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LUNE DI PRIMAVERA 2010

 
 

Programma

Edizioni

Bando

 
 
 

 

Manuela Bonfanti

Stazioni

Ore cinque. Stazione di Seborovsk, Siberia.

Il treno della Transiberiana è entrato in stazione. Tempo di sosta, tre minuti. Una donna vestita con una specie di lunga tunica passeggia accanto al binario e accende un grosso sigaro.

È il segnale.

Pochi secondi dopo un frastuono echeggia nel vuoto della landa desolata. Un folto gruppo di donne vestite di grigio e marrone attraversa il binario e si piazza davanti al treno affinché non possa riprendere la sua marcia verso Pechino. Il capotreno si affaccia, perplesso chiede alle donne di spostarsi. Queste rifiutano categoricamente.

Osservo la scena dal treno, irritato. Avevo scelto questo percorso perché volevo starmene solo, lontano da tutti, nel nulla. Avevo bisogno di riflettere. L’improvviso baccano causato dall’agitazione creatasi attorno alle donne mi riporta alla realtà: non sono solo, su questa terra. Nel corso del viaggio avevo iniziato a crederlo. Mi faceva bene crederlo. Ma eccomi tornato alla triste realtà.

Dimenticavo: io sono Fabio. Sono programmatore informatico. Sono originario di Milano ma da anni vivo a Londra. Non sono per nulla uno a cui piacciono le sorprese di questo genere. Programmare è il mio mestiere e la mia vita è programmata.

 

Ore sei. Stazione di Seborovsk, Siberia.

A nulla sono valse le proteste dei passeggeri, del capotreno o del personale della stazione. Le donne sono sempre lì, ferme, irrigidite dal freddo, sul binario. Il capotreno si dirige all’interno della stazione, una baracca che si regge appena in piedi. Chiede di un telefono. Risatina da parte dell’uomo, in grigio come le donne. Qui non ci sono telefoni: occorre recarsi nel villaggio. Spazientito il capotreno chiede ad un uomo sulla cinquantina di raggiungere al più presto un telefono, il villaggio, di far intervenire la polizia, che qualcosa si faccia, insomma! Lui non può lasciare il treno sguarnito di protezione. Ne porta la responsabilità.

 

Ore 9. stazione di Seborovsk, Siberia.

L’uomo sulla cinquantina, appesantito dagli anni e dall’assenza di movimento, torna trafelato alla stazione, accompagnato da due rappresentanti della polizia locale. A questi viene spiegato con un grande agitarsi di rozze mani e voci isteriche la gravità del problema. Le donne. Le donne non vogliono spostarsi dal binario. Il treno non può ripartire. Cosa diranno alla centrale? Un ritardo del genere. Mai visto. Lui non può permettersi di perdere il lavoro. Il poliziotto più anziano invita alla calma. Poi opta per un sopralluogo. Si avvicina alle donne. Lo vedo parlare loro con superiorità malcelata. Cosa succede qui? Cos’è questo teatro? Sembra chiedere con la certezza di una risposta, di uno spavento da parte delle donne. Viva l’autorità, tra poco tutto sarà risolto. Tra poco ripartiremo. Ma le donne non si muovono, restano ferme, come inchiodate ai binari. Nei loro occhi uno strano bagliore, una determinazione spettacolare, mai vista.

 

Ore 10. Stazione di Seborovsk, Siberia.

Le donne si accovacciano sui binari, alcune rovistano in grossi sacchi che hanno con loro. Delle coperte appaiono. Mi è chiaro che hanno deciso di passare la notte sui binari, vegliando a turno. Tutto ciò è concertato. Non c’è dubbio.

 

Accompagnata dal bisbiglio delle donne trascorre la prima notte a Seborovsk. La prima di alcune lunghe notti, seguite da interminabili giorni. Le donne, come maghi, estraggono dai sacchi viveri, scorte per sopravvivere diversi giorni. Il paesino di venticinque anime non può opporsi: diciotto sono donne, e sono tutte ferme sui binari del treno.

 

Sei giorni.

Sei giorni interminabili nel villaggio di Seborovsk.

Siamo costretti a scendere, a rifocillarci. Stanchi di dormire nel treno, ci dividiamo a turno le quattro camere della stamberga locale.

Mangiamo nel rudimentale ristorante del villaggio. Resti di cibo, probabilmente. Tutta roba sana, di certo.

Ogni tanto torniamo al treno.

Le donne ci chiamano. Vogliono sapere chi siamo, cosa facciamo, quanti anni abbiamo.

Abbiamo moglie?

Figli?

Un lavoro?

Ci piace Seborovsk?

Potremmo pensare di viverci?

Se sposassimo una di queste donne, la porteremmo con noi?

Chi ci piace, chi ci interessa?

Domande curiose. Una morbosità, un’ansia nel porle. I sorrisi che normalmente avrei considerato ammicanti prendono un bagliore inquietante.

 

Settimo giorno.

Ho fatto conoscenza con Nastia. Piccola Anastasia. Porta un bel nomignolo, eredità del costume russo di accorciare in nomi perché assumano un suono più dolce. Nastia parla un sommario inglese – comunque migliore del mio russo - ha ventidue anni, un viso angoloso, due labbra spesse e la pelle screpolata dalle intemperie. Pare più vecchia. Sembra pure matura. Lo sento dai suoi discorsi. Non fa che domandarmi cosa desidero dalla vita. Se voglio una famiglia, dei figli. Non le parlo di Valeria. Non esaustivamente, intendo. La nomino una volta, pare gelosa. Vuole sapere chi è, cosa fa, quanti anni ha, se l’amo. Valeria è una collega di lavoro, ha trentasei anni, non l’amo. Non l’ami? Mi chiede sgranando i suoi due occhi vitrei. Certo, non posso amarla. Del resto amare è un sentimento e per chi programma la sua vita non resta né spazio né desiderio di sentimenti. Perciò non ho mai amato nessuno. Ma questo, evito di dirlo a Nastia per paura di essere giudicato male. Mi chiede altro. Vada per alcune altre informazioni. Valeria non è sposata. E neppure vedova. Ma ha trentasei anni, esclama Nastia. A lei sembrano un abisso, i quattordici anni che le separano. E il fatto che non sia né sposata né madre le fa sgranare di nuovo due occhi! A quell’età vuole già essere madre di almeno quattro figli. Babuska è impossibile, ha già ventidue anni. Già ventidue. Lo dice con rassegnazione. È bella Valeria? Sì, è bella. Ha un fascino suo. È una donna speciale. Chissà perché non me ne sono mai accorto prima.

 

Ottavo giorno.

Penso di vivere qui? La domanda di Nastia mi coglie di sorpresa. Certo che no, tra poco ripartiremo, il capotreno è partito da tre giorni, sta cercando rinforzi, o di avvertire la polizia. Non ho idea di quanto disti, a piedi, il prossimo villaggio con telefono, ma so che tornerà presto. Nastia pare allarmata. Parla concitatamente con le altre donne, mi pare di captare qualche parola. Non possono. Torna. Polizia. Cacceranno. Impossibile. Mariti. Tutto inutile. Nastia, cosa succede? What’s happening? Qual è il vostro piano? Stavolta sono io ad essere agitato. Quanto successo era evidentemente concertato, ma non ne capivamo le ragioni. Ora inizio a sospettare. La incito a parlare. Non c’è nulla che devi sapere, mi dice. Mi ami, mi chiede? Ma come posso, le chiedo a mio turno, ti conosco da pochi giorni. Che importa, puoi amarmi ugualmente. Non ti piaccio? Nastia, non è così che vanno le cose da noi, non incontri una perfetta sconosciuta e la ami dopo sette giorni. Da noi le persone si conoscono, si frequentano per diverso tempo. Occorre essere in sintonia, capire se la persona che ti sta davanti è quella con cui hai affinità. E come lo capisci, mi chiede Nastia, perplessa. Non ti basta che ti piaccia? No, certo! A volte può capitare, ma sono unioni che non durano nel tempo. Devi sapere quali sono gli interessi di questa persona, se ne condividi il disegno della vita, gli obbiettivi, capisci? Non puoi innamorarti di lei così, senza neppure conoscerla. Nastia mi guarda fisso negli occhi. Ho fatto colpo. Belle parole.

E mi torna in mente Valeria.

 

Nono giorno.

L’assalto di Nastia nei miei confronti e quelle delle altre donne nei confronti di altri passeggeri continua. Ormai mi pare evidente: hanno fermato il treno perché nel villaggio ci sono soltanto sette uomini. Non ce n’è uno per tutte. Sarebbero disposte a qualsiasi cosa pur di convincerne uno a restare. Pur di non vedere l’unica ragione della loro vita ripartire verso altri lidi e dimenticarle. Sorrido. Ma la determinazione di queste donne mi preoccupa.

C’è un piccolo corto circuito nel programma. Extremely annoying.

Nastia vuole sapere ancora di Valeria. Come l’ho conosciuta. Perché mi è piaciuta. Perché tra noi non ha funzionato. L’argomento è troppo penoso per me. Detesto pensare a queste cose. Lo ammetto: ho intrapreso questo viaggio a causa sua. Avevo bisogno di pensare. Valeria mi aveva lasciato senza troppe parole di giustificazione e a nulla erano valse le mie telefonate. Per tre mesi non aveva trovato tempo per vedermi. Poi mi ha richiamato.

A Nastia non ho potuto dire la verità. L’avrebbe giustificata ulteriormente nel suo folle atto.

Valeria mi ha richiamato. Mi ha detto Fabio, se ti va possiamo vederci, ora ho qualche minuto per te. Qualche minuto. La sola espressione mi aveva fatto imbestialire. L’ho rivista. Ci siamo frequentati, come amici, per alcuni mesi. Credevo si stesse riavvicinando. Ho fatto qualche timida avance, genere cercare di baciarla un giorno prima di uscire dalla sua auto. Valeria aveva cambiato auto. E pure la marca! Aveva probabilmente cambiato uomo. E anche vita. Io non ne facevo più parte. Con grande nonchalance si è sottratta al mio bacio. Così, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come l’avrebbe fatto con chiunque la stesse importunando. Non le importava della nostra storia. Per lei non esisteva più. Ricordo ancora i muscoli della mia bocca contrarsi in una smorfia che deve esserle parsa buffa. Mi infastidisce pensare che l’abbia trovata buffa.

 

Decimo giorno.

La presenza di Nastia, le sue insistenti avances mi innervosiscono. Sexual harassment. Non avrei mai pensato di poter subire delle molestie sessuali. Ho tentato di allontanarla ma lei è convinta della sua scelta. Pensa non ripartiremo più. Valeria per lei è un nome senza volto, senza storia, ma soprattutto senza futuro, dato che per lei rimarrò qui. Pensa che mi abituerò a Seborovsk e a lei. Impossibile! Lei ci crede però. E anche le sue amiche, che ogni tanto mi lanciano sguardi ammiccanti. Le vedo discutere tra loro e so di essere il soggetto della discussione. Pensano forse che posso dimenticare la mia vita a Londra, lasciare tutto? Così, premendo un tasto? Delete? Quit? La situazione mi pare pazzesca.

Che questo imprevisto non sia casuale? Che debba trovarci una ridicolissima, noiosissima morale nascosta?

Sia.

Ho ripensato alla mia vita con Valeria.

D’accordo: ho sbagliato.

Mi ha lasciato che la nostra storia non era nemmeno davvero cominciata sul serio. Ma avevo giocato al solito gioco. Mi era sempre riuscito.

Quale gioco, mi domanderebbe Nastia, nella sua adorabile, seccante ingenuità. A un gioco che non conosci, le risponderei. Si chiama il gioco del macho. A lei la parola non direbbe niente, ma immagino che in quella zona – salvo a Seborovsk perché la domanda supera l’offerta - si pratichi lo stesso gioco chiamandolo diversamente. Tutto il mondo è paese. Noi uomini ci assomigliamo molto, sotto certi aspetti. Non è colpa nostra: è la cultura generale nella quale siamo allevati. Diciamo che io mi ci sono trovato sempre piuttosto bene.

Valeria. Valeria che voleva che ci conoscessimo meglio. Che approfondissimo i nostri rispettivi interessi e caratteri prima di imbarcarci in una relazione seria. Classico, stupido atteggiamento femminile, non ho potuto evitare di pensarlo, quando ha lanciato la palla nel mio campo con queste seghe mentali tipiche del suo sesso.

Non ho tempo. Le avevo risposto. Ma tu se vuoi chiamami.

Non ho tempo. Era sempre stata la mia risposta. Era vero.

Non è vero che non hai tempo, era sempre stata la sua. È tutta una questione di priorità. Non sono una tua priorità.

Chiaramente non lo era! Prima veniva lo sport. Poi i miei amici. Poi lei. E poi mi piaceva che mi chiamasse lei. I miei amici erano impressionati, mi lanciavano occhiatine ammiccanti, proprio come le amiche di Nastia nei miei confronti. Solo che adesso sono io la vittima, quello che lei sta cercando di accalappiare. Stavolta la sensazione non è la stessa. È sgradevole. Devo ammettere che il comportamento di questo gruppo di donne mi irrita. Credo di non riuscire a resistere a lungo in queste condizioni.

 

Undicesimo giorno.

Il capotreno. Mi pare di averlo visto, in lontananza. Sì, è lui. Con un’auto sgangherata, nella quale devono esserci almeno sette uomini. Dietro di loro, un’altra pseudo auto. Non riconosco neppure la marca, tanto deve essere vecchia. Gli uomini sbarcano, si concertano per un istante, poi si dirigono verso il gruppo di donne, parlano concitamente. Linguisticamente è il buio, ma mi sembra di capire dal tono e dagli sguardi che le donne non abbiano alcuna intenzione di spostarsi. La concitazione aumenta, gli uomini vengono alle mani, uno afferra una delle donne e cerca di spostarla, le altre insurgono e la tengono stretta, presso di loro. Solidarietà femminile. Chissà perché si manifesta solo quando si tratta di procurarsi un uomo. Constato con piacere che non ho perso il mio sense of humour.

I tentativi riprendono, sono due stavolta a prendere la donna, alzandola di peso. Ma ancora resistono. Sembra ridicolo che gli uomini non riescano a spostarle. Appena una viene trasportata lontano dai binari, immancabilmente tenta di scappare, raggiunge di nuovo il gruppo che la protegge. Sorrido della testardaggine di queste donne. Sono proprio creature vittime dei loro sbalzi ormonali, testarde ed incoerenti. Esseri mossi dalle emozioni. Nulla di razionale in loro.

Non capisco come sia possibile. Non capisco la resistenza che oppongono le donne, apparentemente un gruppetto di disperate, giovani e meno giovani, di straccione dai capelli sudici e gli abiti rattoppati, grigi, tristi e assolutamente insignificanti come il paesino in cui vivono e come le loro vite. A volte la forza di volontà delle persone mi sorprende. Pezzenti. Si sono intromesse nella mia vita, scorreva così tranquilla, mi hanno fatto perdere quasi due settimane e da due settimane quasi sono lontano dal mondo. Ho trovato a malapena una presa elettrica per scrivere queste righe, ma l’accesso ad internet me lo sono potuto scordare. Non è vita.

Mi fa rabbia persino guardarle.

L’occhio mi cade su un’ennesima rissa. Stavolta temo non sia la solita bagarre. Decisamente no. Qualcosa mi dice che siamo alla fine. The end. Finalmente.

Aguzzo la vista. Nella mischia scorgo un luccichio.

È una pistola!

Una pistola vera. Non ne avevo mai visto prima. Sono allarmato nonostante il mio proverbiale sangue freddo. La guardo per alcuni brevissimi secondi, prima di spostare lo sguardo sull’uomo che la tiene in pugno, l’aria decisa, tesa. Forse un po’ d’odio nei suoi occhi ce lo vedo ma non ne sono sicuro. Sono un programmatore, mica uno psicologo.

Spostati, potrebbe darsi le stia dicendo, togliti di qui, non essere ridicola. Di certo è un verbo all’imperativo, lo riconosco dalla desinenza. Tra l’altro condivido il pensiero: è davvero ridicola.

La donna urla, caparbia, leggo la determinazione nei suoi occhi e la sento tradotta in parole che di nuovo non comprendo. Codifico solo il tono. La donna si getta sull’uomo con la pistola, urla ancora. Tenta di strappargliela di mano.

Allora, allora l’uomo perde il controllo. La scena dura pochi secondi destinati a restare impressi nella mia mente e ad essere rivissuti al rallentatore. La sua voce tiene testa a quella della donna, poi l’uomo la afferra per un braccio, lei tenta nuovamente di impossessarsi della pistola, l’uomo si dibatte, la cinge con le braccia forti del paesano che è, la tiene stretta mentre le urla di lei perforano la nebbia della stazione di Seborovsk, Siberia, e nel tentativo di sciogliersi dalla stretta la donna si ritrova con la pistola puntata al cuore e il colpo parte e la perfora senza che lei possa terminare di lanciare l’ultimo urlo, che le muore nella carne morbida del petto come un uccellino soffocato nel nido dalle folte piume della madre.

Quanto sono poetico. Non male per un programmatore informatico.

 

Silenzio.

Davanti agli occhi allibiti di noi tutti, Seborovsk, Siberia, ammutolisce come a rendere omaggio all’urlo soffocato della donna, alla sua morte. Le altre donne, fino ad allora fiere e decise ad affrontare la sorte, ci guardano senza speranza, gli occhi velati di lacrime – di paura, di dolore? - poi assemblano in perfetto silenzio i loro pochi stracci e fanno ritorno a casa. L’uomo con la pistola ci fissa, il suo sguardo chiede scusa ma solo per alcuni secondi, perché poi fa un cenno al capotreno. Ripartite pure, dice quel cenno. Non lo capisco. Come non capisco come possa essere successo tutto ciò.

 

Ma è successo.

Sono tornato nel mio appartamento di trentasette metri quadrati nel sud-est di Londra.

Ho rivissuto troppe volte la scena di Seborovsk, Siberia. Allora non sapevo di avere qualcosa da imparare da quel viaggio. Ma ora la nebbia si è diradata e ho rivisto la stazione. Ho rivisto il paesino e ho capito quella stramaledetta morale, quella di tutti i coglionissimi film americani.

Ho capito che Valeria non è una stazione siberiana, dove passa un treno ogni cinque giorni, spesso non si ferma e anche se si fermasse nessuno vorrebbe rimanerci per più di trenta secondi.

Lei è Victoria. Grande. Frequentata. Dal nome che evoca battaglie sempre vinte, un nome regale. Victoria. Incrocio di popoli e di culture. Attende senza fretta, perché ogni giorno passano migliaia di treni ed ha solo l’imbarazzo della scelta. Forse, per lei, non ero stato che uno dei tanti treni che passano fugacemente e non portano a bordo nessuna personalità che valga la pena di essere fermata.

 

Ho ripreso il mio lavoro di programmatore informatico. Non sono più tornato a Victoria Station. Troppi treni.

 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo