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LUNE DI PRIMAVERA 2010

 
 

Programma

Edizioni

Bando

 
 
 

 

Teresa De Leonardis
Immigrata nella mia stessa terra  metto radici ovunque io vada,
porto con me l'indispensabile:
una valigia quadrettata dentro la quale stipo i segreti,
quelli miei e quelli raccolti nella mia gente.
Ho il privilegio di vivere  in provincia
 e ciò mi permette di entrare nella vita degli altri,
intrecciando con loro la trama sottile di un vestito,
 attraverso il quale mi vesto e mi svesto
con delicatezza.

 

La guerra di Concetta

 

Concetta stende il bucato. Prende dalle rame i panni e li strizza uno a uno, l’acqua gocciola e cade nella stessa rama , i bambini  si  immergono e prendono il posto dei lenzuoli, si schizzano l’acqua prendendola con la bocca. E’ un sabato di luglio , i raggi del sole giocano col vento e presto asciugheranno il bucato, Concetta sa che a fine serata tutto il bucato  giacerà nei cassetti in mezzo alla lavanda. 

Le lenzuola intrise d’acqua pesano e  i suoi   polsi gli ruotano intorno come due macine e li strizzano. Li  srotola  sulla corda tesa,  legata ai quattro alberi di fico, quattro alberi contorti messi lì per accogliere il bucato  fare ombra alla casa  dare nella  stagione dei  fichi quei fichi  che,appena colti, vengono aperti e stesi a loro volta  sulle fette di  pane. Concetta  stende il bucato che ondeggia alle carezze  del vento, stasera lei rifarà i letti con quelle lenzuola  profumate di sole vento e sapone. Poi il suo sguardo vaga oltre il lenzuolo le mutande e la tovaglia, si fissa sopra la corda e arriva fino al viottolo. Laggiù, in una nuvola di polvere sollevata dal vendo caldo di luglio,  vede l’uomo  che avanza zoppicando nel riverbero del sole; e  il cuore pare arrestarsi. Quella  figura dimessa è proprio lui, il suo Rocco. Lo riconosce subito, Signore, lo aspetto da così tanto tempo, son dieci anni che aspetto questo momento!  Vacilla, appoggiandosi al lenzuolo bagnato; poi si inoltra per il viottolo polveroso, si solleva le vesti e spicca la corsa   gridando il suo nome, come una pazza. L’uomo  viene avanti trascinando i piedi infilati negli scarponi sformati e coperti di terra rossa; avanza reggendosi  a malapena in equilibrio, come fosse ubriaco. Un floscio copricapo  grigio calato sulla fronte  divide in due  i sopraccigli spruzzati di polvere,  vede la donna corrergli incontro, vede correre uno dietro l’altro, un nugolo di bambini che gridano. L’aria calda si riempie di quelle grida, cui si uniscono lo starnazzare delle galline e l’abbaiare dei cani. Titina smette di agitare la cucchiarella di legno con la quale sbatte le fave nel tiano di coccio stretto tra le ginocchia, si unisce al coro dei bambini che gridano. Concetta quando  gli arriva vicino non ha più dubbi e si tuffa in quelle scarne braccia penzoloni lungo i fianchi, il corpo macilento balla nella  giacca e nei calzoni  di due taglie più grandi e qua e là, simili a decorazioni spiccano macchie  di unto . All’uomo cade il tascapane dalle spalle,  il corpo scivola e si perde nell’abito  quando lei lo solleva da terra. E prende  il  bacio della donna sulle labbra screpolate, e attorno ai ginocchi ossuti le braccia di quei bambini che lo chiamano ‘papà’; vede le labbra di Titina mormorare stupita  “ è tornato, è tornato”.

Si lascia condurre docilmente per mano dalla donna, entra in casa col sole negli occhi, siede frastornato attorno al tavolo in cucina, intorno gli odori della buona cucina dimenticati: su tutti, l’odore dei diavolicchi arrostiti.  Intanto guarda, a uno a uno, quei bimbetti che gli sorridono con la bocca sdentata, guarda i loro visi cotti dal sole.

“ Ma quanti so, di chi so sti piccinni? e i nostri addò stanno? Cuncè!?!?”

“Doppo, Rocco, doppo. Mò mange, beve, reposate. T’appriparo un bagno caldo come dio comanda, ti fai un bel sonno e quanno avrai ripreso un poco le forze, parlammo. Rocco mio commo se’ arridotto!! “ E Concetta gli circonda le spalle. Sente le ossa dell’uomo scricchiolare sotto il suo abbraccio.

“ Piano Cuncetta mia, che m’acciri tu, proprio mò che so turnato, che non m’acciso ‘a ‘uerra.”  Ride e appresso a lui ridono quei bambini coprendosi la bocca colle manine. Titina riprende a rimestare le fave nel tiano.

Le lenzuola  fresche di bucato  pungono tanto sono inamidate, il materasso di crine sfrigola mentre si rigira nel letto, ha ancora nella bocca il sapore dei diavolicchi amalgamati nella purea di fave. Rocco affonda la faccia nel cuscino di lavanda e comincia  a russare.

…” So figli miei tutti quanti, tutti e sette e se tu vuoi pure figli  attè” dice Concetta seduta a piè del letto. Rocco s’é svegliato e fa colazione intingendo il grosso pezzo di pane nero nel latte caldo profumato, mentre qualche goccia  gli rotola sul mento.

“ Questo è proprio caffè?”

“ Sì, è caffè, filtrato con la napoletana, come lo saccio fare io..”

“ E’ buono, è buono. Ah maronna, sto surzo ‘e cafè  me l’agghio sunnato pe’ anni. E tengo na famme!!

“ E mangia, mangia in grazia di dio che qui Rocco mio non ci manca il mangiare”.

Spalma la marmellata di cotogne sulla grossa fetta di pane. Rocco addenta quella dolcezza con avidità infantile, affonda nel barattolo della marmellata due dita  e con identica avidità se le porta alla bocca.

“ E che mi dicevi di questi figghi? che sono tuoi? tuoi va bbene, tuoi e di chi?”

“ Hai fatto il conto di quanti anni so passati da quanno te chiangasti lo zaino sulle spalle, me diste nu vaso a mme, a Titina ca teniva cinganni ,  a Tommasino ca pigliava ancora il latte mio, e me diciste: io vaco Cuncè che la Patria ave abbisogno di ommini? E tu faciste l’ommo”. E me lasciaste la masseria le bestie  e i campi da zappare . Me so sintuta sempre le braccia toie che me stringevano accussì forte  durante i giorni e tutte le notti che so passate da quel giorno, quell’urtimo tuo abbraccio e le parole tue – ognuno dà alla vita quello che ha e prende dalla vita quello che può -. non me  l’aggio mai scurdate. Me venivano in mente quanno zappavo, quanno chiuveva, quanno c’era il raccolto e le vendemmie, quanno sudavo in mezzo al grano, quanno accirivo le bestie e ne facevo carne. Me l’arricordavo quanno me sentivo stanca, quanno chiagnevo…Il vento portava fino a qua il rumore del mare e assieme a quel rumore c’era il rombo delle bombe che  cadevano… e m’arricordavo ca ce steva la guerra, la vedevo negli occhi della gente che capitava qua, la vedevo nella sporchizia, nella famme, nella paura. Scappavano: dalla paura, dalla sporchizia, dalla famme. E pensavo a te. Non sapevo se eri vivo se eri morto . Ti pensavo uguale a loro, disperato.”

Rocco si guarda le mani, poi se le stringe una con l’altra: le nocche si sbiancano.

“ Pareva ca la guerra l’ avisse apierto il petto, scavato addintro e strappato il cuore senza ca l’avissero acciso. Parevano muorti ca’ cammenavano. Dint’a sta casa pareva n’ata cosa: ‘o pane nun mancava e manco u liette pè riposà doppo  la fatica.

 Acchiavano la forza ca’ nun tenevano cchiù. Li curavo, li sfamavo: quando riprendevano le forze, mi aiutavano nei campi, nella stalla, col tabacco…

 Si lavorava tutti quanti assieme e quando se ne andavano non c’era solo cibo stipato nello zaino ma pure un poco di speranza… Sara fu la prima ad arrivare. Era bella, giovane, ma conciata a  pelle e ossa, e prossima al parto. Teneva impresso sul braccio un numero che,  ai voglia a strofinare, nun se levava. Era arrivata dalla parte del mare, l’aveva aiutata a scappare un tedesco che accanusceva da primma della guerra. Partorì nel nostro letto, si sgravò  con dolore e con paura e ci lasciò, con lo stesso dolore e la stessa paura. L’ho seppellita sotto l’albero di mele dietro il cortile, l’ho vestita con i miei vestiti  e non ci ho potuto mettere neanche una croce.   Ho allattato suo figlio e l’ho cresciuto coi nostri, mi chiama mamma a te papà e ti ha aspettato assieme agli altri”.

Rocco fissa lo sguardo sui volti incorniciati nella fotografia sul comò: lui e sua moglie sorridono impacciati nel giorno delle nozze. Ama quella donna da quando era una bimbetta, l’ama come non avrebbe mai amato nessun’altra.

“ E gli altri? Gli altri chissò?”

“ Non ho scurdato mai lo sguardo ca teneva Sara quanno mureva:me dicette grazie cull’occhi. Doppo,questa casa, la casa toia, è stata la casa di tutti i disperati e li ho vestiti coi vestiti tuoi. Tu non tornavi, non sapevo  addò stavi, tuo cognato, u’ carvunaru, te lo ricordi?  è turnato dinto a na cascia cò na bandiera sopra, e tua cognata s’è impazzita, me purtò i figghi uno per mano e se ne scappò, dove?solo Dio lo sape e  me lassò e’ criature.  Accà sembrava l’oasi dinto a nu deserto, na sorgente d’acqua fresca doppo lunghe camminate. E quanno se lavorava pareva proprio ca la guerra era furnuta. E io fui la madre per quegli sbandati, per alcuni la sorella e qualche volta pure  la moglie o la fidanzata. Mi raccontavano la loro storia la sera, quando finito il lavoro, seduti nella quiete del riposo accanto al fuoco, aspettando il sonno, aspettando la notte, piangevano come  a bambini. Li consolavo come potevo, come sapevo fare. Facevo la madre e pensavo: chissà Rocco se ha trovato una donna che lo consola in questo momento, lo fa sentire meno solo. Facevo la moglie e speravo tanto che ci fosse qualcuna pure accanto a te a darti ciò che io non potevo darti. E quando li accarezzavo   sentivo la loro sofferenza tremare alla mia carezza .Mi chiamavano con nomi che non erano il mio, mi prendevano  con la dolcezza di un ricordo.

Ognuno dà alla vita quello che ha e prende dalla vita quello che può. Un dolore da alleviare,  una tristezza,  un rancore o un desiderio da placare, poter  accendere e tenere in vita la speranza, ecco Rocco, io questo ho fatto. Li ho saziati con quel che avevo e non sono pentita. Questi sono figli della  guerra, della  paura, dell’orrore. Due di loro sono  nati dal mio grembo, come i tuoi, e sono figli del mio amore, sono i figli della mia guerra”. Stanno crescenno assieme comm ‘a  fratelli.

Rocco, in silenzio, le prende la mano e la chiude con le sue dita lunghe e scarne.

“ Tutti questi anni ho sempre pensato a voi, specie in prigionia, lassù in Germania, a lavorare sottoterra a un pasto al giorno, una rapa che galleggia in mezzo all’acqua sporca o una patana  pescata con le mani nell’acqua bollente.  Uno di quei posti  lì, dove   a quella povera ragazza hanno tatuato un numero sul braccio, si chiamano lager, e  quelli che ne sono  usciti vivi  erano morti già da un pezzo  dentro l’anima . Ne hanno ammazzati tanti come Sara, li hanno  bruciati gasati fatti a pezzi accisi in mille modi, ebrei zingari finocchi comunisti ignoranti poveri e ricchi, spogliati  depredati internati torturati. Senza un minimo di  pietà. 

Le lacrime scorrono lungo le gote scavate di Rocco, irrefrenabili, ma silenziose, gli occhi sembrano piccoli laghi scuri.

“ Che ti racconto quello che ho  visto, quello che ho fatto? Me sento qua un macigno ca’ nu’ me fa respirare. Una sera ero di guardia assieme al  compagno mio, accovacciati dietro un cespuglio col fucile tra le gambe. Nel cielo la luna splendeva in mezzo a tante stelle; la guerra ci lasciò un momento per goderci  quella notte magica e per scambiarci qualche confidenza. Il compagno mio leggeva la lettera al chiarore della luna, il foglio leggero e trasparente assorbiva la sua luce, lui  guardava  la lettera come se in mezzo a  quelle  righe si aprisse una finestra  e ci vedesse attraverso tutti  i suoi affetti. Si commosse e mi commossi, due soldati che piangono come due donnette!  Mi chiese se mi piacesse il nome Corrado. Sua moglie non sapeva quale nome dare al loro figlio appena nato.Dissi: io ne tengo due di figli, un maschietto e una femminuccia: Titina e Tommaso. Sì, mi piace questo nome, gli dissi, così si chiamava  uno scugnizzo con cui giocavo da bambino,  teneva due occhi accussì  niri! M’è rimasto impresso il suo sorriso e quegli occhi lucidi come due olive. Lui fece, deciso:  domani lo scrivo a mia moglie  di chiamarlo Corrado.

Mentre lui parlava, io seguii il raggio di luna posarsi su un sasso bianco ai miei piedi, brillava come un diamante. Mi chinai su quel riflesso e, credimi Concetta mia, io ti vidi, vidi la tua faccia, la tua bocca, come ti desiderai in quel momento! Mi chinai  a raccogliere quel sasso…una fiammata…un boato… e la testa del mio compagno volò lontano oltre quel raggio, rotolò nel buio, il corpo sussultò in spasmi terribili e si afflosciò contro il mio: la lettera stretta nel pugno si bagnò di sangue. Me lo stringevo contro chiamandolo per nome, mi imbrattai del suo sangue, volevo morire anch’io per non lasciarlo solo…e vomitai sangue  bestemmie e dolore.

E quanti ne aggio accisi di giovani commo a lui? Tanti. Sparavo per primo per non essere acciso, currevo ‘miezo a corpi mutilati, ignorando le grida, col fucile ca sparava da solo, senza vedere dove, senza saper perché. Correvo nelle pozzanghere di sangue, piene di melma e di corpi, bevevo l’acqua dei fossi, le braghe bagnate di  paura. Nun saccio manco se dormivo, sempre coll’occhi appizzati, e camminavo, camminavo, quanto ho camminato! Po’ un tedesco m’ha sparato per primmo e cugliuto in fronte. Non saccio  cchiù quanto ho camminato e dove so’ stato purtato doppo ca è furnuta a ‘uerra. Da un ospedale all’altro. Non m’arricordavo cchiu nudd, manco come me chiamavo, avevo perso la memoria il numero di matricola e lo zaino. Stavo nella melma accucciato commo a un animale, senza voce senza identità.

Rocco si terge le lacrime con la manica della camicia. Dal tascapane scolorito prende la pietra bianca, liscia e rotonda.

“ Questa m’ha arripurtata a tte, la stessa ca mi ha salvato quella notte, me l’hanno trovata nella tasca dei cazuni, l’ho tenuta su ogni comodino di tutti i letti in cui mi  sono addormentato , mi fissavo su chella petra come sapessi ca era l’unico ricordo mio, accuss’ è stato. Una sera la luna s’intrufolò dalla finestra e silenziosa si sdraiò sul letto mio, un  raggio si allungò come un braccio e si adagiò  sul legno del  comodino, come volesse  arrubbarmi  chella petra, all’improvviso  ho ricordato quel  compagno mio, il boato  il sangue il dolore e la memoria mia  di te.

 Io sono vivo solo  per te, Cuncetta mia”.

Tra loro il silenzio si fa profondo. Dalla finestra aperta entra una brezza leggera che gonfia le tende. L’odore del fieno è intenso, nel cortile i bambini rincorrono le galline i cani protestano con un abbaiare deciso.

Presto la piccola masseria si riempirà dei braccianti per la vendemmia, si raccoglierà l’uva e si pigerà nelle tinozze, scivolerà il sudore nei grossi tini assieme al vino. Si canterà sotto la luna, si ballerà attorno ai falò.

Rocco e Concetta affondano i piedi nella terra rossa molle di calore. Sostano  accanto all’albero di mele,i frutti sembrano ammiccare al sole che a mano a mano va affogando all’orizzonte tingendo il cielo di rosso.

Rocco lascia cadere la pietra nella terra smossa sotto il melo con  delicatezza. E con la stessa delicatezza sfila  un filo d’erba dai capelli di sua moglie..

Poi si volta e accoglie nelle braccia ossute, uno dopo l’altro , i corpi sottili dei bambini sorridenti.

Concetta allora si chiude la faccia dentro le mani e vi nasconde il pianto.

 

 

 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo