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Manuela
Bonfanti
Stazioni
Ore cinque.
Stazione di Seborovsk, Siberia.
Il treno della
Transiberiana è entrato in stazione. Tempo di sosta, tre minuti. Una
donna vestita con una specie di lunga tunica passeggia accanto al
binario e accende un grosso sigaro.
È il segnale.
Pochi secondi
dopo un frastuono echeggia nel vuoto della landa desolata. Un folto
gruppo di donne vestite di grigio e marrone attraversa il binario e
si piazza davanti al treno affinché non possa riprendere la sua
marcia verso Pechino. Il capotreno si affaccia, perplesso chiede
alle donne di spostarsi. Queste rifiutano categoricamente.
Osservo la
scena dal treno, irritato. Avevo scelto questo percorso perché
volevo starmene solo, lontano da tutti, nel nulla. Avevo bisogno di
riflettere. L’improvviso baccano causato dall’agitazione creatasi
attorno alle donne mi riporta alla realtà: non sono solo, su questa
terra. Nel corso del viaggio avevo iniziato a crederlo. Mi faceva
bene crederlo. Ma eccomi tornato alla triste realtà.
Dimenticavo: io sono Fabio. Sono
programmatore informatico. Sono originario di Milano ma da anni vivo
a Londra. Non sono per nulla uno a cui piacciono le sorprese di
questo genere. Programmare è il mio mestiere e la mia vita è
programmata.
Ore sei.
Stazione di Seborovsk, Siberia.
A nulla sono
valse le proteste dei passeggeri, del capotreno o del personale
della stazione. Le donne sono sempre lì, ferme, irrigidite dal
freddo, sul binario. Il capotreno si dirige all’interno della
stazione, una baracca che si regge appena in piedi. Chiede di un
telefono. Risatina da parte dell’uomo, in grigio come le donne. Qui
non ci sono telefoni: occorre recarsi nel villaggio. Spazientito il
capotreno chiede ad un uomo sulla cinquantina di raggiungere al più
presto un telefono, il villaggio, di far intervenire la polizia, che
qualcosa si faccia, insomma! Lui non può lasciare il treno sguarnito
di protezione. Ne porta la responsabilità.
Ore 9. stazione
di Seborovsk, Siberia.
L’uomo sulla
cinquantina, appesantito dagli anni e dall’assenza di movimento,
torna trafelato alla stazione, accompagnato da due rappresentanti
della polizia locale. A questi viene spiegato con un grande agitarsi
di rozze mani e voci isteriche la gravità del problema. Le donne. Le
donne non vogliono spostarsi dal binario. Il treno non può
ripartire. Cosa diranno alla centrale? Un ritardo del genere. Mai
visto. Lui non può permettersi di perdere il lavoro. Il poliziotto
più anziano invita alla calma. Poi opta per un sopralluogo. Si
avvicina alle donne. Lo vedo parlare loro con superiorità malcelata.
Cosa succede qui? Cos’è questo teatro? Sembra chiedere con la
certezza di una risposta, di uno spavento da parte delle donne. Viva
l’autorità, tra poco tutto sarà risolto. Tra poco ripartiremo. Ma le
donne non si muovono, restano ferme, come inchiodate ai binari. Nei
loro occhi uno strano bagliore, una determinazione spettacolare, mai
vista.
Ore 10.
Stazione di Seborovsk, Siberia.
Le donne si
accovacciano sui binari, alcune rovistano in grossi sacchi che hanno
con loro. Delle coperte appaiono. Mi è chiaro che hanno deciso di
passare la notte sui binari, vegliando a turno. Tutto ciò è
concertato. Non c’è dubbio.
Accompagnata
dal bisbiglio delle donne trascorre la prima notte a Seborovsk. La
prima di alcune lunghe notti, seguite da interminabili giorni. Le
donne, come maghi, estraggono dai sacchi viveri, scorte per
sopravvivere diversi giorni. Il paesino di venticinque anime non può
opporsi: diciotto sono donne, e sono tutte ferme sui binari del
treno.
Sei giorni.
Sei giorni
interminabili nel villaggio di Seborovsk.
Siamo costretti
a scendere, a rifocillarci. Stanchi di dormire nel treno, ci
dividiamo a turno le quattro camere della stamberga locale.
Mangiamo nel
rudimentale ristorante del villaggio. Resti di cibo, probabilmente.
Tutta roba sana, di certo.
Ogni tanto
torniamo al treno.
Le donne ci
chiamano. Vogliono sapere chi siamo, cosa facciamo, quanti anni
abbiamo.
Abbiamo moglie?
Figli?
Un lavoro?
Ci piace
Seborovsk?
Potremmo
pensare di viverci?
Se sposassimo
una di queste donne, la porteremmo con noi?
Chi ci piace,
chi ci interessa?
Domande
curiose. Una morbosità, un’ansia nel porle. I sorrisi che
normalmente avrei considerato ammicanti prendono un bagliore
inquietante.
Settimo giorno.
Ho fatto
conoscenza con Nastia. Piccola Anastasia. Porta un bel nomignolo,
eredità del costume russo di accorciare in nomi perché assumano un
suono più dolce. Nastia parla un sommario inglese – comunque
migliore del mio russo - ha ventidue anni, un viso angoloso, due
labbra spesse e la pelle screpolata dalle intemperie. Pare più
vecchia. Sembra pure matura. Lo sento dai suoi discorsi. Non fa che
domandarmi cosa desidero dalla vita. Se voglio una famiglia, dei
figli. Non le parlo di Valeria. Non esaustivamente, intendo. La
nomino una volta, pare gelosa. Vuole sapere chi è, cosa fa, quanti
anni ha, se l’amo. Valeria è una collega di lavoro, ha trentasei
anni, non l’amo. Non l’ami? Mi chiede sgranando i suoi due occhi
vitrei. Certo, non posso amarla. Del resto amare è un sentimento e
per chi programma la sua vita non resta né spazio né desiderio di
sentimenti. Perciò non ho mai amato nessuno. Ma questo, evito di
dirlo a Nastia per paura di essere giudicato male. Mi chiede altro.
Vada per alcune altre informazioni. Valeria non è sposata. E neppure
vedova. Ma ha trentasei anni, esclama Nastia. A lei sembrano un
abisso, i quattordici anni che le separano. E il fatto che non sia
né sposata né madre le fa sgranare di nuovo due occhi! A quell’età
vuole già essere madre di almeno quattro figli. Babuska è
impossibile, ha già ventidue anni. Già ventidue. Lo dice con
rassegnazione. È bella Valeria? Sì, è bella. Ha un fascino suo. È
una donna speciale. Chissà perché non me ne sono mai accorto prima.
Ottavo giorno.
Penso di vivere
qui? La domanda di Nastia mi coglie di sorpresa. Certo che no, tra
poco ripartiremo, il capotreno è partito da tre giorni, sta cercando
rinforzi, o di avvertire la polizia. Non ho idea di quanto disti, a
piedi, il prossimo villaggio con telefono, ma so che tornerà presto.
Nastia pare allarmata. Parla concitatamente con le altre donne, mi
pare di captare qualche parola. Non possono. Torna. Polizia.
Cacceranno. Impossibile. Mariti. Tutto inutile. Nastia, cosa
succede? What’s happening? Qual è il vostro piano? Stavolta
sono io ad essere agitato. Quanto successo era evidentemente
concertato, ma non ne capivamo le ragioni. Ora inizio a sospettare.
La incito a parlare. Non c’è nulla che devi sapere, mi dice. Mi ami,
mi chiede? Ma come posso, le chiedo a mio turno, ti conosco da pochi
giorni. Che importa, puoi amarmi ugualmente. Non ti piaccio? Nastia,
non è così che vanno le cose da noi, non incontri una perfetta
sconosciuta e la ami dopo sette giorni. Da noi le persone si
conoscono, si frequentano per diverso tempo. Occorre essere in
sintonia, capire se la persona che ti sta davanti è quella con cui
hai affinità. E come lo capisci, mi chiede Nastia, perplessa. Non ti
basta che ti piaccia? No, certo! A volte può capitare, ma sono
unioni che non durano nel tempo. Devi sapere quali sono gli
interessi di questa persona, se ne condividi il disegno della vita,
gli obbiettivi, capisci? Non puoi innamorarti di lei così, senza
neppure conoscerla. Nastia mi guarda fisso negli occhi. Ho fatto
colpo. Belle parole.
E mi torna in
mente Valeria.
Nono giorno.
L’assalto di
Nastia nei miei confronti e quelle delle altre donne nei confronti
di altri passeggeri continua. Ormai mi pare evidente: hanno fermato
il treno perché nel villaggio ci sono soltanto sette uomini. Non ce
n’è uno per tutte. Sarebbero disposte a qualsiasi cosa pur di
convincerne uno a restare. Pur di non vedere l’unica ragione della
loro vita ripartire verso altri lidi e dimenticarle. Sorrido. Ma la
determinazione di queste donne mi preoccupa.
C’è un piccolo
corto circuito nel programma. Extremely annoying.
Nastia vuole
sapere ancora di Valeria. Come l’ho conosciuta. Perché mi è
piaciuta. Perché tra noi non ha funzionato. L’argomento è troppo
penoso per me. Detesto pensare a queste cose. Lo ammetto: ho
intrapreso questo viaggio a causa sua. Avevo bisogno di pensare.
Valeria mi aveva lasciato senza troppe parole di giustificazione e a
nulla erano valse le mie telefonate. Per tre mesi non aveva trovato
tempo per vedermi. Poi mi ha richiamato.
A Nastia non ho
potuto dire la verità. L’avrebbe giustificata ulteriormente nel suo
folle atto.
Valeria mi ha
richiamato. Mi ha detto Fabio, se ti va possiamo vederci, ora ho
qualche minuto per te. Qualche minuto. La sola espressione mi aveva
fatto imbestialire. L’ho rivista. Ci siamo frequentati, come amici,
per alcuni mesi. Credevo si stesse riavvicinando. Ho fatto qualche
timida avance, genere cercare di baciarla un giorno prima di
uscire dalla sua auto. Valeria aveva cambiato auto. E pure la marca!
Aveva probabilmente cambiato uomo. E anche vita. Io non ne facevo
più parte. Con grande nonchalance si è sottratta al mio
bacio. Così, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come
l’avrebbe fatto con chiunque la stesse importunando. Non le
importava della nostra storia. Per lei non esisteva più. Ricordo
ancora i muscoli della mia bocca contrarsi in una smorfia che deve
esserle parsa buffa. Mi infastidisce pensare che l’abbia trovata
buffa.
Decimo giorno.
La presenza di
Nastia, le sue insistenti avances mi innervosiscono.
Sexual harassment. Non avrei mai pensato di poter subire delle
molestie sessuali. Ho tentato di allontanarla ma lei è convinta
della sua scelta. Pensa non ripartiremo più. Valeria per lei è un
nome senza volto, senza storia, ma soprattutto senza futuro, dato
che per lei rimarrò qui. Pensa che mi abituerò a Seborovsk e a lei.
Impossibile! Lei ci crede però. E anche le sue amiche, che ogni
tanto mi lanciano sguardi ammiccanti. Le vedo discutere tra loro e
so di essere il soggetto della discussione. Pensano forse che posso
dimenticare la mia vita a Londra, lasciare tutto? Così, premendo un
tasto? Delete? Quit? La situazione mi pare pazzesca.
Che questo
imprevisto non sia casuale? Che debba trovarci una ridicolissima,
noiosissima morale nascosta?
Sia.
Ho ripensato
alla mia vita con Valeria.
D’accordo: ho
sbagliato.
Mi ha lasciato
che la nostra storia non era nemmeno davvero cominciata sul serio.
Ma avevo giocato al solito gioco. Mi era sempre riuscito.
Quale gioco, mi
domanderebbe Nastia, nella sua adorabile, seccante ingenuità. A un
gioco che non conosci, le risponderei. Si chiama il gioco del
macho. A lei la parola non direbbe niente, ma immagino che in
quella zona – salvo a Seborovsk perché la domanda supera l’offerta -
si pratichi lo stesso gioco chiamandolo diversamente. Tutto il mondo
è paese. Noi uomini ci assomigliamo molto, sotto certi aspetti. Non
è colpa nostra: è la cultura generale nella quale siamo allevati.
Diciamo che io mi ci sono trovato sempre piuttosto bene.
Valeria.
Valeria che voleva che ci conoscessimo meglio. Che approfondissimo i
nostri rispettivi interessi e caratteri prima di imbarcarci in una
relazione seria. Classico, stupido atteggiamento femminile, non ho
potuto evitare di pensarlo, quando ha lanciato la palla nel mio
campo con queste seghe mentali tipiche del suo sesso.
Non ho tempo.
Le avevo risposto. Ma tu se vuoi chiamami.
Non ho tempo.
Era sempre stata la mia risposta. Era vero.
Non è vero che
non hai tempo, era sempre stata la sua. È tutta una questione di
priorità. Non sono una tua priorità.
Chiaramente non
lo era! Prima veniva lo sport. Poi i miei amici. Poi lei. E poi mi
piaceva che mi chiamasse lei. I miei amici erano impressionati, mi
lanciavano occhiatine ammiccanti, proprio come le amiche di Nastia
nei miei confronti. Solo che adesso sono io la vittima, quello che
lei sta cercando di accalappiare. Stavolta la sensazione non è la
stessa. È sgradevole. Devo ammettere che il comportamento di questo
gruppo di donne mi irrita. Credo di non riuscire a resistere a lungo
in queste condizioni.
Undicesimo
giorno.
Il capotreno.
Mi pare di averlo visto, in lontananza. Sì, è lui. Con un’auto
sgangherata, nella quale devono esserci almeno sette uomini. Dietro
di loro, un’altra pseudo auto. Non riconosco neppure la marca, tanto
deve essere vecchia. Gli uomini sbarcano, si concertano per un
istante, poi si dirigono verso il gruppo di donne, parlano
concitamente. Linguisticamente è il buio, ma mi sembra di capire dal
tono e dagli sguardi che le donne non abbiano alcuna intenzione di
spostarsi. La concitazione aumenta, gli uomini vengono alle mani,
uno afferra una delle donne e cerca di spostarla, le altre insurgono
e la tengono stretta, presso di loro. Solidarietà femminile. Chissà
perché si manifesta solo quando si tratta di procurarsi un uomo.
Constato con piacere che non ho perso il mio sense of humour.
I tentativi
riprendono, sono due stavolta a prendere la donna, alzandola di
peso. Ma ancora resistono. Sembra ridicolo che gli uomini non
riescano a spostarle. Appena una viene trasportata lontano dai
binari, immancabilmente tenta di scappare, raggiunge di nuovo il
gruppo che la protegge. Sorrido della testardaggine di queste donne.
Sono proprio creature vittime dei loro sbalzi ormonali, testarde ed
incoerenti. Esseri mossi dalle emozioni. Nulla di razionale in loro.
Non capisco
come sia possibile. Non capisco la resistenza che oppongono le
donne, apparentemente un gruppetto di disperate, giovani e meno
giovani, di straccione dai capelli sudici e gli abiti rattoppati,
grigi, tristi e assolutamente insignificanti come il paesino in cui
vivono e come le loro vite. A volte la forza di volontà delle
persone mi sorprende. Pezzenti. Si sono intromesse nella mia vita,
scorreva così tranquilla, mi hanno fatto perdere quasi due settimane
e da due settimane quasi sono lontano dal mondo. Ho trovato a
malapena una presa elettrica per scrivere queste righe, ma l’accesso
ad internet me lo sono potuto scordare. Non è vita.
Mi fa rabbia
persino guardarle.
L’occhio mi
cade su un’ennesima rissa. Stavolta temo non sia la solita bagarre.
Decisamente no. Qualcosa mi dice che siamo alla fine. The end.
Finalmente.
Aguzzo la
vista. Nella mischia scorgo un luccichio.
È una pistola!
Una pistola
vera. Non ne avevo mai visto prima. Sono allarmato nonostante il mio
proverbiale sangue freddo. La guardo per alcuni brevissimi secondi,
prima di spostare lo sguardo sull’uomo che la tiene in pugno, l’aria
decisa, tesa. Forse un po’ d’odio nei suoi occhi ce lo vedo ma non
ne sono sicuro. Sono un programmatore, mica uno psicologo.
Spostati,
potrebbe darsi le stia dicendo, togliti di qui, non essere ridicola.
Di certo è un verbo all’imperativo, lo riconosco dalla desinenza.
Tra l’altro condivido il pensiero: è davvero ridicola.
La donna urla,
caparbia, leggo la determinazione nei suoi occhi e la sento tradotta
in parole che di nuovo non comprendo. Codifico solo il tono. La
donna si getta sull’uomo con la pistola, urla ancora. Tenta di
strappargliela di mano.
Allora, allora
l’uomo perde il controllo. La scena dura pochi secondi destinati a
restare impressi nella mia mente e ad essere rivissuti al
rallentatore. La sua voce tiene testa a quella della donna, poi
l’uomo la afferra per un braccio, lei tenta nuovamente di
impossessarsi della pistola, l’uomo si dibatte, la cinge con le
braccia forti del paesano che è, la tiene stretta mentre le urla di
lei perforano la nebbia della stazione di Seborovsk, Siberia, e nel
tentativo di sciogliersi dalla stretta la donna si ritrova con la
pistola puntata al cuore e il colpo parte e la perfora senza che lei
possa terminare di lanciare l’ultimo urlo, che le muore nella carne
morbida del petto come un uccellino soffocato nel nido dalle folte
piume della madre.
Quanto sono
poetico. Non male per un programmatore informatico.
Silenzio.
Davanti agli
occhi allibiti di noi tutti, Seborovsk, Siberia, ammutolisce come a
rendere omaggio all’urlo soffocato della donna, alla sua morte. Le
altre donne, fino ad allora fiere e decise ad affrontare la sorte,
ci guardano senza speranza, gli occhi velati di lacrime – di paura,
di dolore? - poi assemblano in perfetto silenzio i loro pochi
stracci e fanno ritorno a casa. L’uomo con la pistola ci fissa, il
suo sguardo chiede scusa ma solo per alcuni secondi, perché poi fa
un cenno al capotreno. Ripartite pure, dice quel cenno. Non lo
capisco. Come non capisco come possa essere successo tutto ciò.
Ma è successo.
Sono tornato
nel mio appartamento di trentasette metri quadrati nel sud-est di
Londra.
Ho rivissuto
troppe volte la scena di Seborovsk, Siberia. Allora non sapevo di
avere qualcosa da imparare da quel viaggio. Ma ora la nebbia si è
diradata e ho rivisto la stazione. Ho rivisto il paesino e ho capito
quella stramaledetta morale, quella di tutti i coglionissimi film
americani.
Ho capito che
Valeria non è una stazione siberiana, dove passa un treno ogni
cinque giorni, spesso non si ferma e anche se si fermasse nessuno
vorrebbe rimanerci per più di trenta secondi.
Lei è Victoria.
Grande. Frequentata. Dal nome che evoca battaglie sempre vinte, un
nome regale. Victoria. Incrocio di popoli e di culture. Attende
senza fretta, perché ogni giorno passano migliaia di treni ed ha
solo l’imbarazzo della scelta. Forse, per lei, non ero stato che uno
dei tanti treni che passano fugacemente e non portano a bordo
nessuna personalità che valga la pena di essere fermata.
Ho ripreso il
mio lavoro di programmatore informatico. Non sono più tornato a
Victoria Station. Troppi treni.
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