infuori di
cavalli o somarelli e la mia famiglia, manco a dirlo, non aveva nè
l’uno nè l’altro. Il mio babbo si fece prestare per quell’occasione
un somarello da un loro vicino di casa.
Ricordo che partimmo la mattina di buon’ora: eravamo
io, la mamma, il babbo e la “commare” (madrina), che era la
mia cugina Maria, la quale viveva con noi. Il viaggio andò tutto
liscio sino alla prima salita di S. Girolamo: li dovettero scendete
tutti, tranne me, perché l’animale non ce la faceva più. In cima
alla salita, chiamata “la Portaccia” c’erano delle stalle che
servivano a ricoverare e a far riposare le bestie. Lasciammo lì
somarello e carretto e c’incamminammo a piedi: io sguazzavo dentro
il mio vestito bianco, naturalmente avuto in prestito dalla fam.
Batori che avevano una ragazzina poco più grande di me. Non ero però
per niente serena; più ci avvicinavamo alla chiesa e più mi turbava
il pensiero di ciò che mi avevano fatto credere in casa e cioè il
fatto che il Vescovo mi avrebbe piantato un chiodo in fronte per
Cresimarmi. Non eravamo di certo così svegli e perspicaci come i
bambini di oggi! Finita la cerimonia e passata la paura, uscimmo
dalla chiesa e ci avviammo per trovare un posticino all’aperto per
poter consumare il pranzetto che la mamma aveva preparato: un
piccolo coniglio d’India arrosto. La mamma non fece in tempo di
sciogliere il “fagotto” che comparì la zia Paolina (una sua
sorellastra che abitava nei pressi di Porta Pesa) e ci disse di non
aprire niente perché saremmo stati tutti ospiti a casa sua. Ci aveva
preparato un pranzetto fantastico!! Era quasi l’imbrunire quando
riprendemmo il somarello e ci avviammo verso casa. Non avevo
ricevuto regali, allora non usavano, ma ero piena di gioia. Vi
voglio raccontare che quando ero piccola, ma anche fino a
grandicella, le uova delle nostre galline le potevamo mangiare solo
qualcuno se si stava poco bene, perché venivano vendute per le
piccole spese giornaliere. Diciamo che erano il portamonete delle
massaie. Queste spese erano: il sale, i fiammiferi, il petrolio per
il lume, i rocchetti per cucire (più che altro per rammendare), i
sigari, qualche etto di sardine, di romanesco o i quaderni per
andare a scuola. Le uova venivano vendute ad un ambulante, il
pollaiolo, che passava a casa due volte a settimana. Se qualche
volta non veniva, si andava alla “bottega”, un negozio che vendeva
un po’ di tutto e si faceva il cambio con altra merce. Una volta ,
quando avevo 7 anni, mentre stavo andando alla bottega con le uova,
per saltare un solchetto in una strada di terra, ne ruppi quasi la
metà. Quando arrivai al negozio piangendo, la proprietaria, la
signora Marietta Grandolini, mi tranquillizzò dicendomi di non
preoccuparmi perché li avrebbe presi lo stesso per consumarli
lei.
Ora cambiamo argomento.
Nel 1938 la mia famiglia cambia padrone, andiamo ad
abitare in un’altra casa non molto lontano, sempre nello stesso
paese. C’era molta più terra da coltivare e lavorare. Quando a
primavera si vedeva crescere il grano, la mamma era tanto contenta e
mi diceva: “ Cara figlia quest’anno il pane ne avrai a
soddisfazione!”, ma il 10 di maggio, noi figlie ci ammalammo di
rosolia. I medici dissero che era morbillo infetto. Il giorno 12 per
la mia sorellina di cinque anni non ci fu rimedio, morì. Per la
mamma era la seconda figlia che se andava all’altro mondo. Nello
stesso giorno cominciò a peggiorare anche la più piccola di 18 mesi.
Mia mamma dovette lasciare Emma morta sul letto per portare Irma in
ospedale. Quando ci fu il funerale io ero a letto con la febbre alta
e non me la fecero vedere, piansi tanto. Mi fecero vedere solo il
vestito, era celeste. Ancora oggi ce l’ho negli occhi. Lo stesso
giorno, alle dieci di sera, dovettero chiamare la croce rossa perché
io avevo peggiorato. Mi ricordo che pioveva tanto e l’ambulanza
dovette fermarsi 500metri lontano da casa, mi accompagnarono alla
barella, avvolta in tante coperte, due vicini di casa. Arrivati
all’ospedale avvisarono mia mamma, la quale si trovava lì con mia
sorella Irma che non dava segni di vita già da due giorni. Mi si
avvicinò senza dire una parola, era sconvolta, non si rendeva conto
neanche dove si trovasse. Neanche un’ora dopo che fui arrivata in
ospedale m’incominciò a sanguinare il naso, un sangue così nero non
l’avevo mai visto. Mi ricordo che l’infermiera aveva riempito un
cesto di ovatta sporca e il medico disse “Ora è salva!”. Dopo una
settimana mia sorella fu guarita e la dimisero dall’ospedale, la
mamma dovette partire insieme a lei perché ancora l’allattava. Prima
di partire mi abbracciò e mi disse che presto sarei tornata
anch’io. Rimasi sola un’altra settimana, nessuno poteva venirmi a
trovare perché era il reparto infettivo, non vi dico i pianti. Io
non volevo mangiare e c’era una infermiera di nome Dalcisa
che era di una cattiveria terribile, invece d’aiutarmi a superare il
mio brutto momento, quando entrava nella camera urlava come una
matta.
Quando il mio babbo mi venne a prendere mi attaccai
ai suoi pantaloni e non lo lasciai neanche per andare a firmare
l’uscita di dimissione. Mi venne a prendere insieme a un vicino di
casa con la cavalla, allora non c’erano altri mezzi. Tornata a casa
fu una brutta sensazione, tutta la famiglia in silenzio, fu una
tragedia grandissima per tutti la mancanza della mia sorella Emma.
Il mio fratello Gilio, che aveva 12 anni, si prese un
esaurimento che dovettero curarlo, era la sorella preferita, se tra
me e lei c’era un bisticcio, lui era sempre in sua difesa. Anche lo
zio Giovanni gli voleva tanto bene, quando andava in paese molte
volte la portava con lui per prendere le caramelle oppure una palla
di fichi secchi, che a lei piacevano tanto. Siccome lo zio prendeva
una pensione di guerra ci andava spesso in paese e quando lui si
cambiava, Emma gli chiedeva dove andasse, allora lo zio capiva e la
portava con sé. Per la mamma fu un dolore grandissimo, non mangiava
più quasi niente e si era indebolita tanto. A quei tempi non c’erano
gli psicologhi, oppure, se c’erano, in campagna le cose non
si sapevano tutte.
La mia nonna Veronica andò a Torgiano perché c’era un
vecchietto che veniva chiamato il “cechetto”, che al dire della
gente era una persona tanto “di chiesa” e aiutava a superare i
momenti brutti, insomma faceva un po’ di psicologia. A casa nostra
venne due o tre volte e, come dire, un po’ l’aiutò, ma il dolore
continuava. Mi ricordo nel mese di giugno si mieteva e, quando lei
tornava per il pranzo, andava di corsa al cimitero che era lontano
600/700 metri. A quel tempo il cimitero veniva aperto solo la
domenica e lei per entrare provava a scavalcare il muro. Un giorno,
una donna che si chiamava Margherita, si accorse e la riportò a casa
a braccetto cercando di consolarla. Venne a trovarci a casa tante
altre volte. Credetemi, che per noi figli in tenera età, vedere la
propria mamma in quelle condizioni era una cosa veramente dolorosa.
La nonna, gli zii, tentavano di aiutarla ma non bastava, anche
perché, come ripeto, tutta la famiglia era sconvolta. Mi ricordo che
il giorno della trebbiatura una sua amica di nome Ravenna era venuta
ad aiutarla a cucinare, e questa le disse: “Quest’anno Marietta non
ti mancherà il grano, il granaio è pieno”, la mia mamma le rispose
piangendo: “Il granaio è pieno ma io non ho più mia figlia Emma”.
Cominciarono a passare i giorni, le settimane, i mesi, un anno e con
l’aiuto di tante buone vicine, si fece una ragione che la sua vita
era fatta così. La mia mamma, nonostante avesse fatto sei figli,
allattati otto e subito i lutti delle due figlie era una donna di
una fortissima fibra ed è stata sempre il perno di quella famiglia.
Il lavoro era tanto, la nonna e la zia stavano in
casa a preparare colazione, pranzo e cena, ed io che avevo dieci
anni le aiutavo. La mia zia mi ha insegnato a fare la pasta, a
scaldare il forno, insomma tutti i lavori domestici, la mia mamma e
la mia cugina, allora diciannovenne, lavoravano nei campi con gli
uomini. Nei tre mesi d’estate si lavorava la terra con i buoi, a
quei tempi non c’erano i trattori, se la terra era molto dura,
allora invece che due buoi c’è ne volevano quattro o sei. Queste
quattro bestie aggiunte si chiamavano “strappa” e ci voleva
una persona a guidarle, ed io nel giro di cinque o sei anni ne ho
guidate tante. Quando il vomero non entrava succedeva un nervosismo,
mentre frustavano i buoi qualche frustata per sbaglio la prendevo
anche io e se la prendevo sempre con chi guidava quella maledetta “strappa”,
ma non era tutta colpa di nostra, eravamo troppo giovani per fare
quei lavori così pesanti.
Ed ecco di nuovo che Mussolini, insieme a quel pazzo
di Hitler, dichiarano guerra, si può dire al mondo intero. Si
ritorna a soffrire, per prima cosa con la tessera che razionava
qualsiasi cosa, il peggio era per l’alimentazione ed in particolare
per il pane. Il giorno della trebbiatura il padrone ci lasciava i
quintali stabiliti, che erano da fame, gli altri bisognava
consegnarli all’ammasso. Per fortuna noi avevamo un padrone
buono, il giorno che si trebbiava ogni tanto ci faceva nascondere
qualche quintale. “Il mistero grande” era per portarlo a macinare
per il rischio dei controlli che c’erano per strada e anche i mugnai
si trovavano in difficoltà perché avevano paura di essere scoperti
come complici. Insomma incominciarono dei problemi seri, ma peggio
di noi stavano quelle famiglie che avevano dei padroni fascistoni
senza pietà, come per esempio ce li aveva vostro nonno Giulio, che
prima della trebbiatura, di nascosto doveva sgranare con il
bastone le spighe per poter tirare avanti. Queste tessere durarono
fino al 1947.
Nel ’42, per Natale, arrivò la cartolina a mio
fratello Marcello diciannovenne, si sarebbe dovuto presentare il 15
gennaio, aumentarono quindi ancora di più i problemi. Allora,
quando partivano, per il servizio di leva, un soldato semplice
andava in guerra con il rischio di non tornare. Il mio babbo, che la
guerra l’aveva fatta e sapeva cos’era, soffriva tanto. Incominciò
che tutte le sere, per due anni, dopo cena e quando si era coricato
a letto, io dovevo scrivergli una lettera indirizzata a mio
fratello. Io stavo in piedi appoggiata al canterano con il lume a
olio o a petrolio, e lui mi dettava cosa dirgli o domandargli.
Questo non lo capii allora, e non lo capisco neanche adesso perché
si dovesse scrivere la sera a quell’ora. Per tre mesi il mio
fratello è stato in Italia, poi fu trasferito nell’isola di Rodi.
Nel mese di settembre del ‘43, precisamente l’8,
appena il calar della sera, io e mia cugina Maria ci trovavamo in
paese, e mentre tornavamo vedemmo che all’aeroporto di Sant’Egidio
c’era una grande illuminazione, fra noi ci chiedemmo come mai, a
pochi metri da casa sentimmo suonare le campane a festa. In casa,
con tutta la famiglia, ci chiedevamo cosa fosse successo. Allora la
radio c’era solo in un negozio di alimentari del paese, un’altra a
quello che era chiamato dopolavoro. Mentre ci domandavamo,
sentimmo chiamare Zeffiro, mio padre, erano i vicini che avevano
saputo la notizia dell’armistizio e gli dicevano di festeggiare
tutt’insieme perché ogni famiglia aveva qualcuno in guerra. Mentre
il mio babbo si cambiava, seduto in cima alle scale, in uno scalino,
c’era lo zio Giovanni: gli amici gli chiesero se lui fosse andato
alla festa, lui gli rispose “No, non vengo perché questo non è la
fine di una guerra, ma il principio … ne riparleremo più avanti!”.
Infatti, dal giorno dopo, dalle caserme disertarono tutti i soldati.
Scapparono anche tutti i comandanti (naturalmente quelli che non
erano fascisti). Lasciarono di nascosto le città per rifugiarsi in
campagna ( anche a casa mia si rifugiarono) dove si cambiavano i
panni militari per mettersi quelli borghesi per poi affrontare
il viaggio di ritorno verso casa. Per chi ce l’ha fatta, decine o
centinaia di chilometri a piedi, settimane e settimane di viaggio,
ma la maggior parte veniva ripresa dai tedeschi, e quelli non sono
mai tornati. Quanta sofferenza. Lo zio Fiorenzo, fratello di mio
marito Giulio, è partito a piedi da Senigallia e fortunatamente è
riuscito a tornare a casa.
Ci fu uno sbando totale, praticamente tre giorni
senza governo, dove chiunque si sentiva libero di giustiziare chi
gli aveva fatto del male. Entro poco tempo gli americani sbarcarono
in Sicilia e incominciarono i bombardamenti. Il 31 di Ottobre, circa
alle otto di sera, sentimmo delle cannonate, era la
contraerea che sparava agli apparecchi americani. Il calvario
dei bombardamenti durò un paio di ore, i bengali illuminavano la
notte da far sembrar giorno, direi di più, si potevano raccogliere
gli aghi se fossero caduti! Noi andammo tutti nella stalla, e da
fuori si sentivano gli strilli della gente che scappava via
dal paese. La paura era tanta perché non avevamo mai visto una cosa
del genere, neanche mio padre e lo zio che avevano fatto la Prima
Guerra Mondiale, perché a quei tempi si svolgeva diversamente. La
luce dei bengali si avvicinava sempre più e noi avevamo tanta paura
che cadendo incendiassero il pagliaio. Allora mio padre cercava di
allontanarli con un perdica lunga, ma era pericoloso, perché
le schegge della contraerea potevano colpirlo. Questi bombardamenti
continuarono quasi tutti i giorni dal mese di novembre al mese
giugno. Un giorno, dopo pranzo, un caccia americano incrociò un
apparecchio bimotore tedesco che per sbaglio era in giro.
Incominciarono gli spari, non vi dico che scene da paura, io andai a
rifugiarmi nella stalla sotto un bancone di legno. Il tedesco ebbe
la peggio, cascò prendendo fuoco. Il fronte che partì dalla Sicilia
fu fermo a Cassino sei mesi, poi riprese a camminare e qui da noi
arrivò il 17 giugno del 1944 e nel giro di tre giorni passarono a
pochi chilometri da casa, fu un inferno. Via via andarono avanti e
fu sempre peggio, per finire di conquistare tutt’Italia impiegarono
un anno.
Ma ora ritorniamo all’8 settembre.
Dopo l’armistizio il Re scappò via e Mussolini lo
fecero prigioniero in Abruzzo. Nel giro di poco tempo i tedeschi e i
fascisti si ricomposero, tirarono fuori dalla prigione Mussolini e
diedero vita alla Repubblica di Salò. Alcuni di quei pochi soldati
che con tanti sacrifici ce l’avevano fatta a tornare a casa vennero
ripresi e portati in Germania, altri furono costretti a nascondersi
ma le spie fasciste del paese vendevano quasi sempre le
informazioni. A casa nostra non venivano a far controlli perché
sapevano bene che un mio fratello non era tornato dalla guerra e
l’altro non era d’età, quindi tenemmo nascosto per due o tre mesi un
nostro vicino di casa di nome Allesandro nella stanza di mio
fratello.
Nel mese di marzo, sempre del 1944 i bombardamenti
erano sempre più frequenti e arrivarono nel nostro paese tanti
sfollati che scappavano via da Ponte San Giovanni, quasi tutte le
famiglie ne avevano “adottata” una. Vostro nonno e suo fratello
Fiorenzo, poiché gli avevano levato tutte le tessere e non avevano
più da mangiare, furono costretti a lavorare coi tedeschi
all’aeroporto. Questi li mandavano a caricare o scaricare le bombe e
loro, che avevano visto come si faceva, le sabotavano: di nascosto
gli toglievano tutte le spolette e quando andavano a bombardare non
esplodevano. Questo accadde fino al giorno prima che arrivasse il
fronte.
Erano già otto o nove mesi che di mio fratello non si
avevano più notizie e mio padre, insieme ad un amico che non ne
aveva del figlio, in bicicletta o addirittura con il somaro,
facevano il giro delle cartomanti del circondario. Un giorno
finalmente arrivò una cartolina dove ci informava che si trovava a
Belgrado e diceva soltanto poche parole: “ Sto bene, ma si vive non
bene”. Poi altri lunghi mesi di silenzio, mentre il mio babbo si
arrovellava il cervello a casa. Una notte, precisamente il 23 giugno
del 45, io faccio un sogno: stavo il cucina e mi sentii chiamare da
fuori, mi affacciai e vidi un uomo che mi chiese se potesse salire,
io gli risposi di si. Mentre saliva vidi che assomigliava tanto allo
zio Giovanni. Arrivato in cucina mi chiese se lo zio potesse fargli
la barba perché l’aveva tanto lunga. Chiamai lo zio e gliela fece.
Andandosene mi disse che sarei dovuta andare a controllare dietro il
muretto del pozzo poiché avrei trovato tre mazzetti di fiori, ognuno
contrassegnato con un numero diverso. Ringraziandomi mi prese per
mano e mi disse: “Tuo padre se la prende troppo per il figlio, ma
digli di non piangere più perché dopo tante sofferenze ora è per
strada che ritorna. Io sono il tuo nonno, fra otto giorni lui è a
casa”. La mattina dopo quando lo raccontai, la nonna e il babbo si
misero a piangere.
La mattina del 30 giugno, verso le nove, io stavo
vagliando il grano con mio padre da una famiglia che aveva
trebbiato il giorno prima e mi sentii chiamare da un uomo molto
anziano, si chiamava Emilio, mi disse di raggiungerlo perché mi
voleva mio fratello Marcello. Quando uscii lo vidi, era mal
conciato, era riuscito a scappare e con tante peripezie a sfuggire a
rischi e fucilate, come del resto tanti altri. Per mio fratello
quell’incubo finì dopo due anni e mezzo ma passò molto tempo prima
che rimise insieme tutti i cocci causati dal trauma. In quel
periodo la mia famiglia, insieme ad altre quattro che provenivano
come noi dallo stesso padrone, presero un podere in affitto. Che vi
devo dire, da una parte ci furono dei miglioramenti ma dall’altra
incominciò un lavoro più duro. Nel contratto d’affitto di cinque
anni c’era scritto che avremmo dovuto piantare più vite per poter
raccogliere più vino. Mio padre decise di iniziare subito il lavoro
per trarne al più presto dei profitti.
Conclusione: nei lavori mise in prima fila noi donne,
mia cugina Maria, mia cognata Delia e la sottoscritta che non avevo
ancora diciassette anni. Si trattava di fare uno scasso di ottanta
-cento centimetri di larghezza e profondità, gli uomini con la vanga
sollevavano la terra e noi donne la dovevamo tirar fuori con la
pala. Questi lavori erano faticosi per noi donne (non erano i soli
che affrontavamo), ma il mio babbo questo non lo capiva, per lui era
del tutto normale farceli fare. Oggi sono lavori fatti dai trattori.
Alla fine del quarto giorno mi arrivò una febbre altissima che mi
costrinse a stare a letto per una settimana. La mamma nel frattempo
passò a fare i lavori di casa perché la nonna ormai si era fatta
anziana e la zia non stava bene di salute. Quante volte torno
indietro a pensare come potesse aver fatto tutto quel lavoro: ancora
mi sembra di vederla su quella salita che tornava da prender l’acqua
con una brocca in mano e l’altra sulla testa. La fontana distava
quattrocento metri da casa e non vi dico quante volte al giorno
doveva percorrere quella salita per soddisfare le esigenze di tutta
la famiglia. Bene, vi dico la verità, non ho mai sentito mio padre
dirle che le avrebbe risparmiato la strada aiutandola, anzi, era il
contrario, era lei che doveva risparmiare lui. Insomma, vorrei che
il Signore l’abbia in gloria o se ancora non l’avesse, che gliela
portasse subito. Ma lui era così, un uomo di poche parole con mille
e più pretese: non era un giocatore, né un bevitore, né un
girandolone, ma era geloso, egoista e poco riconoscente nei
confronti delle donne che, a partire dalla sua mamma (grande
lavoratora), la moglie e le figlie, lo hanno sempre affiancato. Ed è
quello che ha trasmesso anche ai figli, non portare rispetto alle
donne, infatti nonostante tutto il lavoro che svolgevamo, ci
sentivamo dire che eravamo sempre in debito. Insomma, soltanto
doveri e pochi diritti, ma che dire,erano proprio maschilisti! Ma si
dice che lassù c’è una livella e che nessuno passa senza
controllo.
Dicono che le figlie femmine siano predilette dal
padre, non è stato il mio caso, io ho sempre avuto paura di lui,
anche dopo sposata. Piuttosto, io avevo un debole per la mia mamma,
lei era il mio angelo custode, la mia consigliatrice, il mio
confessore, la mia grande e adorabile mamma. L’ho sempre nel mio
cuore!
Arrivato il ’49, si iniziava a stare leggermente
meglio, mi ricordo che comprammo il motorino per trinciare il
vitto per le bestie, questo fu un gran passo avanti per noi donne
perché in quel lavoro dovevamo essere prestanti. Lo stesso anno ci
furono altre novità: si sposò mio fratello Gilio e il fratello di
vostro nonno, lo zio Fiorenzo. Sempre in quell’anno, parte della
numerosa famiglia di mio marito si trasferì a Passaggio di Bettona,
nonostante la casa fosse stata grande, erano sempre in venti ad
abitarci. Il più contento di tutti per il trasferimento era il suo
babbo Marsilio; anche per noi, che eravamo fidanzati da quasi cinque
anni, si iniziava ad aprire un po’ la strada. Purtroppo, il 7
febbraio del 1950, alle dieci del mattino, mio suocero fu colpito da
un infarto che in quindici minuti se lo portò via. Non vi dico la
bastonata che arrivò a vostro nonno che si dovette prendere il peso
della famiglia a soli venticinque anni. E così finirono tutti i
progetti. Nel mese di maggio incominciavano i lavori di campagna e
si trovò quasi senza l’aiuto delle donne, perché sua cognata aveva
partorito, sua mamma un po’ presa dal dispiacere per il marito, un
po’ perché “qualche lettera le mancava dalla nascita” e così mi
propose di portarmi via. La mia famiglia ne era consapevole, solo il
mio babbo non lo sapeva perché ragionava sempre a modo suo. E così
nel pomeriggio del 28 maggio iniziammo questo viaggio in due su una
bicicletta da uomo. Non vi dico che tristezza quando arrivammo a
casa: per me ricominciò un mezzo calvario, nonostante conoscevo bene
i miei cognati, erano buoni, in particolare il più grande, Fiorenzo,
e il più piccolo Vittorio, mi volevano bene come una sorella. Anche
Pierina, la moglie di Fiorenzo, era gentile con me, ci siamo trovati
subito in sintonia, c’era dialogo e ci aiutavamo a vicenda.
Trascorsero i giorni e arrivammo all’11 agosto, quando siamo andati
a sposarci a Santa Mari degli Angeli, immancabilmente in due con la
solita bicicletta, accompagnati da suo fratello e mio fratello come
testimoni. Quando siamo tornati la sua mamma aveva preparato le
tagliatelle con il sugo del gallo. Questo fu il mio matrimonio.
C’erano poche possibilità e la camera fu fatta parecchi mesi dopo.
Qualche volta mi sono chiesta se avessi fatto bene: io dico che il
destino aveva preparato questo per me. Mia zia diceva che per non
sbagliare dovremmo nascere tre volte: con la terza potremmo
scegliere la meglio tra le due precedenti. Care nipoti vi dico che i
miei primi vent’anni non sono stati tanto gioiosi, ma neanche i
sessant’anni dopo, tra le morti premature, le malattie… la vita è
stata, ed è ancora, una battaglia combattuta contro l’ignoto.
Ora voglio parlarvi di vostro nonno, dire che è stato
sempre un gran lavoratore è poco, senza esagerare, qualche volta ha
lavorato per due. E’ un galantuomo, uno preciso, un risparmiatore
(anche troppo!), non è mai stato un girandolone, non abbiamo
mai bisticciato per gelosia e devo dire che quando avevamo i figli
piccoli mi aiutava anche la notte quando piangevano, si alzava con
me e gli faceva la ninna nanna per addormentarli, quando non
mangiavano li prendeva in braccio e li governava. Oltretutto era
geloso di loro.
Adesso però devo dirvi anche i difetti: dunque, era
ed è una testa calda, impulsivo, testardo e vi dico la verità,
qualche volta per non discutere troppo ho inventato anche qualche
piccola bugia a fin di bene. Il dialogo con lui era ed è sempre a
senso unico. Il DNA non mente!
Qualche parola su di me: mi riconosco fragile (anche
troppo!), sensibile, altruista, mi sembra di essere stata e sono
molto remissiva, è per questo che qualche volta mi sono ritrovata a
fare qualche sbaglio, magari sempre a fin di bene. Ma chi è che
nella vita non commette qualche sbaglio?
Ma ora, lascio giudicare voi.
Adesso cari figli vi chiedo scusa se non ho potuto
dare tutto quello che avreste voluto, ma ho fatto tutto quello ho
potuto. A voi nepoti, vi dirò che al giorno d’oggi non tutti i
giovani sono così fortunati d’avere una famiglia alle spalle,
facciatene oro. Aggiungo inoltre che la vita non è sempre rosa e
fiori, cercate di dialogare sempre, confrontatevi, magari
scontratevi perché è così che si capiscono i caratteri, con parole
salate ma non pepate!
Adesso a voi generi, nepoti naturali e acquisiti,
pronipoti, auguro a voi tutti le cose più belle che ci sono in
questo mondo, prima di tutto la salute, insomma un mondo di bene. Mi
dispiace che due nipoti siano così lontane, ma è stata una loro
scelta, che Iddio le aiuti. Infine vi voglio ringraziare per quello
che state facendo per noi, specialmente in questi giorni; voglio
ringraziare anche gli amici che fanno tanto per aiutarci a tirare
avanti.
Grazie di tutto a tutti.
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