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LUNE DI PRIMAVERA 2010

 
 

Programma

Edizioni

Bando

 
 
 

 

Antonella Festa
 

Sono nata nella metà degli anni settanta nelle Marche da genitori abruzzesi. Da allora, la mia vita è stata un continuo migrare e girovagare tra Marche, Abruzzo e Umbria, dove attualmente vivo e lavoro, tra e un viaggio e l’altro all’estero. Nel mio continuo e instancabile migrare, ho sempre portato con me la mia  grande passione per  la letteratura e l’arte in generale, insostituibili compagne di viaggio nella grande avventura della vita, che non smetterò mai di affrontare con coraggio ed entusiasmo.

 

APPUNTI DAL DIARIO DI UNA PRECARIA DAL SUPERCARCERE

12/10/2009

colore: arancione come il tramonto

 

-         Pronto, Manuela?

-         Ciao Antonella, come stai?

-         Ah, mi hai riconosciuta?

-         Si, certo,  ho il tuo numero memorizzato sul cellulare

Il fatto che Manuela mi abbia riconosciuta già prima di rispondere al telefono, mi ha fatto sentire sollevata. Evidentemente immagina perché l’abbia chiamata, non devo fare tanti preamboli. Del resto, l’avevo avvisata: “Sicuramente avrò bisogno del tuo aiuto. Ti chiamo”.

A giugno, fine anno scolastico, mentre prendevo un caffé e fumavo una sigaretta al bar, avevo letto sul quotidiano locale una bellissima lettera che alcuni detenuti di una casa di reclusione di massima sicurezza avevano indirizzato a una loro professoressa per ringraziarla del suo lavoro e per dichiararle pubblicamente tutta la loro stima. Poiché la professoressa in questione era una precaria, gli alunni, non essendo sicuri di poterla  riavere tra loro l’anno successivo, la salutavano calorosamente e le auguravano il meglio per il suo futuro professionale e non.

Quella lettera mi aveva commosso e al tempo stesso mi aveva fatto sentire fiera del mio lavoro, cosa che mi accade assai di rado e certamente non per le prodezze altrui. Forse, la comune precarietà lavorativa mi aveva in qualche modo avvicinata a quella persona che non conoscevo e che, stando alle parole dei suoi alunni, doveva amare l’insegnamento tanto quanto me. E, nauseata dall’accanimento dei mass media che non esitano a definire la mia categoria professionale una massa amorfa di fannulloni, pedofili e sfigati di varia natura, per una volta mi ero sentita confortata dal constatare l’esistenza (o forse la resistenza) di qualcuno che, a dispetto di uno stipendio da fame e della minaccia continua della disoccupazione, ancora conserva inalterati la propria allegria,  il proprio entusiasmo,  la propria professionalità.

Quest’anno, per una serie di casualità forse neanche troppo casuali, quella classe di allievi devoti è anche la mia e la condivido con la professoressa tanto amata, Manuela. Ci siamo divise  di comune accordo uno spezzone di quattro ore: io insegno italiano, lei storia.

Il primo impatto con la realtà del carcere è stato per me decisamente forte, per questo ho chiamato Manuela. Non per chiederle delucidazioni sui livelli di partenza della classe e sulla programmazione. Riguardo a  obiettivi, contenuti, verifiche, valutazioni e libri di testo mi sento più che ferrata, sono i binari sui quali procedo spedita come un treno ad alta velocità, senza chiedere mai niente a nessuno.

Ma questa mattina, già prima che l’ultimo cancello si chiudesse alle mie spalle, ho avuto la sensazione che quei binari ampiamente collaudati questa volta non mi avrebbero portata da nessuna parte. E Manuela me ne ha dato conferma.

 

Sulla porta di una pseudo-sala dei professori c’è scritto SCUOLA, di fronte c’è  la mia classe, la terza B. Sul corridoio avverto un po’ di confusione, occhi curiosi e sorridenti che mi scrutano e mi salutano, buongiorno. Ma io, che tra l’altro non ho neanche ritirato il registro personale in segreteria, non distinguo fra detenuti e personale di servizio. Entro in un’ aula con le sbarre blu alle finestre, stretta, buia, fredda e semideserta. Dal registro di classe risultano 18 alunni, ma sono solo in due o tre che escono ed entrano freneticamente…dove sono gli altri?

-         Professorè, stanno scendendo

-         Va bene, intanto incominciamo

Qualcuno mi porge un libro di testo e lo apre per indicarmi una pagina sottolineata

-         Professorè, siamo arrivati qua con l’altra professoressa, l’Umanesimo e il Rinascimento e Martin Lutero

-         Va bene, allora riprendiamo da qui…o forse è meglio se ci presentiamo prima?

Intanto entrano altri alla spicciolata, buongiorno e mi porgono la mano, buongiorno e stavamo presentandoci, anzi no, stavamo presentando il programma, ma come preferite che vi chiami? Ci diamo del tu o del lei?

Insomma, basta, io ritorno sui miei binari consueti.

-         Parliamo dell’Umanesimo e del Rinascimento, del ritorno alla centralità dell’uomo dopo i secoli bui del Medioevo. Avete presente l’uomo vitruviano di Leonardo? Si, quello che sta sulle monete da un euro. Ecco, l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci ben esprime l’importanza accordata alla centralità dell’essere umano, alla sua bellezza e alle sue potenzialità. Il corpo umano, inscrivibile in un quadrato e un cerchio, figure geometriche perfette, diventa a sua volta emblema della perfetta misurazione. Dunque, la consapevolezza della propria perfezione, delle proprie risorse e delle proprie capacità, innesca un meccanismo creativo che investe tutte le arti e che è appunto chiamato “Rinascimento”. Sapete che significa “vitruviano”? chi era Vitruvio?

-         Un poeta latino

-         Be’, non proprio un poeta. Era un architetto latino, che scrisse un’opera intitolata De Architectura, alla quale si rifece Leonardo. L’interesse per i classici è tipico dell’Umanesimo e proprio dalla riscoperta del mondo greco e latino muove quel fermento culturale che gli umanisti stessi nel XV secolo chiamavano Rinascenza……

Mi parlo addosso per qualche minuto, mentre mi guardo intorno. Alla mia sinistra, qualcuno, inforcati gli occhiali,  con mio estremo compiacimento sembra prendere appunti. Osservo con più attenzione, avrà scritto sì e no due timidissime righe e sta ripassando lentamente  alcune parole più sbiadite. Alla mia destra, qualcuno già stenta a tenere gli occhi aperti e a trattenere uno sbadiglio. Al centro, occhi che fissano un punto al di là delle mie spalle.

Non ci siamo proprio. Qui, le mie collaudate esperienze da professoressa di italiano, latino e greco al Liceo classico vanno a farsi benedire. Qui, lo sfoggio di erudizione è decisamente fuori luogo, non sortisce alcun effetto.

-         Forse è meglio se facciamo una chiacchierata per conoscerci, vero?

Le teste annuiscono all’unisono

-         Dunque, io, come voi, non sono umbra, vivo qui per lavoro, ma sono abruzzese

-         Abruzzese di dove?

Ecco, già cominciano a fioccare le domande

-         Di Lanciano

-         Lanciano?!?.

Alla mia sinistra, quello che sembrava prendere diligentemente appunti ha già chiuso il quaderno, si è tolto gli occhiali  e mi guarda sorridente, quasi felice di sentir nominare Lanciano.

-         Sì, sono di Lanciano, la conosci? Ci sei stato?

-         C’ho fatto il carcere nell’86

-         Ahhh….. ma non il supercarcere a villa Stanazzo, quello lo hanno aperto dopo, se non ricordo male

-         No, il carcere vecchio, in centro

-         Ho capito, alle Torri Montanare. Io ci abitavo vicino.

E d’improvviso, mentre continuiamo a parlare, con la mente ritorno alla mia infanzia, quando abitavo a Lanciano, alle case popolari. Il 1986, avevo 11 anni.

Alla metà degli anni `80, nel quartiere dove vivevo, venne ad abitare una famiglia di rom, tristemente nota per il suo essere esclusivamente dedita al delinquere. Il pater familias - nel senso proprio del termine, dato che deteneva letteralmente lo ius vitae necisque su tutti i membri della famiglia - entrava e usciva continuamente di galera e lo stesso fanno adesso i suoi numerosi figli e i mariti delle sue altrettanto numerose figlie.

Il pigro vicinato, da un lato li odiava, ma da un altro si dilettava a spettegolare di continuo sulle arcinote avventure de li zinghere, un po’ per noia, un po’ per oscurare il ricordo degli scheletri che in molti, ormai giunti alla vecchiaia, si sforzavano di tenere ben chiusi negli armadi.

Così la Piuvilica che, da ex tenutaria di bordello, nonostante fosse ormai decadente nel fisico e decaduta nella professione, ancora conviveva con due relitti dei suoi passati amori e ciabattava tutto il giorno nel cortile condominiale ispezionando con affettato sdegno quello che le accadeva intorno, senza però dismettere le sue care abitudini di passeggiatrice. E quando la Piuvilica, pur conoscendo ogni minimo dettaglio delle improvvise sparizioni del padre, strascinando le ciabatte e le parole continuava a chiedere mielosa ai bambini

-   Uaglio’, ma addo’ sta papà?

Agli zingarelli non restava che rispondere seccamente, con una punta di malcelato orgoglio

Papà sta `n ’dalè

Il carcere di Santa Giovina si intravedeva dalla strada dietro gli edifici delle case popolari dove abitavo, un po’ coperto dalla mole del palazzone della Cassa Mutua. Era una bella costruzione inserita in quello che resta del complesso di fortificazioni noto con il nome di Torri Montanare, così chiamate perché rivolte verso il massiccio montuoso della Majella. Spesso, insieme agli altri bambini del quartiere,  mi ritrovavo a scrutare le finestre del carcere, cercando di scorgere segnali di vita e di carpire i segreti di quelle esistenze che si svolgevano dietro le sbarre, così vicine eppure così lontane da noi.

-         Chissà che fanno tutto il giorno là dentro

-         Io quando sarò grande ci voglio andare, io li voglio aiutare per farli tornare normali

-         Ricopiona, l’ho detto prima io. Prima ci vado io, poi, se c’è posto, tu.

-         Guardate che io c’ho mio zio che fa la guardia carceraria. Non è per niente bello, sono tutti delinquenti e zinghere, però lui si fa rispettare

All’improvviso, in un flash, mentre l’ alunno continua a parlarmi, davanti ai miei occhi scorrono vividi i ricordi di quei pomeriggi della mia infanzia trascorsi per strada a osservare il carcere e a battibeccare con i miei amichetti. Come mi piacerebbe catapultarmi indietro nel tempo, a quei pomeriggi arancioni come i tramonti e i muri delle case, a quando avevo 10 anni, per poter correre dai miei amichetti e gridare  orgogliosa:

-         Oh uagliò, ca’  ji `n galè ci so’ `rrivat  pe’  ddavere!

                                                                                             
22/10/2009

colore: verde come l’erba

 

Questa mattina ho deciso di presentarmi “a piedi nudi”. Ovvero, di non armarmi di nessuna idea, di  nessuna impalcatura, di nessuna strategia, ma di entrare in aula come se fossi senza calze e senza scarpe .

Mi piace molto camminare scalza, mi piace sentire il contatto dei piedi con l’erba, con la sabbia, con la terra, con il pavimento. Il  contatto diretto mi dà una sensibilità e una stabilità maggiori, oltre a un piacevole sensazione di libertà. Ovviamente, i piedi nudi non vanno bene per tutte le occasioni: quando la sabbia brucia, metto le ciabatte, quando il terreno è ghiacciato, le scarpe da trekking con tanto di calzettoni di lana.  Sono le circostanze del caso, le contingenze, che orientano le scelte o, almeno, così dovrebbe essere.

Per cui, decido di cominciare a disfarmi di quelle strategie troppo scolastiche che potrebbero essere una barriera controproducente tra me e l’altro, tra me e questa realtà così diversa da quella a cui sono abituata. Però, devo ricordarmi che, se per una ragione o per  un’ altra i piedi cominceranno a farmi male, dovrò proteggerli immediatamente: ciabatte, scarpe, doposci, questo saranno le circostanze a suggerirlo.

Fuori pioviggina, il cielo è chiuso e grigio, proprio come la cella di un carcere. Va bene,  mi metto il vestitino patchwork che ho comprato a 23 euro alla bancarella dei cinesi e ci abbino un bel paio di calze in stile punk,  colori fucsia-blu-verde. Dio mio, quanto abbiamo bisogno di colore!

 

      - Professore’, questo qua è un altro della classe, che l’altra volta non ci stava

Alzo gli occhi dal registro e scorgo due facce nuove che parlano una lingua che non comprendo. Uno dei due si gira

-         Sono io, sono Gerry, sono albanese

-         E tu?

-         Io sono kosovaro

-         Si, va bene, volevo solo sapere se anche tu sei di questa classe o di un’altra

-         Si, ma io le ho detto che sono kosovaro perché gli italiani sono razzisti

-         Non io, però – rispondo tra il secco e l’imbarazzato. Mi sento sempre molto a disagio quando sento tacciare di razzismo e di xenofobia la mia terra, questa terra che  ha dato i natali a Virgilio, che è stata la culla dell’Umanesimo e che ora respinge in mare barconi di profughi,  affogando se stessa in un oceano di barbarie.

-         In che lingua state parlando, albanese?

-         Si – risponde Gerry – però io sono albanese del sud, di Albania e lui albanese del Nord, del Kosovo. Abbiamo avuto la guerra, Milošević, si ricorda? Ci avete bombardato anche voi italiani, ancora vi ringraziamo per questo - mi getta un’occhiata di sfida che vuole farmi sentire tutto il suo sarcasmo

-         E con la NATO – aggiungo accondiscendente, anche se i conti non mi tornano – adesso però per favore vieni a sederti, cominciamo

Gerry annuisce e si viene a sedere in prima fila, ma spostato completamente a sinistra, attaccato al muro, da solo.

Questa volta subodoro la curiosità di sapere cosa ne penso degli stranieri, qualche battuta provocatoria svolazza nell’aria tra il serio e il faceto

-         Perché sì, noi italiani siamo razzisti, n’è vero Professore’?

-         Gli extracomunitari devono stare a casa loro,  n’è vero Professore’?

-         Mi dispiace per voi, ma io non sono razzista e non penso che gli extracomunitari debbano stare a casa loro. O meglio, se ci devono stare gli extracomunitari, lo stesso deve valere anche per gli italiani. Del resto, cosa significa extracomunitario?

-         Che non fa parte della comunità europea

-         Ecco, appunto. Quindi, perché gli diamo un valore dispregiativo? Allora anche gli statunitensi o i giapponesi sono extracomunitari, però…

-         E infatti pure loro si devono stare a casa loro – qualcuno mi interrompe

-         Però le migrazioni ci sono sempre state, l’uomo si è sempre spostato, è dalla notte dei tempi che succede - una voce interviene in mio aiuto.

Drizzo le orecchie e prendo la palla al balzo

-         Infatti, le migrazioni dei popoli non sono un fatto di oggi. L’uomo è nato nomade, non sedentario, e i flussi migratori sono un fenomeno del tutto naturale che nessuna legge può impedire, fortunatamente. Dico fortunatamente perché le migrazioni sono un’occasione di incontro fondamentale per la crescita umana e culturale di un popolo, anche di quello che ospita. Una comunità che rifiuta l’altro, che si chiude su se stessa, implode…cioè – mi aiuto con i gesti – un’implosione è il contrario di un’ esplosione, significa che una comunità chiusa si ripiega su se stessa e rischia di morire

Ma ormai è troppo tardi, ho fatto troppo la Professoressa e l’attenzione già comincia a scemare. Meglio darci un taglio, buttiamola sul pratico.

-         Allora avete portato il volume b del libro di testo? Ci leggiamo un bel racconto, poi vi fate l’analisi del testo per conto vostro e la correggiamo la prossima volta

Facce turbate. Rigidità. Interviene Antonio, con il suo savoir fair da galantuomo napoletano

-         Professore’, state scherzannu? E prima ce la facciamo insieme questa analisi del testo, no?

-         Si, certo, se preferite, forse hai ragione, è meglio – correggo immediatamente il tiro

Scelgo un raccontino di Isaac Asimov, dal titolo Razza di deficienti, sul tema del nucleare. La razza di deficienti sarebbe quella umana osservata dal punto di vista degli extraterresti, sconcertati dal fatto che gi uomini facciano esperimenti nucleari sul proprio pianeta. L’osservazione degli extraterrestri arriva come una stoccata alla fine del racconto

-         Però bello come finisce – commenta Gerry – razza di deficienti siamo proprio noi, che ci facciamo gli esperimenti nucleari sul nostro stesso pianeta.

Dopo un istante, quasi si pente. Ha voglia di provocarmi, di mettermi alla prova o forse solo di rompermi le palle. Quindi, dopo aver verificato che sono d’accordo con lui, Gerry comincia a elogiare la forza della scienza che deve andare avanti nonostante tutto, anche se ci porterà all’autodistruzione. Perché fare degli errori è legittimo, anzi, doveroso, solo così si impara. E la scienza non può fermarsi, mai! Il progresso tecnologico deve andare avanti, il nucleare serve, è indispensabile…si guarda intorno, ma non trova consensi. Probabilmente, lo conoscono e lasciano cadere il discorso. Io cerco di riprendere in mano la situazione.

-         Allora, facciamo l’analisi del testo?

Di nuovo, rigidità.

-         Guardate che sono le domande nella pagina successiva. a) Chi è il protagonista del racconto?

-          ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­Naron , un extra-terrestre – rispondono in coro

-         b) Qual è il compito di Naron?

-         Aveva il compito di scrivere su un libro se gli abitanti di un pianeta erano degni di far parte della federazione galattica – altra risposta pronta.

Qualcuno però si distrae

-         Ma che è sta ’nalisi del testo

-         E questa è! ’A stammo facenno

Allora intervengo per richiamare l’attenzione

-         Giovanni, la stiamo facendo, l’analisi del testo. E’ questa che stiamo facendo, sono solo le domande sul racconto, se non ti senti sicuro della tua risposta, ti riguardi il racconto e poi  rispondi. Lo vedete che non è difficile?  E’ una sciocchezza

Ma Gerry proprio non ci sta. Mi deve rompere le palle, eh sì! Ci si è messo proprio di punta.

-         Guarda Professore’ che noi non c’abbiamo tutto ’sto tempo per fare i compiti e le cose che ci dici tu. Noi qui dentro dobbiamo pure lavorare, lavarci i panni, andare a mensa, c’abbiamo le nostre cose, mica possiamo stare tutto il giorno a fare i compiti

-          E la mattina a scuola, poi c’è il pranzo, ti prendi un caffé, ritorni a scuola, ti lavi i panni…e il tempo è finito, vola – interviene Giovanni a rinforzo, ma con meno convinzione. Quindi riattacca Gerry

-         Qui non è come pensate tutti voi, che non c’abbiamo niente da fare e allora possiamo stare a fare tutto quello che ci dicono, perché tanto in galera non si fa niente, e che c’hanno da fare tutto il tempo e tanto non fanno niente….

-         Io però non ho detto questo. Non l’ho mai detto, non mi risulta, o sbaglio? – intervengo brusca a fermarlo

-         No, non l’hai detto – si blocca sorpreso un attimo – però la gente lo pensa. E invece io c’ho da fare le mie cose, mica c’ho la filippina!

-         Veramente nemmeno io ho la filippina, anch’io devo lavorare, fare la spesa, cucinare, lavare i panni e tutto il resto, ma questo non mi impedisce di fare anche altro. Neanche io ho la filippina, anche per me le cose sono meno facili di quello che credi – l’ho zittito, ma solo per un istante, incalza di nuovo

-         A noi le altre professoresse non c’hanno mai fatto fare ’ste cose che dici tu. Loro ci spiegano qualcosa, ci fanno scrivere un tema, facciamo le discussioni

-         E con questo? Cosa vuol dire questo? Vorrà dire che farete anche qualcosa di diverso, che non avete mai fatto, dov’è il problema?

-         Si, ma ’ste cose non sono per noi, a noi ci piace fare le discussioni…e poi le altre professoresse ci portavano le fotocopie

Guardo il suo banco. Un block notes chiuso e messo di traverso, non vedo la penna e, soprattutto, mi rendo conto che Gerry non ha il libro di testo.

Allargo la prospettiva al resto della classe. Io sono in piedi, davanti alla cattedra e, seduti di fronte a me, come schierati dai banchi di una giuria, tutti assistono alla scena ammutoliti e mi fissano, mi scrutano in silenzio. Sono io l’imputato e loro i giudici. All’improvviso, ho paura, sento una morsa al petto e una alla bocca dello stomaco, mi gira la testa. Un brivido animalesco, primordiale. Mi stanno annusando, proprio come fanno i cani in branco quando chiudono in cerchio l’estraneo, si avvicinano piano piano, lo annusano, gli girano intorno, gli mostrano i denti e gli ringhiano, provocano le sue reazioni per decidere se attaccarlo o meno, se includerlo o meno. Difendono il loro territorio, le loro gerarchie,  sottomettono l’estraneo  al loro codice.

Mi viene in mente il mio cane, che quando è circondato da un gruppo di suoi simili che fanno branco  e che si avvicinano per conoscerlo,  rimane fermo al centro, con tutti i muscoli tesi, drizza il pelo  sulla groppa e continua freneticamente a scodinzolare, cercando di simulare un’espressione tranquilla, sicuramente amichevole.

Siamo chiusi in questa stanzetta con le sbarre alle finestre, io e loro, ciascuno difendendo il proprio spazio vitale. Siamo degli animali in gabbia e non c’è differenza tra me e loro, perché, al di là dei ruoli, ci muove lo stesso, identico istinto primordiale di autodifesa.  Loro hanno paura che io abbia paura di loro e che per questo  li giudichi e  li condanni, io ho paura che loro abbiano paura che io li giudichi e che per questo, condannino me. Un turbinio di emozioni viscerali, non dette e non riconducibili a quella  razionalità che gli antichi greci chiamavano logos e con il quale sono abituata a filtrare tutto ciò di cui faccio esperienza. Mi trasmettono a pelle i loro umori e a pelle vogliono sentire i miei. Non glie ne frega niente delle parole.

Devo sedermi, non posso disperdere ulteriormente le mie forze, rischio di crollare. Mi aggrappo disperatamente al logos, l’unico, almeno per il momento, che riesce a darmi sicurezza. Ma il mio tono è pacato, ho posato le armi a terra, davanti a me, e faccio un passo indietro, perché vedano che sono volutamente inerme

-         Ragazzi (!), non dovete pensare che io non mi sia posta il problema di come entrare in contatto con voi. Io qui ci sono venuta di mia spontanea volontà, non mi ci ha mandato nessuno, ho chiesto io di insegnare al carcere

-         E questo ti fa onore – Gerry è sorpreso

-         La professoressa ci è rimasta male perché non vogliamo fare l’analisi del testo. E facimmela sta ’nalisi del testo – Antonio, da galantuomo, vuole stemperare la tensione, ma io non la voglio lasciar passare come se non fosse successo niente

-         No, Antonio, non ci sono rimasta male per questo. E’ che, veramente, io ho pensato alla differenza tra insegnare a dei ragazzi di scuola superiore e insegnare a voi. I ragazzi della scuola superiore “di fuori” hanno, chi più, chi meno, una prospettiva davanti, la scuola  potrà servire loro per la vita, per il futuro. Io su questo riesco a fare leva. Per voi è diverso, lo posso immaginare

-         No, tu non lo puoi immaginare – questa volta, però, Gerry non mi guarda in faccia, ha abbassato lo sguardo

-         Ovvio che non lo posso capire, ma mi sforzo di immaginarlo, almeno ci provo

-         Ma davvero hai chiesto tu di venire qui a lavorare? –

-         Sì, Gerry, davvero, l’ho chiesto io. Avrei potuto scegliere di fare queste ore in altre scuole, ma non ci sono voluta andare. Prima ho chiesto di insegnare italiano agli immigrati, ma non mi è stato concesso. Avrei voluto insegnare italiano alle donne musulmane, che spesso non possono andare a scuola perché la  religione proibisce la promiscuità e quindi vivono in Italia senza saper parlare l’italiano. L’avrei fatto anche gratis, ma per quest’anno non  è stato possibile

-         Tu fai volontariato, quindi – qualcuno mi chiede dal fondo dell’aula

-         No, qui io non sto facendo volontariato, sono pagata, io sto lavorando. E siccome io amo il mio lavoro, voglio farlo con voi con lo stesso piacere con cui lo faccio con gli altri, con i ragazzi che stanno fuori. Capisco che la situazione è diversa, che per voi non c’è l’aspettativa del futuro, ma ciò non toglie che queste due ore alla settimana le possiamo passare con piacere. Ci leggiamo un racconto, ne discutiamo insieme, scriviamo qualcosa…

-         Ehh!!! –

Seduto di fronte a me c’è Franco, quello che ha fatto il carcere a Lanciano nell’86. Non ha detto una parola da quando è incominciata la lezione. L’ho visto entrare in aula prestissimo, il primo, con gli occhiali già inforcati, mentre ero nella pseudo-sala dei professori a chiedere informazioni sui moduli da compilare per introdurre in carcere del materiale a uso scolastico. Poi, quando sono entrata in classe e mi sono avvicinata al termosifone elettrico per accenderlo, Franco mi ha detto: – L’ho acceso io prima, così è già caldo -

Ora quel suo –Ehh!!– è suonato come un rinforzo alle mie parole e si è sentito forte. Nel frattempo, Giovanni ha tirato fuori un thermos e sta versando caffé per tutti in dei bicchierini di plastica, io mi sono rialzata in piedi, appoggiata davanti alla cattedra, come mio solito, e, sorseggiando il mio caffé, mi rivolgo di nuovo a Gerry

-         Del resto, che alternativa hai? Non è meglio per tutti passare queste due ore piacevolmente, magari anche imparando qualcosa? Lascia perdere se ti servirà o meno, chissenefrega, vivi il momento presente, hai quello, vivilo meglio che puoi. Se il problema è che non hai il libro di testo, si risolve, non ce l’ho nemmeno io e comunque faccio lezione, se ne può fare a meno

-         Sono solo dettagli – mi dice

-         Infatti, sono solo dettagli che si sistemano

-         Professore’, abbiamo portato i compiti che ci ha dato l’altra volta. La nostra presentazione.

Di nuovo, interviene Antonio. I discorsi troppo profondi proprio non gli piacciono

-         Sì, però non le chiedere troppo ’ste presentazioni, che dopo se ti raccontiamo quello che abbiamo fatto, ti viene l’ansia

Oddio, mo’ ci si deve mettere pure Gennaro, che è appena arrivato e non sa cosa si è perso

-         Prenda la mia e la legga – insiste Antonio

-         No,  leggila tu –

-         Perché non la vuole leggere?

-         Perché l’hai scritta tu, leggila tu – non gli posso dire che mi mancano le forze, ora.

Antonio comincia a leggere nel suo simpatico accento napoletano. Preferisco che legga lui anche perchè a me piace tanto ascoltare il napoletano e il siciliano, insieme al calabrese sono i miei dialetti preferiti. Però, quello che ha scritto non è la sua presentazione, ma la mia, ed è tutta infarcita di complimenti

-         Ma questa non è la tua presentazione, è la mia. Stai descrivendo me

-         E vabbuo’, mi sono sentito di scrivere questo e questo ho scritto

-         Si, per questa volta va bene, perché non metterò il voto, ma voglio solo vedere come scrivete. Però non potete scrivere quello che vi passa per la testa, a prescindere dal titolo

All’improvviso, si apre la porta. E’ il secondino che ci fa notare che sono le dieci, c’è il cambio dell’ora. Lo guardiamo  stupiti e lui guarda stupito noi, si ferma una attimo ad osservare, poi mi guarda e mi sorride

-         Sono già le dieci? Non me ne sono resa conto, il tempo  è volato

-         Ehh!?! – mi ripete Franco con un sorriso, mentre si alza

-         Va bene, allora ci vediamo giovedì prossimo – li saluto mentre si alzano

-         Allora Professore’, te la porto la prossima volta la mia presentazione, va bene? – mi chiede Gerry ancora seduto nel suo angolo, mentre sto per uscire.

Io non dico una parola, annuisco seria e lo guardo dritto negli occhi. Ho pensato, mentre gli facevo solo un cenno con la testa - Fa’ come ti senti -.

E lui mi ha capito, lo so.

 

29/10/2009

                                                                                  Homo sum: humani nihil a me alienum puto[1]

Questa mattina, finalmente, sono uscita dal carcere sorridente e con la testa leggera, senza il consueto stordimento che comincia a placarsi solo dopo un’ora, quando riprendo le mie lezioni al liceo e rimetto necessariamente in moto il cervello, spronata dai miei alunni “di fuori”.

Questa mattina sono uscita dal carcere più che a piedi nudi, con le ali ai piedi, non per la fretta di volare via, ma per la levità  del mio incedere. Il motivo? Il branco mi ha inclusa, sono parte di loro, adesso, e con una posizione di privilegio: in virtù del mio ruolo di Professoressa, sono il, anzi la, capo-branco.

In verità, lo avevo già percepito la volta precedente, quando il secondino aveva aperto la porta all’improvviso per annunciare il cambio dell’ora e si era fermato un attimo, lanciando uno sguardo perplesso. In quell’istante di perplessità sulla soglia si è concretizzata la distanza fra un fuori e un dentro, fra un lui e un noi, fra un gruppo e un estraneo. E io, ormai, ero  il dentro, il noi, il gruppo.

Sensazioni difficili da spiegare proprio perché tali e soprattutto perché nascono in un contesto che non ha eguali e che, pertanto, non ha termini di confronto a cui riferirsi per istituire un paragone che renda meglio un’idea già di per sé tanto vaga.

L’idea  è il prodotto di un’astrazione e in carcere non c’è posto per le astrazioni, per lo più temute e bandite, perché sinonimo di pregiudizio, di paranoia, di desideri  frustranti e frustrati. In carcere più che ciò che si pensa conta ciò che si sente, conta la pelle, perché spesso ciò che si pensa non è spiegabile a parole da chi non possiede non dico gli strumenti della retorica, ma nemmeno i rudimenti di una espressione sufficientemente fluida. Le parole, spesso fraintese, si confondono con i sofismi, con i raggiri, con le menzogne, le parole sono usate  dai giudici per pronunciare i loro verdetti. Come potrebbero piacere?

La pelle, invece, non inganna. Ci appartiene, ci mette in comunicazione con il mondo esterno, è la cerniera tra il nostro universo interiore e tutto ciò che sta fuori, da cui, nello stesso tempo, ci protegge. Le reazioni della pelle sono immediate, precedono qualsiasi astrazione mentale. Come potrebbe ingannarci?

Non tutti possediamo una buona capacità dialettica, ma tutti abbiamo una pelle, animali inclusi. E’ questa il veicolo primordiale di comunicazione, non la parola.

La società occidentale, fidandosi ciecamente del potere del logos, ha soffocato la primigenia  capacità di lasciarsi guidare dai sensi, condannandosi ad un ipertrofia cerebrale  che ha come ultimo risultato l’incapacità di cogliere dimensioni altre rispetto a quelle governate dalla ragione, che comunque continuano a esistere e che, pertanto, rimangono incomprensibili. L’ipertrofia cerebrale comporta, quale rovescio della medaglia, l’atrofia emotiva, la difficoltà ad istituire con l’altro una empatia che ci permetta di comunicare a prescindere dalla lingua madre, dall’estrazione sociale, dal titolo di studio di ciascuno di noi. Il risultato è un senso di scissione interiore, spesso destinata a essere rimossa, e un progressivo allontanarsi da quella dimensione umana alla quale tutti, in quanto esseri umani, per l’appunto apparteniamo. In parole povere, in molti abbiamo smarrito la nostra essenza.

Inseriti nelle dinamiche di una società organizzata su un sistema di pensiero dualistico, oserei dire manicheo, dove il vissuto è ricondotto quasi esclusivamente alle categorie di bene-male, giusto-sbagliato, bello-brutto, rimaniamo poi inebetiti di fronte alla complessità, disorientati di fronte a tutto ciò che non si lascia incastrare nei tasselli di una scacchiera in bianco e nero.

L’unica reazione possibile diventa, a questo punto, la paura, perché ciò che non si conosce e che non si comprende spaventa e  spinge a trincerarsi dietro barriere sempre più difficili da abbattere. Le nostre sbarre, il nostro carcere.

Come sono diventata  capo di un branco in apparenza così diverso da me? Lasciandomi annusare, deponendo le armi del logos, arretrando di fronte alla sua potenza e, di conseguenza,  rinunciando ad avvalermi di qualsiasi categoria di giudizio. Inerme, a mani e piedi nudi, mi sono lasciata fiutare perché sentissero che c’è qualcosa che ci accomuna e ci avvicina, un qualcosa non di poco conto, ma un nucleo fondamentale in cui ritrovarci: la nostra umanità.

 

Oggi Gerry sembra un’altra persona. Veramente irriconoscibile. Appena entrato in classe, mi ha stretto la mano per salutarmi e mi ha dato la sua presentazione, scritta su un foglio protocollo, in bella copia e con una grafia curata. Sapevo che l’avrebbe fatto, non ne avevo il benché minimo dubbio, però manifesto meraviglia, soddisfazione. Fa parte delle regole del gioco.

-         Allora mi hai portato la tua presentazione! Grazie

-         Si, mi hanno costretto i compagni – scherza, quasi vergognandosi di essersi comportato da bravo scolaretto

-         Eh sì, Professore’, lo abbiamo preso sottobraccio e lo abbiamo portato a fare un giro. Ci abbiamo fatto un discorsetto!- interviene Giovanni

Entra Gennaro e anche lui, impacciato, mi allunga il suo compito

-         Ecco Professore’,  la presentazione. L’ho fatta pure io

Gennaro e Gerry, quelli che mi avevano opposto maggiore resistenza, in ritardo mi hanno portato la loro presentazione. Evidentemente, il gruppo mi ha studiata un po’, ha discusso e ha deliberato di accettarmi o, quantomeno, di lasciarmi muovere per il momento nel suo territorio.

Mentre  appoggio il foglio di Gennaro sulla cattedra, gli occhi mi cadono per puro caso sulla frase conclusiva, scritta in obliquo e sottolineata. Rimango pietrificata, a parte la solita stretta alla bocca dello stomaco, ma mi sforzo di  ignorare ciò che ho letto, di raccogliere le forze e di cominciare la lezione.

 

Quando si pensa a una realtà come quella della casa di reclusione di massima sicurezza in cui lavoro, è inevitabile che si formulino delle idee in proposito, ovvero dei pregiudizi, cioè, semplicemente, dei giudizi che precedono l’esperienza diretta. Oltre tutto, io ero stata anche informata a riguardo da una collega

-         Sappi che, se proprio insisti per andare a lavorare in carcere, il posto c’è, ma è alla sezione penale. Lì non troverai ladri di galline, ma delinquenza vera,  imputati per reati di mafia.

Quindi, non miserabili alla Jean Valjean di Victor Hugo, ma uomini d’onore del calibro di un don Vito  Corleone.

La cosiddetta delinquenza “vera”, ossia la criminalità organizzata, ha sicuramente una sua grandezza, che probabilmente risiede proprio nel vivere e perpetuare il crimine inteso come sistema organizzato, e non solo come atto impulsivo dettato dalla disperazione o dalla follia. La mafia ha una  statura di fronte alla quale ci si pone non solo con terrore, ma anche con un certo senso di inadeguatezza, dato che chiunque potrebbe quanto meno concepire di  rubare un tozzo di pane per fame, ma non tutti si sentono adeguati a sciogliere cadaveri nell’acido. Si tratta di quella grandezza che i Greci chiamavano deinòs, ossia che impressiona come straordinaria nel suo genere.

Quindi, fatte queste premesse, mi aspettavo di trovarmi a interagire con una delinquenza in linea di massima straordinaria nel suo genere, in qualche modo “forte”, impavida, perché avvezza a vivere il crimine come sistema strutturato, normativo a tal punto da sostituirsi alla legge di Stato.

E invece, i termini che sento più spesso risuonare sulla bocca dei miei alunni sono timore, paura, giudizio, spesso associati o combinati tra loro.

Questa mattina abbiamo provato a riprendere in mano la famigerata analisi del testo del racconto di Isaac Asimov, Razza di deficienti, che era rimasta incompiuta a causa dell’ammutinamento della classe. Alla domanda:

 “Che tipo di sentimento ti suscita la figura di Naron?”

a)      Imbarazzo; b) timore; c) rispetto; d) simpatia

Alcuni hanno risposto a) imbarazzo, altri b) timore

-         Giovanni, perché Naron ti suscita timore?- chiedo

-         Perché lui decide chi deve far parte della federazione galattica e chi no. Lui giudica chi è adatto e chi no. E non ci vuoi avere timore?

Eccola, la paura del giudizio, che forse non atterrisce soltanto Giovanni e suoi compagni, ma che troppo spesso accompagna anche quelli che vivono nel mondo civile, di fuori, come ha scritto Gerry nel suo tema.

Quello che però sfugge a Giovanni è che l’extraterrestre Naron non decide chi escludere dalla federazione galattica in maniera arbitraria, senza una ragione, ma sulla base dei meriti dimostrati dai singoli pianeti. Per cui, se i terresti vengono etichettati come una razza di deficienti ed esclusi dalla federazione non è per una ragione imperscrutabile o per una semplice antipatia, ma perché fanno esperimenti nucleari sul loro pianeta e sono quindi destinati comunque a soccombere per la loro responsabilità, o irresponsabilità che dir si voglia.

Non meno perplessa mi ha lasciata un’affermazione di Antonio

-         La Professoressa vuole  conoscere il nostro “quoziente intelletto”

-         Antonio, ma che dici? Io non voglio e non posso conoscere il vostro quoziente intellettivo, non sono mica una psicologa!

Vorrei tranquillizzarlo ulteriormente, spiegandogli che dal 1906, anno in cui Alfred Binet elaborò i primi test del QI, ad oggi, l’ efficacia della psicometria nell’estimare la complessa funzione psichica dell’intelligenza è stata decisamente ridimensionata, soprattutto perché si è capito che un test psicometrico non misura l’intelligenza, ma l’abilità dell’individuo nel rispondere al test medesimo.  Più che misurare il QI, o “quoziente intelletto” come lo chiama lui, a me interessa vedere come scrivono, quali errori fanno, per capire dove mettere le mani per iniziare. Nel linguaggio della didattica, o meglio, nel didattichese, parlerei di verifica dei prerequisiti, un accertamento a cui ogni anno sottopongo tutte le classi che non conosco.

Vorrei spiegarmi e spiegare meglio, ma le incomprensioni e i fraintendimenti reciproci a volte sono tanti e tali che non riesco a parare tutti i colpi contemporaneamente, anche perché spesso alcune osservazioni sono per me disarmanti, mi trovano ancora troppo impreparata.

Quando leggo dalla  penna di Gennaro, vacci piano con me a farmi studiare, perchè io sono troppo delicato, mi verrebbe da rispondergli:

- Troppo delicato tu?!? Ma se a momenti mi sbranavi la prima volta che mi hai visto e non hai esitato a puntualizzare: A me mi devi lasciare perdere, non ti conviene metterti contro di me, meglio che lo capisci subito

Ovviamente, in casi come questi, rimango zitta e continuo ad osservare.

Giovanni, come Gennaro, è nato e cresciuto al quartiere Zen di Palermo. Entrambi, mi dicono, grazie alla scuola che hanno incominciato a frequentare  in carcere, stanno acquisendo una maggiore consapevolezza di sé, stanno cominciando a porsi e a porre delle domande, stanno imparando a darsi e a dare delle risposte e, quando si sentono minacciati, a difendersi.

-         Professore’, è che uno le cose le capisce dopo, quando cresce, con l’esperienza – Giovanni mi vuole raccontare un episodio della sua infanzia – Quando facevo le elementari, allo Zen,  avevo un maestro tanto bravo. E come era severo!!  Noi non lo potevamo vedere per quant’era severo. Un giorno l’ hanno ammazzato e tutti noi bambini in classe a festeggiare “Evviva, evviva, l’hanno ammazzato!!! E mo’ non viene più sto’ scassacazzi, l’hanno ammazzato!!”

-         Se l’hanno ammazzato tanto bravo non era – obietta  qualcuno

-         E no, non volevano ammazzare lui, ma solo un carabiniere. Stava in macchina con il carabiniere e c’è andato di mezzo pure lui

Io sono senza parole e con gli occhi di fuori, a dir poco allibita. Gennaro se ne accorge e interviene

-         E mo’ l’hai fatta spaventare alla Professoressa, ma che gli vai a raccontare

-         Si è spaventata Professore’? E no, che a lei non l’ammazziamo, ci sta simpatica. Era solo per farle capire che io, da bambino, non sono stato in grado di apprezzare la severità del maestro e anzi, ho festeggiato quando l’hanno ammazzato. Adesso, invece, mi rendo conto che  avrei potuto imparare tante cose da lui. Però non la volevo spaventare, che c’ha paura mo’?

-         No, no, non ho paura, di cosa dovrei avere paura?

In effetti, non sono impallidita per la paura che mi possano fare qualcosa, ma per la nonchalance con cui racconta i festeggiamenti dei bambini alla morte del maestro, come se si fosse trattato di un accidente qualsiasi, dello stesso valore di un trasferimento. Sulla morte del carabiniere, non viene spesa neanche una parola. Del resto, volevano ammazzare “solo” un carabiniere.

Che importanza si può dare alla vita e alla morte quando si cresce in un ambiente dove la brutalità viene trangugiata dal biberon con il latte? Come possono nascere delle questioni sulla morale, sull’ etica, in un contesto in cui la legge della giungla è l’unica conosciuta ed è pertanto vissuta come necessaria, imprescindibile?

Mi aspettavo di incontrare dei professionisti del crimine, freddi, impassibili, spietati e invece ho di fronte delle persone che portano addosso  i segni indelebili del caos in cui sono cresciuti, della paura che non smetteranno mai di provare, della violenza che hanno subito e perpetrato.

Un po’ per ingenuità, un po’ per ignoranza, non mi sarei mai aspettata che quei supposti professionisti del crimine si sarebbero potuti sentire in soggezione di fronte a me, una giovane insegnante, per di più precaria. Anzi, mi sentivo a mia volta intimorita.

L’esperienza diretta mi sta imponendo una riconsiderazione profonda di molte mie convinzioni, del mio modo di affrontare una situazione nuova e sconosciuta, di relazionarmi con un altro-da- me così diverso e distante. Non pensavo che si potesse fronteggiare un avversario che si ritiene temibile togliendosi la corazza e porgendogli  la mano in modo amichevole.

Non ho nessuna intenzione né di condannare, né di assolvere nessuno. Non mi interessa il lavoro di giudice, né quello di psicologo, ma il mio, quello che so fare, l’ insegnante.

E’ pur vero, però, che questa mattina non ho potuto evitare che una morsa mi stringesse lo stomaco e  mi  pietrificasse quando, per caso e di sfuggita,  a conclusione del compito che mi ha consegnato Gennaro ho letto, ben evidenziato con tanto di sottolineatura, io non sono italiano, sono siciliano. Abbi pietà di me e della mia ignoranza.

 

 

 


 

[1] “Sono un uomo: non reputo estraneo a me ciò che riguarda  un (altro) uomo” . Publio Terenzio Afro,  Heautontimorumenos - Il punitore di se stesso.

 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo