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LUNE DI PRIMAVERA 2010

 
 

Programma

Edizioni

Bando

 
 
 

 

Lucia Ferro
Nata nel 1955 a Murano, sposata, ha due figli. Abita a Cavallino-Treporti (Ve), e qui anche lavora, facendo la fisioterapista. Scrive poesie e filastrocche da sempre (anche in veneziano), e ha pubblicato un libro/video di poesie con la casa editrice ISMECA .
Una sua poesia ha vinto nel 2000 il Concorso Nazionale di Poesia Walter Tobagi .
Dal 2001 al 2008, (in occasione dei vari 8 marzo che si sono succeduti) ha messo insieme, con un gruppo di amiche, delle “serate di letture al femminile” nel Comune dove abita, coinvolgendo molte compaesane nello scrivere e nel condividere ad alta voce scritti e riflessioni serie e semiserie sulla propria vita di donne.
Fa letture animate per bambini (e non solo) presso la Biblioteca Comunale; le piace molto travestirsi da clown e improvvisare pantomime

 

Le CASA-LINGUE   (ovvero: "Ciò che rende ammirevole una donna")

 

Luana sbattè appunti, buste e volantini nello zaino, e con lo zaino ancora aperto scavalcò la soglia di casa, caracollò  sulle scale ed emerse sul marciapiede, dove si ingegnò a battere il suo record di velocità apertura lucchetto bici. Sbuffò iniziando a pedalare verso l’imbarcadero, è mai possibile che si accavalli tutto e che sempre si ripeta questa corsa, e sempre con l’ansia dell’ultimo secondo?; e perché doveva avere in continuazione quella sgradevole sensazione che l’ammasso eterogeneo delle cose di cui si occupava debordasse fumando fuori dal cervello?  Ripassò mentalmente il contenuto dello zaino, bah, sembrava a posto, ma un non so che, un rovello di dubbio le continuava a girare in testa, mentre le gambe conducevano il ritmo piuttosto secco delle pedalate.

Gli appunti per la serata di letture.

La copia del contratto di soggiorno.

I moduli del ricongiungimento.

La fattura Vesta con la metratura della casa della zia.

Le istruzioni.

Aveva sempre odiato leggere le istruzioni. Troppo lento, troppo disciplinato, troppo poco vitale. Troppo supino e piatto.

Aveva messo il racconto di Claudia nello zaino?, le aveva promesso che le avrebbe messo tutte le doppie mancanti, sistemandolo in un italiano un po’ meno straniero; ultimamente il tempo per trovarsi con lei no stop  fra terrazza divano caffé  computer e appunti non c’era, e non le rimaneva che annotare a margine ogni possibile variazione: l’amica le avrebbe lette quando poteva.

In battello tirò fuori per prima la lista delle cose da fare. Mm. Vabbé, alcune poteva posticiparle a domani.  Iniziò subito a scorrere le istruzioni.

Simpatica Claudia. Tempo fa aveva passato un’intera domenica pomeriggio con lei, a studiare minuziosamente un suo racconto. Aveva del genio quello scritto; e anche quella sua particolarità, quella stranezza - la totale assenza di articoli - ne aumentava incredibilmente efficacia e fascino. Nella lingua madre di Claudia in effetti gli articoli non esistevano, così a lei sfuggiva completamente la loro presenza o assenza anche in italiano.

A febbraio, quando Luana aveva proposto a Claudia di salire a casa sua per un the, si era trattato di un evento notevole, praticamente uno strappo a una regola basilare che si era data: qualche anno prima, infatti, dopo aver subìto a lungo dentro di sé un disagio informe e mai chiaramente verbalizzato, Luana aveva proclamato a se stessa con piglio sprezzante di essere stufa degli sguardi inquisitori di eventuali signore che, in visita da lei, avrebbero potuto indugiare  -con l’interno intenso piacere del drastico giudizio-  sul velo di polvere che c’era sui suoi ripiani, sul cesto della roba da rammendare, sui mucchi di riviste di volontariato e geografia economica che di settimana in settimana rimanevano tenacemente, inesorabilmente incellofanate, e che troneggiavano ora qui ora lì...; o ancora, sull’irregolare ombreggiatura  dei vetri delle finestre ... - per non parlare poi del terrore che le suddette dovessero andare al bagno!  Delle molte opacità della propria casa Luana non si accorgeva affatto, se non esattamente nel momento in cui lo sguardo di queste abili signore andava ad intercettarle con tagliente precisione; a questi sguardi, senza dubbio, preferiva quello delle persone che incontrava FUORI, chiunque esse fossero.

Sua mamma, quand’era viva, le ripeteva energicamente che far la casalinga è il mestiere migliore del mondo, il più vario e divertente, perchè non fai SOLO la cuoca, non fai SOLO l’imbianchina, non fai SOLO la sarta l’infermiera l’economa la lavandaia la stiratrice l’educatrice la sanificatrice di ambienti la lustrascarpe, ma TUTTE queste cose, e non solo, le fai senza timbrare un cartellino, senza sottostare al controllo di un padrone... Già, così ripeteva, ma a 70 anni la sua mente aveva cominciato a traballare, e il senso di colpa di aver più volte sottratto del tempo alle pulizie di fondo per andarlo a dedicare piuttosto alla decorazione della cappa del camino aveva tarlato a morte tutto il suo castello.

...Beh sì, c’erano anche altri rimorsi e angustie: le più insistenti erano legate per lo più proprio a Luana, a quella ribellione strisciante che le era rimasta tenacemente addosso, visibile a tutti, a testimonianza dell’incapacità educativa di lei, la madre;  ma la cappa del camino istoriata di polli faccette di cuoco fuochi tegamini zucche e altre verdure aveva la sua importanza. E Luana ora stava andando dall’ultima sorella rimasta di tutta la gran famiglia di sua mamma: la Zia Lia, già gran specialista in Cenoni Natalizi e Pasquali.

Era stata, questa, una sorta di “Madre badessa” in quella casa di donne rimaste da sposare (una di loro si era sottratta a quel tipo di coabitazione, andando davvero a far la suora, e di clausura per di più). Zia Lia comandava quasi a bacchetta tutte le sorelle rimaste in casa, in un’epoca che ora appariva smodata e lontana;  epoca in cui, alle feste comandate, in soggiorno si allungava la tavola e si tirava fuori tutta la ricca argenteria, comprendente pure il porta-fiasco ad altalena per versare il vino senza fatica, e si  solennizzava abbondantemente, con un’altrettanto abbondante congerie di cugini e parenti. Faraone ripiene rigorosamente lavorate e ricucite in casa sfilavano con eleganza nei piatti di portata, alternandosi con crespelle, fritti e quant’altro. Aveva un tono di sufficienza quella Zia quando diceva riferendosi a Zoe, la sorella precisina, che “avrebbe speso un patrimonio se avesse dovuto pagarla a tempo, quando le dava da pulire l’insalatina, la ruccoletta”... Si dice che nei retroscena, in cucina, Zoe con voce squillante chiedesse: “di quanti millimetri dev’essere il gambetto”?  - ma le sue terrine d’insalate erano gradevolissime, perfette come un quadro di Klimt: erano la portata preferita di Luana. L’apprezzamento della “Madre Badessa” a riguardo, invece, era una roteata di occhi e un ricurvamento in giù delle labbra, di più a destra. Nè sorte migliore toccava alla sorella Tina, commiserata per l’aria da vittima con cui faceva da supporto nel retrocucina, o per come lasciava con rimpianto gli occhi addosso ai dolci che popolavano il tavolo a fine pasto, nella desolata consapevolezza di quanto fosse da vigilare il suo tormentato diabete.

Ma se Zoe non era sufficientemente considerata per il suo apporto ai pranzi di Natale e Pasqua, in ciascun giorno lavorativo tutto il vicinato l’ascoltava passare con attenzione; e tutti, sul ticchettìo acuto che i suoi  passi facevano per strada mentre lei andava in ufficio, rimettevano con sicurezza l’ora esatta sul proprio orologio.

- Nora infine (colei che durante i giorni comuni era la specialista in lavori a maglia) ai Pranzi aveva il compito di passare premurosa di commensale in commensale, e di insistere perchè le porzioni fossero ben abbondanti, mentre da tutte veniva a bassa voce deplorato l’inopportuno vegetarianesimo di Luana. Però, una volta Luana aveva stentato ad avviare il lavoro di un maglioncino in cotone candido, traforato, del cui modello si era innamorata, in bella mostra com’era sulla copertina della rivista di tricotage (...nella casa delle zie quest’ultima veniva mensilmente rinnovata, e posta sempre nel portaoggetti artistico che stava vicino al grande ficus), e allora zia Nora, con gesti regali e ritmi degni di un treno espresso, aveva mirabilmente terminato il lavoro per lei. Anche Zia Lia si cimentava un po’ in quel settore, e faceva solo scialletti delicati e vaporosi, con punti insoliti, di rara ricercatezza: mai maglioni con le classiche trecce!

Mentre finiva di compilare l’ultimo modulo, Luana sentì arrivare un sms al suo cellulare. Guardò, ah, era Claudia; sorrise già; da quando – con sbigottito, enorme sollievo - avevano scoperto di condividere lo stesso rifiuto per i lavori di casa e in generale per tutto ciò che  dovrebbe rendere ammirevole una donna, avevano simpatizzato ancora di più, divertendosi ogni tanto a scambiare sms tipo: “Ho scoperto che se lascio biancheria in bacinella non asciuga”, ”io scoperto che biancheria lasciata in bacinella dopo 1 po’ puzza. Fenomeno interessante”, e ancora: ”Potremo fare tesi su fenomeno”, ecc. ecc. Stavolta, aperto il cellulare, apparve la frase: ”Non ricordo + dove lasciato scopa. Ha Ha”. Luana era un po’ presa dalla modulistica per il ricongiungimento del marito della badante della Zia, non aveva una battuta pronta e rinviò la risposta. Anche perchè ormai il suo prezioso tempo di pendolarità stava arrivando alla fine, e quindi doveva raccoglier tutto e organizzarsi per scendere. Scesa dal battello, mentre si affrettava per ponti e fondamente, pensò a quanto era cambiata la “Casa delle Zie” rispetto a quando lei era piccola e ci passava tutte le domeniche pomeriggio, e molte altre ore, subendone disarmata tutto il sapore solenne e intransigente ... 

 

- Ma, ancora di più, com’era cambiata la Zia!: tutti nei dintorni l’avevano considerata con sguardo diverso da dopo che si era scoperto che il suo frigo era pieno di decine e decine di cartoni di uova ormai più marce che fresche. Lei, che in quel vicinato era stata la cliente di maggior riguardo presso droghieri, macellai e verdurieri...!- lei, abituata a scegliere con cura finissima il taglio (ma anche il modo in cui il macellaio avrebbe dovuto usarci il coltello), della carne su cui aveva appuntato sguardo e approvazione, ora andava tre o quattro volte nello stesso giorno a comprare Gazzettino, pane, e uova. ... E in quella casa un tempo scintillante, coi cassetti pieni di profumo di spigo, e le pareti piene d’arte, ora cascavano gli intonaci, imperava la muffa, si aprivano le piastrelle. Restauri, no, non se ne potevano fare, perchè la Zia nel vedere operai sconosciuti aggirarsi in casa si agitava orribilmente, e finiva per inveire lanciando loro addosso qualcosa, o per rifugiarsi tremante in un angolino.

- Curioso, la mamma di Luana, in quella depressione digradante nel delirio che l’aveva colta dopo i 70 anni, vedeva a torto sfasciarsi e cadere a pezzi la casa che aveva comprato col marito, mentre il cervello della Zia, scegliendo piuttosto la via dell’Alzheimer, sembrava indifferente  allo sfascio tangibile della sua dimora natale, che restava comunque satura e testimone di passati splendori.

 

“...Ma! - proprio al Venerdì Santo dovevo esser qui!” realizzò all’improvviso Luana, considerando quanto quell’ambiente fosse deprimente già in sé per sé, anche senza ulteriori aggiunte, relative a ricordi e ricorrenze sgradevoli...

 

Ana, la badante, l’aspettava al cancello del giardino, le disse poche essenziali cose e consegne, e corse via.

Uff! Sarà anche ormai la Zia Lia praticamente una persona diversa dalla cuoca sopraffina che era, ma a cucinare per lei Luana si sentiva ancora orribilmente sotto giudizio. Cercò di neutralizzare questa emozione, ma arrivò comunque a controllare tre volte la salatura dell’acqua per la pasta, e a cambiare quattro volte idea su quale fosse il giusto grado di cottura, visti i gusti trascorsi della Zia e le condizioni attuali dei suoi denti; e la Zia, annusando il nervosismo della nipote -così come un cane annusa un tasso elevato di adrenalina in un passante, reagendo poi di conseguenza-, girava a respiro affannato e  passettini precipitosi intorno al tavolo, ficcando ogni tanto il  naso sospettoso nei pentolini.

Infine, ambedue furono sedate dalla fine del pasto, e si sprofondarono nelle poltrone del soggiorno.

Un po’ di ansia in realtà Luana la sentiva ancora. Il ritmo di quelle ore faceva emergere certe memorie, che sembrava uscissero direttamente dai muri delle stanze... e così le arrivava la voce di zia Nora nella sua antica predica preferita, quella sull’inalienabile dovere dell’”obbedienza-pronta-cieca-assoluta”... o l’immagine di zia Tina che sembrava spiare silenziosamente da dietro le porte, mentre ne lustrava le maniglie col Sidol.

Pure, cercò coscienziosamente di rilassarsi. Non le veniva facile. Luana stava ancora cercando di decontrarre la muscolatura del proprio polpaccio destro, quando un sorriso da bambina furbetta comparve inaspettato sulla faccia di Zia Lia. Già, in lei da qualche mese l’umore cominciava ad essere un po’ bizzarro, e adesso per fortuna poteva capitare che il suo viso, una volta costantemente accigliato, si distendesse, a volte anche per qualche minuto. Luana si incuriosiva molto di quella novità, e ne era sinceramente contenta per la Zia. Il sorriso però stavolta durò solo qualche secondo, e fu seguito da uno sguardo vuoto.

Dopo un bel po’ di silenzio, la Zia si mosse, dondolò la testa, scrutò la nipote, e le chiese in tono soltanto un pochino lagnoso di toglierle i peli dal mento. Luana cercò la pinzetta, eseguì con attenzione, la Zia si quietò di nuovo. Altro lungo silenzio; stavolta la Zia scalciò coi piedi, brontolò, guardò Luana e tirò gli occhi, allora Luana, secondo una tecnica ormai ben collaudata, cominciò la rassegna di fatti e abitudini di qualche decennio prima, guardando se nel viso della Zia si dipingeva qualche cenno di ricordo. Sì, Zia Lia si ricordava...; ricordava ancora i mitici pranzi delle feste. Luana sottolineava l’impegno e la perizia dimostrata all’epoca dalla Zia, e la Zia annuiva. Ma sorrideva solo un poco. Lo sguardo si fermava a mezz’aria; ma stavolta non era vuoto. Fra le mezze frasi, sconnesse, che pronunciava, si infilò qualcosa tipo:  “Eh gera anca massa [1]” . E Luana: “Cossa gera massa, Sia [2] ?”  “Setimane prima gera da scumissiar, e tuto, anca sora i armadi, in alto..[3]”, e portava una mano aperta, con le dita divaricate, verso la fronte, alzando con forza gli occhi. Luana incalzò, stupita, e quando chiese se stava parlando delle pulizie di Pasqua e di Natale, la Zia annuì lenta, mentre stavolta gli occhi le si allargarono tantissimo. Nella mente folgorata di Luana si stagliò il pensiero: “in Alzheimer Veritas”. Mai da “sana” la Zia si sarebbe lamentata dei suoi doveri...

Suonò un sms. Ma insieme si riaprì la porta, riecco Ana, la badante. Luana guidò la mano fortunosamente docile di Zia Lia in una firma malferma, diede le carte ad Ana, le spiegò, le disse di ricontrollare le istruzioni e si preparò per salutare e uscire. Fece appena in tempo a veder arrivare una cugina. La cugina squadrò la stanza, e poi puntando lo sguardo sulla badante disse: “Quanto tempo è che non lavi le tende?”.

 

Luana scappò verso l’imbarcadero. Saltò in battello mentre il barcarizzo stava ormai per chiudersi; trafelata, si sistemò meglio lo zaino sulle spalle, rimase un paio di minuti lì fuori all’aria, poi andò in cabina e si sedette ancora un po’ansimante. Aprì il cellulare: ”Dovrei scopare in entrata ma non ho voglia”. Luana riprese certi appunti del giorno prima, un elenco di strategie teoricamente furbe per non fare lavori di casa e in particolare le pulizie: “- Lavora fuori;  - Anzi, cerca proprio di vivere altrove – Cerca di azzerare il numero di persone che entrano in casa (comunque, se proprio deve capitare, fornisci gli ospiti di pattìne) - Datti a qualcosa di artistico, qualcosa che sembri importante, tipo organizzare serate di letture al femminile o corsi di danza del ventre; - Comunque, riempiti di ALTRE  cose da fare -Tàppati il naso; - Teorizza l’importanza di mantener stimolato l’apparato immunitario (e/o:)- Eventualmente, ammàlati ...”.  Mah, strappò il foglio, non le piaceva più affatto. In fondo, sottrarsi a qualcosa che in qualche misura (da stabilire!) anche secondo lei andava fatto, non era una strategia nella quale le andasse di  riconoscersi.

Com’era diversa quando si trattava del suo lavoro, infatti!: di solito i suoi colleghi la guardavano storcendo un po’ il naso, per il noto eccesso di perfezionismo, e fors’anche di saccenterìa che secondo loro la caratterizzava; scosse la testa, e, scontenta, strappò una volta di più quel foglio di appunti. Suonò un altro sms. Lo lesse, rimase un attimo in sospeso, poi si lasciò cadere in grembo i pezzi del foglio rotto; un sorriso estatico le si sparse per il viso. Gli altri passeggeri che erano in battello si girarono quando sentirono la sua risata assurda e prolungata.

 

Il giorno dopo, al ritmo di una canzonetta anni sessanta (ah, era stata suonata anche dai cugini, ai tempi d’oro, perfino Zia Lia aveva tentato di seguirne il ritornello!) Luana stava sbattendo di gusto e di gran lena un tappeto addosso a un albero di un altro giardino, quando dal cellulare suonò non un sms, ma la sveglia che poche ore prima, ridacchiando, lei e Claudia avevano impostato assieme. Con un lancio energico risbatté al suo posto, in casa, il tappeto, prese il sacchetto della spazzatura, spense la radio e chiuse la porta, salutò il cagnolino mentre accostava il cancello, inforcò la bici, e partì quindi fischiettando lungo la pista ciclabile. La spazzatura centrò il primo cassonetto quasi in corsa. Luana  e Claudia, come previsto, si incontrarono esattamente a metà strada. Si fermarono ridendo, e con sussiego tirarono fuori i rispettivi portafogli. Venti euro passarono dalle mani di Claudia a quelle di Luana, e venti passarono da quelle di Luana a quelle di Luana. “Oh, vedrai, li hai spesi proprio bene!:  è tutto uno specchio!” (l’una), “E tu allora..!, il tuo tappeto ha cambiato colore!” (l’altra). Batterono un cinque, e ripartirono ridendo ognuna per la propria casa.

Dopo poche sgambate, Claudia si voltò e gridò all’amica: “Ehi, con soldi guadagnati oggi  mangiamo pizza domani, va bene?”.

Luana sbraitò un assenso strafelice. Pasqua sera era davvero ottima per una pizza con una amica.    

 


 

[1] (è in dialetto veneziano:) “Era anche troppo” 

[2] “Cosa era anche troppo, zia?” - (in veneziano, il suono di inizio di “zia” è una “s” sonora) 

[3] “Bisognava cominciare già settimane prima, e anche in alt o, fin sopra agli armadi...”

 


Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo