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Teresa De Leonardis
Immigrata nella mia stessa terra
metto radici ovunque io vada,
porto con me l'indispensabile:
una valigia quadrettata dentro la quale stipo i segreti,
quelli miei e quelli raccolti nella mia gente.
Ho il privilegio di vivere in provincia
e ciò mi permette di entrare nella vita degli altri,
intrecciando con loro la trama sottile di un vestito,
attraverso il quale mi vesto e mi svesto
con delicatezza.
La guerra di Concetta
Concetta stende il bucato. Prende dalle rame i panni e li strizza
uno a uno, l’acqua gocciola e cade nella stessa rama , i bambini
si immergono e prendono il posto dei lenzuoli, si schizzano l’acqua
prendendola con la bocca. E’ un sabato di luglio , i raggi del sole
giocano col vento e presto asciugheranno il bucato, Concetta sa che
a fine serata tutto il bucato giacerà nei cassetti in mezzo alla
lavanda.
Le
lenzuola intrise d’acqua pesano e i suoi polsi gli ruotano
intorno come due macine e li strizzano. Li srotola sulla corda
tesa, legata ai quattro alberi di fico, quattro alberi contorti
messi lì per accogliere il bucato fare ombra alla casa dare nella
stagione dei fichi quei fichi che,appena colti, vengono aperti e
stesi a loro volta sulle fette di pane. Concetta stende il bucato
che ondeggia alle carezze del vento, stasera lei rifarà i letti con
quelle lenzuola profumate di sole vento e sapone. Poi il suo
sguardo vaga oltre il lenzuolo le mutande e la tovaglia, si fissa
sopra la corda e arriva fino al viottolo. Laggiù, in una nuvola di
polvere sollevata dal vendo caldo di luglio, vede l’uomo che
avanza zoppicando nel riverbero del sole; e il cuore pare
arrestarsi. Quella figura dimessa è proprio lui, il suo Rocco. Lo
riconosce subito, Signore, lo aspetto da così tanto tempo, son dieci
anni che aspetto questo momento! Vacilla, appoggiandosi al lenzuolo
bagnato; poi si inoltra per il viottolo polveroso, si solleva le
vesti e spicca la corsa gridando il suo nome, come una pazza.
L’uomo viene avanti trascinando i piedi infilati negli scarponi
sformati e coperti di terra rossa; avanza reggendosi a malapena in
equilibrio, come fosse ubriaco. Un floscio copricapo grigio calato
sulla fronte divide in due i sopraccigli spruzzati di polvere,
vede la donna corrergli incontro, vede correre uno dietro l’altro,
un nugolo di bambini che gridano. L’aria calda si riempie di quelle
grida, cui si uniscono lo starnazzare delle galline e l’abbaiare dei
cani. Titina smette di agitare la cucchiarella di legno con la quale
sbatte le fave nel tiano di coccio stretto tra le ginocchia, si
unisce al coro dei bambini che gridano. Concetta quando gli arriva
vicino non ha più dubbi e si tuffa in quelle scarne braccia
penzoloni lungo i fianchi, il corpo macilento balla nella giacca e
nei calzoni di due taglie più grandi e qua e là, simili a
decorazioni spiccano macchie di unto . All’uomo cade il tascapane
dalle spalle, il corpo scivola e si perde nell’abito quando lei lo
solleva da terra. E prende il bacio della donna sulle labbra
screpolate, e attorno ai ginocchi ossuti le braccia di quei bambini
che lo chiamano ‘papà’; vede le labbra di Titina mormorare stupita
“ è tornato, è tornato”.
Si
lascia condurre docilmente per mano dalla donna, entra in casa col
sole negli occhi, siede frastornato attorno al tavolo in cucina,
intorno gli odori della buona cucina dimenticati: su tutti, l’odore
dei diavolicchi arrostiti. Intanto guarda, a uno a uno, quei
bimbetti che gli sorridono con la bocca sdentata, guarda i loro visi
cotti dal sole.
“ Ma
quanti so, di chi so sti piccinni? e i nostri addò stanno?
Cuncè!?!?”
“Doppo, Rocco, doppo. Mò mange, beve, reposate. T’appriparo un bagno
caldo come dio comanda, ti fai un bel sonno e quanno avrai ripreso
un poco le forze, parlammo. Rocco mio commo se’ arridotto!! “ E
Concetta gli circonda le spalle. Sente le ossa dell’uomo
scricchiolare sotto il suo abbraccio.
“
Piano Cuncetta mia, che m’acciri tu, proprio mò che so turnato, che
non m’acciso ‘a ‘uerra.” Ride e appresso a lui ridono quei bambini
coprendosi la bocca colle manine. Titina riprende a rimestare le
fave nel tiano.
Le
lenzuola fresche di bucato pungono tanto sono inamidate, il
materasso di crine sfrigola mentre si rigira nel letto, ha ancora
nella bocca il sapore dei diavolicchi amalgamati nella purea di
fave. Rocco affonda la faccia nel cuscino di lavanda e comincia a
russare.
…”
So figli miei tutti quanti, tutti e sette e se tu vuoi pure figli
attè” dice Concetta seduta a piè del letto. Rocco s’é svegliato e fa
colazione intingendo il grosso pezzo di pane nero nel latte caldo
profumato, mentre qualche goccia gli rotola sul mento.
“
Questo è proprio caffè?”
“
Sì, è caffè, filtrato con la napoletana, come lo saccio fare io..”
“ E’
buono, è buono. Ah maronna, sto surzo ‘e cafè me l’agghio sunnato
pe’ anni. E tengo na famme!!
“ E
mangia, mangia in grazia di dio che qui Rocco mio non ci manca il
mangiare”.
Spalma la marmellata di cotogne sulla grossa fetta di pane. Rocco
addenta quella dolcezza con avidità infantile, affonda nel barattolo
della marmellata due dita e con identica avidità se le porta alla
bocca.
“ E
che mi dicevi di questi figghi? che sono tuoi? tuoi va bbene, tuoi e
di chi?”
“
Hai fatto il conto di quanti anni so passati da quanno te chiangasti
lo zaino sulle spalle, me diste nu vaso a mme, a Titina ca teniva
cinganni , a Tommasino ca pigliava ancora il latte mio, e me
diciste: io vaco Cuncè che la Patria ave abbisogno di ommini? E tu
faciste l’ommo”. E me lasciaste la masseria le bestie e i campi da
zappare . Me so sintuta sempre le braccia toie che me stringevano
accussì forte durante i giorni e tutte le notti che so passate da
quel giorno, quell’urtimo tuo abbraccio e le parole tue – ognuno dà
alla vita quello che ha e prende dalla vita quello che può -. non
me l’aggio mai scurdate. Me venivano in mente quanno zappavo,
quanno chiuveva, quanno c’era il raccolto e le vendemmie, quanno
sudavo in mezzo al grano, quanno accirivo le bestie e ne facevo
carne. Me l’arricordavo quanno me sentivo stanca, quanno
chiagnevo…Il vento portava fino a qua il rumore del mare e assieme a
quel rumore c’era il rombo delle bombe che cadevano… e
m’arricordavo ca ce steva la guerra, la vedevo negli occhi della
gente che capitava qua, la vedevo nella sporchizia, nella famme,
nella paura. Scappavano: dalla paura, dalla sporchizia, dalla famme.
E pensavo a te. Non sapevo se eri vivo se eri morto . Ti pensavo
uguale a loro, disperato.”
Rocco si guarda le mani, poi se le stringe una con l’altra: le
nocche si sbiancano.
“
Pareva ca la guerra l’ avisse apierto il petto, scavato addintro e
strappato il cuore senza ca l’avissero acciso. Parevano muorti ca’
cammenavano. Dint’a sta casa pareva n’ata cosa: ‘o pane nun mancava
e manco u liette pè riposà doppo la fatica.
Acchiavano la forza ca’ nun tenevano cchiù. Li curavo, li sfamavo:
quando riprendevano le forze, mi aiutavano nei campi, nella stalla,
col tabacco…
Si
lavorava tutti quanti assieme e quando se ne andavano non c’era solo
cibo stipato nello zaino ma pure un poco di speranza… Sara fu la
prima ad arrivare. Era bella, giovane, ma conciata a pelle e ossa,
e prossima al parto. Teneva impresso sul braccio un numero che, ai
voglia a strofinare, nun se levava. Era arrivata dalla parte del
mare, l’aveva aiutata a scappare un tedesco che accanusceva da
primma della guerra. Partorì nel nostro letto, si sgravò con dolore
e con paura e ci lasciò, con lo stesso dolore e la stessa paura.
L’ho seppellita sotto l’albero di mele dietro il cortile, l’ho
vestita con i miei vestiti e non ci ho potuto mettere neanche una
croce. Ho allattato suo figlio e l’ho cresciuto coi nostri, mi
chiama mamma a te papà e ti ha aspettato assieme agli altri”.
Rocco fissa lo sguardo sui volti incorniciati nella fotografia sul
comò: lui e sua moglie sorridono impacciati nel giorno delle nozze.
Ama quella donna da quando era una bimbetta, l’ama come non avrebbe
mai amato nessun’altra.
“ E
gli altri? Gli altri chissò?”
“
Non ho scurdato mai lo sguardo ca teneva Sara quanno mureva:me
dicette grazie cull’occhi. Doppo,questa casa, la casa toia, è stata
la casa di tutti i disperati e li ho vestiti coi vestiti tuoi. Tu
non tornavi, non sapevo addò stavi, tuo cognato, u’ carvunaru, te
lo ricordi? è turnato dinto a na cascia cò na bandiera sopra, e tua
cognata s’è impazzita, me purtò i figghi uno per mano e se ne
scappò, dove?solo Dio lo sape e me lassò e’ criature. Accà
sembrava l’oasi dinto a nu deserto, na sorgente d’acqua fresca doppo
lunghe camminate. E quanno se lavorava pareva proprio ca la guerra
era furnuta. E io fui la madre per quegli sbandati, per alcuni la
sorella e qualche volta pure la moglie o la fidanzata. Mi
raccontavano la loro storia la sera, quando finito il lavoro, seduti
nella quiete del riposo accanto al fuoco, aspettando il sonno,
aspettando la notte, piangevano come a bambini. Li consolavo come
potevo, come sapevo fare. Facevo la madre e pensavo: chissà Rocco se
ha trovato una donna che lo consola in questo momento, lo fa sentire
meno solo. Facevo la moglie e speravo tanto che ci fosse qualcuna
pure accanto a te a darti ciò che io non potevo darti. E quando li
accarezzavo sentivo la loro sofferenza tremare alla mia carezza
.Mi chiamavano con nomi che non erano il mio, mi prendevano con la
dolcezza di un ricordo.
Ognuno dà alla vita quello che ha e prende dalla vita quello che
può. Un dolore da alleviare, una tristezza, un rancore o un
desiderio da placare, poter accendere e tenere in vita la speranza,
ecco Rocco, io questo ho fatto. Li ho saziati con quel che avevo e
non sono pentita. Questi sono figli della guerra, della paura,
dell’orrore. Due di loro sono nati dal mio grembo, come i tuoi, e
sono figli del mio amore, sono i figli della mia guerra”. Stanno
crescenno assieme comm ‘a fratelli.
Rocco, in silenzio, le prende la mano e la chiude con le sue dita
lunghe e scarne.
“
Tutti questi anni ho sempre pensato a voi, specie in prigionia,
lassù in Germania, a lavorare sottoterra a un pasto al giorno, una
rapa che galleggia in mezzo all’acqua sporca o una patana pescata
con le mani nell’acqua bollente. Uno di quei posti lì, dove a
quella povera ragazza hanno tatuato un numero sul braccio, si
chiamano lager, e quelli che ne sono usciti vivi erano morti già
da un pezzo dentro l’anima . Ne hanno ammazzati tanti come Sara, li
hanno bruciati gasati fatti a pezzi accisi in mille modi, ebrei
zingari finocchi comunisti ignoranti poveri e ricchi, spogliati
depredati internati torturati. Senza un minimo di pietà.
Le
lacrime scorrono lungo le gote scavate di Rocco, irrefrenabili, ma
silenziose, gli occhi sembrano piccoli laghi scuri.
“
Che ti racconto quello che ho visto, quello che ho fatto? Me sento
qua un macigno ca’ nu’ me fa respirare. Una sera ero di guardia
assieme al compagno mio, accovacciati dietro un cespuglio col
fucile tra le gambe. Nel cielo la luna splendeva in mezzo a tante
stelle; la guerra ci lasciò un momento per goderci quella notte
magica e per scambiarci qualche confidenza. Il compagno mio leggeva
la lettera al chiarore della luna, il foglio leggero e trasparente
assorbiva la sua luce, lui guardava la lettera come se in mezzo a
quelle righe si aprisse una finestra e ci vedesse attraverso
tutti i suoi affetti. Si commosse e mi commossi, due soldati che
piangono come due donnette! Mi chiese se mi piacesse il nome
Corrado. Sua moglie non sapeva quale nome dare al loro figlio appena
nato.Dissi: io ne tengo due di figli, un maschietto e una
femminuccia: Titina e Tommaso. Sì, mi piace questo nome, gli dissi,
così si chiamava uno scugnizzo con cui giocavo da bambino, teneva
due occhi accussì niri! M’è rimasto impresso il suo sorriso e
quegli occhi lucidi come due olive. Lui fece, deciso: domani lo
scrivo a mia moglie di chiamarlo Corrado.
Mentre lui parlava, io seguii il raggio di luna posarsi su un sasso
bianco ai miei piedi, brillava come un diamante. Mi chinai su quel
riflesso e, credimi Concetta mia, io ti vidi, vidi la tua faccia, la
tua bocca, come ti desiderai in quel momento! Mi chinai a
raccogliere quel sasso…una fiammata…un boato… e la testa del mio
compagno volò lontano oltre quel raggio, rotolò nel buio, il corpo
sussultò in spasmi terribili e si afflosciò contro il mio: la
lettera stretta nel pugno si bagnò di sangue. Me lo stringevo contro
chiamandolo per nome, mi imbrattai del suo sangue, volevo morire
anch’io per non lasciarlo solo…e vomitai sangue bestemmie e dolore.
E
quanti ne aggio accisi di giovani commo a lui? Tanti. Sparavo per
primo per non essere acciso, currevo ‘miezo a corpi mutilati,
ignorando le grida, col fucile ca sparava da solo, senza vedere
dove, senza saper perché. Correvo nelle pozzanghere di sangue, piene
di melma e di corpi, bevevo l’acqua dei fossi, le braghe bagnate di
paura. Nun saccio manco se dormivo, sempre coll’occhi appizzati, e
camminavo, camminavo, quanto ho camminato! Po’ un tedesco m’ha
sparato per primmo e cugliuto in fronte. Non saccio cchiù quanto ho
camminato e dove so’ stato purtato doppo ca è furnuta a ‘uerra. Da
un ospedale all’altro. Non m’arricordavo cchiu nudd, manco come me
chiamavo, avevo perso la memoria il numero di matricola e lo zaino.
Stavo nella melma accucciato commo a un animale, senza voce senza
identità.
Rocco si terge le lacrime con la manica della camicia. Dal tascapane
scolorito prende la pietra bianca, liscia e rotonda.
“
Questa m’ha arripurtata a tte, la stessa ca mi ha salvato quella
notte, me l’hanno trovata nella tasca dei cazuni, l’ho tenuta su
ogni comodino di tutti i letti in cui mi sono addormentato , mi
fissavo su chella petra come sapessi ca era l’unico ricordo mio,
accuss’ è stato. Una sera la luna s’intrufolò dalla finestra e
silenziosa si sdraiò sul letto mio, un raggio si allungò come un
braccio e si adagiò sul legno del comodino, come volesse
arrubbarmi chella petra, all’improvviso ho ricordato quel
compagno mio, il boato il sangue il dolore e la memoria mia di te.
Io
sono vivo solo per te, Cuncetta mia”.
Tra
loro il silenzio si fa profondo. Dalla finestra aperta entra una
brezza leggera che gonfia le tende. L’odore del fieno è intenso, nel
cortile i bambini rincorrono le galline i cani protestano con un
abbaiare deciso.
Presto la piccola masseria si riempirà dei braccianti per la
vendemmia, si raccoglierà l’uva e si pigerà nelle tinozze, scivolerà
il sudore nei grossi tini assieme al vino. Si canterà sotto la luna,
si ballerà attorno ai falò.
Rocco e Concetta affondano i piedi nella terra rossa molle di
calore. Sostano accanto all’albero di mele,i frutti sembrano
ammiccare al sole che a mano a mano va affogando all’orizzonte
tingendo il cielo di rosso.
Rocco lascia cadere la pietra nella terra smossa sotto il melo con
delicatezza. E con la stessa delicatezza sfila un filo d’erba dai
capelli di sua moglie..
Poi
si volta e accoglie nelle braccia ossute, uno dopo l’altro , i corpi
sottili dei bambini sorridenti.
Concetta allora si chiude la faccia dentro le mani e vi nasconde il
pianto.
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