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Lucia Ferro
Nata nel 1955 a
Murano, sposata, ha due figli. Abita a Cavallino-Treporti (Ve), e
qui anche lavora, facendo la fisioterapista. Scrive poesie e
filastrocche da sempre (anche in veneziano), e ha pubblicato un
libro/video di poesie con la casa editrice ISMECA .
Una sua poesia ha vinto nel 2000 il Concorso Nazionale di Poesia
Walter Tobagi .
Dal 2001 al 2008, (in occasione dei vari 8 marzo che si sono
succeduti) ha messo insieme, con un gruppo di amiche, delle “serate
di letture al femminile” nel Comune dove abita, coinvolgendo molte
compaesane nello scrivere e nel condividere ad alta voce scritti e
riflessioni serie e semiserie sulla propria vita di donne.
Fa letture animate per bambini (e non solo) presso la Biblioteca
Comunale; le piace molto travestirsi da clown e improvvisare
pantomime
Le CASA-LINGUE (ovvero: "Ciò che rende ammirevole una
donna")
Luana sbattè appunti, buste e volantini nello zaino, e con lo zaino
ancora aperto scavalcò la soglia di casa, caracollò sulle scale ed
emerse sul marciapiede, dove si ingegnò a battere il suo record di
velocità apertura lucchetto bici. Sbuffò iniziando a pedalare verso
l’imbarcadero, è mai possibile che si accavalli tutto e che sempre
si ripeta questa corsa, e sempre con l’ansia dell’ultimo secondo?; e
perché doveva avere in continuazione quella sgradevole sensazione
che l’ammasso eterogeneo delle cose di cui si occupava debordasse
fumando fuori dal cervello? Ripassò mentalmente il contenuto dello
zaino, bah, sembrava a posto, ma un non so che, un rovello di dubbio
le continuava a girare in testa, mentre le gambe conducevano il
ritmo piuttosto secco delle pedalate.
Gli
appunti per la serata di letture.
La
copia del contratto di soggiorno.
I
moduli del ricongiungimento.
La
fattura Vesta con la metratura della casa della zia.
Le
istruzioni.
Aveva sempre odiato leggere le istruzioni. Troppo lento, troppo
disciplinato, troppo poco vitale. Troppo supino e piatto.
Aveva messo il racconto di Claudia nello zaino?, le aveva promesso
che le avrebbe messo tutte le doppie mancanti, sistemandolo in un
italiano un po’ meno straniero; ultimamente il tempo per trovarsi
con lei no stop fra terrazza divano caffé computer e appunti non
c’era, e non le rimaneva che annotare a margine ogni possibile
variazione: l’amica le avrebbe lette quando poteva.
In
battello tirò fuori per prima la lista delle cose da fare. Mm.
Vabbé, alcune poteva posticiparle a domani. Iniziò subito a
scorrere le istruzioni.
Simpatica Claudia. Tempo fa aveva passato un’intera domenica
pomeriggio con lei, a studiare minuziosamente un suo racconto. Aveva
del genio quello scritto; e anche quella sua particolarità, quella
stranezza - la totale assenza di articoli - ne aumentava
incredibilmente efficacia e fascino. Nella lingua madre di Claudia
in effetti gli articoli non esistevano, così a lei sfuggiva
completamente la loro presenza o assenza anche in italiano.
A
febbraio, quando Luana aveva proposto a Claudia di salire a casa sua
per un the, si era trattato di un evento notevole, praticamente uno
strappo a una regola basilare che si era data: qualche anno prima,
infatti, dopo aver subìto a lungo dentro di sé un disagio informe e
mai chiaramente verbalizzato, Luana aveva proclamato a se stessa con
piglio sprezzante di essere stufa degli sguardi inquisitori di
eventuali signore che, in visita da lei, avrebbero potuto indugiare
-con l’interno intenso piacere del drastico giudizio-
sul velo di polvere che c’era sui suoi ripiani, sul cesto
della roba da rammendare, sui mucchi di riviste di volontariato e
geografia economica che di settimana in settimana rimanevano
tenacemente, inesorabilmente incellofanate, e che troneggiavano ora
qui ora lì...; o ancora, sull’irregolare ombreggiatura dei vetri
delle finestre ... - per non parlare poi del terrore che le suddette
dovessero andare al bagno! Delle molte opacità della propria casa
Luana non si accorgeva affatto, se non esattamente nel momento in
cui lo sguardo di queste abili signore andava ad intercettarle con
tagliente precisione; a questi sguardi, senza dubbio, preferiva
quello delle persone che incontrava FUORI, chiunque esse fossero.
Sua
mamma, quand’era viva, le ripeteva energicamente che far la
casalinga è il mestiere migliore del mondo, il più vario e
divertente, perchè non fai SOLO la cuoca, non fai SOLO
l’imbianchina, non fai SOLO la sarta l’infermiera l’economa la
lavandaia la stiratrice l’educatrice la sanificatrice di ambienti la
lustrascarpe, ma TUTTE queste cose, e non solo, le fai senza
timbrare un cartellino, senza sottostare al controllo di un
padrone... Già, così ripeteva, ma a 70 anni la sua mente aveva
cominciato a traballare, e il senso di colpa di aver più volte
sottratto del tempo alle pulizie di fondo per andarlo a dedicare
piuttosto alla decorazione della cappa del camino aveva tarlato a
morte tutto il suo castello.
...Beh sì, c’erano anche altri rimorsi e angustie: le più insistenti
erano legate per lo più proprio a Luana, a quella ribellione
strisciante che le era rimasta tenacemente addosso, visibile a
tutti, a testimonianza dell’incapacità educativa di lei, la madre;
ma la cappa del camino istoriata di polli faccette di cuoco fuochi
tegamini zucche e altre verdure aveva la sua importanza. E Luana ora
stava andando dall’ultima sorella rimasta di tutta la gran famiglia
di sua mamma: la Zia Lia, già gran specialista in Cenoni Natalizi e
Pasquali.
Era
stata, questa, una sorta di “Madre badessa” in quella casa di donne
rimaste da sposare (una di loro si era sottratta a quel tipo di
coabitazione, andando davvero a far
la suora, e di clausura per di più). Zia Lia comandava quasi a
bacchetta tutte le sorelle rimaste in casa, in un’epoca che ora
appariva smodata e lontana; epoca in cui, alle feste comandate, in
soggiorno si allungava la tavola e si tirava fuori tutta la ricca
argenteria, comprendente pure il porta-fiasco ad altalena per
versare il vino senza fatica, e si solennizzava abbondantemente,
con un’altrettanto abbondante congerie di cugini e parenti. Faraone
ripiene rigorosamente lavorate e ricucite in casa sfilavano con
eleganza nei piatti di portata, alternandosi con crespelle, fritti e
quant’altro. Aveva un tono di sufficienza quella Zia quando diceva
riferendosi a Zoe, la sorella precisina, che “avrebbe speso un
patrimonio se avesse dovuto pagarla a tempo, quando le dava da
pulire l’insalatina, la ruccoletta”... Si dice che nei retroscena,
in cucina, Zoe con voce squillante chiedesse: “di quanti millimetri
dev’essere il gambetto”? - ma le sue terrine d’insalate erano
gradevolissime, perfette come un quadro di Klimt: erano la portata
preferita di Luana. L’apprezzamento della “Madre Badessa” a
riguardo, invece, era una roteata di occhi e un ricurvamento in giù
delle labbra, di più a destra. Nè sorte migliore toccava alla
sorella Tina, commiserata per l’aria da vittima con cui faceva da
supporto nel retrocucina, o per come lasciava con rimpianto gli
occhi addosso ai dolci che popolavano il tavolo a fine pasto, nella
desolata consapevolezza di quanto fosse da vigilare il suo
tormentato diabete.
Ma
se Zoe non era sufficientemente considerata per il suo apporto ai
pranzi di Natale e Pasqua, in ciascun giorno lavorativo tutto il
vicinato l’ascoltava passare con attenzione; e tutti, sul ticchettìo
acuto che i suoi passi facevano per strada mentre lei andava in
ufficio, rimettevano con sicurezza l’ora esatta sul proprio
orologio.
-
Nora infine (colei che durante i giorni comuni era la specialista in
lavori a maglia) ai Pranzi aveva il compito di passare premurosa di
commensale in commensale, e di insistere perchè le porzioni fossero
ben abbondanti, mentre da tutte veniva a bassa voce deplorato
l’inopportuno vegetarianesimo di Luana. Però, una volta Luana aveva
stentato ad avviare il lavoro di un maglioncino in cotone candido,
traforato, del cui modello si era innamorata, in bella mostra
com’era sulla copertina della rivista di tricotage (...nella casa
delle zie quest’ultima veniva mensilmente rinnovata, e posta sempre
nel portaoggetti artistico che stava vicino al grande ficus), e
allora zia Nora, con gesti regali e ritmi degni di un treno
espresso, aveva mirabilmente terminato il lavoro per lei. Anche Zia
Lia si cimentava un po’ in quel settore,
e faceva solo scialletti
delicati e vaporosi, con punti insoliti, di rara ricercatezza: mai
maglioni con le classiche trecce!
Mentre finiva di compilare l’ultimo modulo, Luana sentì arrivare un
sms al suo cellulare. Guardò, ah, era Claudia; sorrise già; da
quando – con sbigottito, enorme sollievo - avevano scoperto di
condividere lo stesso rifiuto per i lavori di casa e in generale per
tutto ciò che dovrebbe rendere ammirevole una donna, avevano
simpatizzato ancora di più, divertendosi ogni tanto a scambiare sms
tipo: “Ho scoperto che se lascio biancheria in bacinella non
asciuga”, ”io scoperto che biancheria lasciata in bacinella dopo
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po’ puzza. Fenomeno interessante”, e ancora: ”Potremo fare tesi su
fenomeno”, ecc. ecc. Stavolta, aperto il cellulare, apparve la
frase: ”Non ricordo + dove lasciato scopa. Ha Ha”. Luana era un po’
presa dalla modulistica per il ricongiungimento del marito della
badante della Zia, non aveva una battuta pronta e rinviò la
risposta. Anche perchè ormai il suo prezioso tempo di pendolarità
stava arrivando alla fine, e quindi doveva raccoglier tutto e
organizzarsi per scendere. Scesa dal battello, mentre si affrettava
per ponti e fondamente, pensò a quanto era cambiata la “Casa delle
Zie” rispetto a quando lei era piccola e ci passava tutte le
domeniche pomeriggio, e molte altre ore, subendone disarmata tutto
il sapore solenne e intransigente ...
-
Ma, ancora di più, com’era cambiata la Zia!: tutti nei dintorni
l’avevano considerata con sguardo diverso da dopo che si era
scoperto che il suo frigo era pieno di decine e decine di cartoni di
uova ormai più marce che fresche. Lei, che in quel vicinato era
stata la cliente di maggior riguardo presso droghieri, macellai e
verdurieri...!- lei, abituata a scegliere con cura finissima il
taglio (ma anche il modo in cui il macellaio avrebbe dovuto usarci
il coltello), della carne su cui aveva appuntato sguardo e
approvazione, ora andava tre o quattro volte nello stesso giorno a
comprare Gazzettino, pane, e uova. ... E in quella casa un tempo
scintillante, coi cassetti pieni di profumo di spigo, e le pareti
piene d’arte, ora cascavano gli intonaci, imperava la muffa, si
aprivano le piastrelle. Restauri, no, non se ne potevano fare,
perchè la Zia nel vedere operai sconosciuti aggirarsi in casa si
agitava orribilmente, e finiva per inveire lanciando loro addosso
qualcosa, o per rifugiarsi tremante in un angolino.
-
Curioso, la mamma di Luana, in quella depressione digradante nel
delirio che l’aveva colta dopo i 70 anni, vedeva a torto sfasciarsi
e cadere a pezzi la casa che aveva comprato col marito, mentre il
cervello della Zia, scegliendo piuttosto la via dell’Alzheimer,
sembrava indifferente allo sfascio tangibile della sua dimora
natale, che restava comunque satura e testimone di passati
splendori.
“...Ma! - proprio al Venerdì Santo dovevo esser qui!” realizzò
all’improvviso Luana, considerando quanto quell’ambiente fosse
deprimente già in sé per sé, anche senza ulteriori aggiunte,
relative a ricordi e ricorrenze sgradevoli...
Ana,
la badante, l’aspettava al cancello del giardino, le disse poche
essenziali cose e consegne, e corse via.
Uff!
Sarà anche ormai la Zia Lia praticamente una persona diversa dalla
cuoca sopraffina che era, ma a cucinare per lei Luana si sentiva
ancora orribilmente sotto giudizio. Cercò di neutralizzare questa
emozione, ma arrivò comunque a controllare tre volte la salatura
dell’acqua per la pasta, e a cambiare quattro volte idea su quale
fosse il giusto grado di cottura, visti i gusti trascorsi della Zia
e le condizioni attuali dei suoi denti; e la Zia, annusando il
nervosismo della nipote -così come un cane annusa un tasso elevato
di adrenalina in un passante, reagendo poi di conseguenza-, girava a
respiro affannato e passettini precipitosi intorno al tavolo,
ficcando ogni tanto il naso sospettoso nei pentolini.
Infine, ambedue furono sedate dalla fine del pasto, e si
sprofondarono nelle poltrone del soggiorno.
Un
po’ di ansia in realtà Luana la sentiva ancora. Il ritmo di quelle
ore faceva emergere certe memorie, che sembrava uscissero
direttamente dai muri delle stanze... e così le arrivava la voce di
zia Nora nella sua antica predica preferita, quella
sull’inalienabile dovere dell’”obbedienza-pronta-cieca-assoluta”...
o l’immagine di zia Tina che sembrava spiare silenziosamente da
dietro le porte, mentre ne lustrava le maniglie col Sidol.
Pure, cercò coscienziosamente di rilassarsi. Non le veniva facile.
Luana stava ancora cercando di decontrarre la muscolatura del
proprio polpaccio destro, quando un sorriso da bambina furbetta
comparve inaspettato sulla faccia di Zia Lia. Già, in lei da qualche
mese l’umore cominciava ad essere un po’ bizzarro, e adesso per
fortuna poteva capitare che il suo viso, una volta costantemente
accigliato, si distendesse, a volte anche per qualche minuto. Luana
si incuriosiva molto di quella novità, e ne era sinceramente
contenta per la Zia. Il sorriso però stavolta durò solo qualche
secondo, e fu seguito da uno sguardo vuoto.
Dopo
un bel po’ di silenzio, la Zia si mosse, dondolò la testa, scrutò la
nipote, e le chiese in tono soltanto un pochino lagnoso di toglierle
i peli dal mento. Luana cercò la pinzetta, eseguì con attenzione, la
Zia si quietò di nuovo. Altro lungo silenzio; stavolta la Zia
scalciò coi piedi, brontolò, guardò Luana e tirò gli occhi, allora
Luana, secondo una tecnica ormai ben collaudata, cominciò la
rassegna di fatti e abitudini di qualche decennio prima, guardando
se nel viso della Zia si dipingeva qualche cenno di ricordo. Sì, Zia
Lia si ricordava...; ricordava ancora i mitici pranzi delle feste.
Luana sottolineava l’impegno e la perizia dimostrata all’epoca dalla
Zia, e la Zia annuiva. Ma sorrideva solo un poco. Lo sguardo si
fermava a mezz’aria; ma stavolta non era vuoto. Fra le mezze frasi,
sconnesse, che pronunciava, si infilò qualcosa tipo: “Eh gera anca
massa
”
. E Luana: “Cossa gera massa,
Sia
?” “Setimane prima gera da scumissiar, e tuto, anca sora i armadi,
in alto..”,
e portava una mano aperta, con le dita divaricate, verso la fronte,
alzando con forza gli occhi. Luana incalzò, stupita, e quando chiese
se stava parlando delle pulizie di Pasqua e di Natale, la Zia annuì
lenta, mentre stavolta gli occhi le si allargarono tantissimo. Nella
mente folgorata di Luana si stagliò il pensiero: “in Alzheimer
Veritas”. Mai da “sana” la Zia si sarebbe lamentata dei suoi
doveri...
Suonò un sms. Ma insieme si riaprì la porta, riecco Ana, la badante.
Luana guidò la mano fortunosamente docile di Zia Lia in una firma
malferma, diede le carte ad Ana, le spiegò, le disse di
ricontrollare le istruzioni e si preparò per salutare e uscire. Fece
appena in tempo a veder arrivare una cugina. La cugina squadrò la
stanza, e poi puntando lo sguardo sulla badante disse: “Quanto tempo
è che non lavi le tende?”.
Luana scappò verso l’imbarcadero. Saltò in battello mentre il
barcarizzo stava ormai per chiudersi; trafelata, si sistemò meglio
lo zaino sulle spalle, rimase un paio di minuti lì fuori all’aria,
poi andò in cabina e si sedette ancora un po’ansimante. Aprì il
cellulare: ”Dovrei scopare in entrata ma non ho voglia”. Luana
riprese certi appunti del giorno prima, un elenco di strategie
teoricamente furbe per non fare lavori di casa e in particolare le
pulizie: “- Lavora fuori; - Anzi, cerca proprio di vivere altrove –
Cerca di azzerare il numero di persone che entrano in casa
(comunque, se proprio deve capitare, fornisci gli ospiti di pattìne)
- Datti a qualcosa di artistico, qualcosa che sembri
importante, tipo organizzare serate di letture al femminile o corsi
di danza del ventre; - Comunque, riempiti di ALTRE cose da fare
-Tàppati il naso; - Teorizza l’importanza di mantener stimolato
l’apparato immunitario (e/o:)- Eventualmente, ammàlati ...”. Mah,
strappò il foglio, non le piaceva più affatto. In fondo, sottrarsi a
qualcosa che in qualche misura (da stabilire!) anche secondo lei
andava fatto, non era una strategia nella quale le andasse di
riconoscersi.
Com’era diversa quando si trattava del suo lavoro, infatti!: di
solito i suoi colleghi la guardavano storcendo un po’ il naso, per
il noto eccesso di perfezionismo, e fors’anche di saccenterìa che
secondo loro la caratterizzava; scosse la testa, e, scontenta,
strappò una volta di più quel foglio di appunti. Suonò un altro sms.
Lo lesse, rimase un attimo in sospeso, poi si lasciò cadere in
grembo i pezzi del foglio rotto; un sorriso estatico le si sparse
per il viso. Gli altri passeggeri che erano in battello si girarono
quando sentirono la sua risata assurda e prolungata.
Il
giorno dopo, al ritmo di una canzonetta anni sessanta (ah, era stata
suonata anche dai cugini, ai tempi d’oro, perfino Zia Lia aveva
tentato di seguirne il ritornello!) Luana stava sbattendo di gusto e
di gran lena un tappeto addosso a un albero di un altro giardino,
quando dal cellulare suonò non un sms, ma la sveglia che poche ore
prima, ridacchiando, lei e Claudia avevano impostato assieme. Con un
lancio energico risbatté al suo posto, in casa, il tappeto, prese il
sacchetto della spazzatura, spense la radio e chiuse la porta,
salutò il cagnolino mentre accostava il cancello, inforcò la bici, e
partì quindi fischiettando lungo la pista ciclabile. La spazzatura
centrò il primo cassonetto quasi in corsa. Luana e Claudia, come
previsto, si incontrarono esattamente a metà strada. Si fermarono
ridendo, e con sussiego tirarono fuori i rispettivi portafogli.
Venti euro passarono dalle mani di Claudia a quelle di Luana, e
venti passarono da quelle di Luana a quelle di Luana. “Oh, vedrai,
li hai spesi proprio bene!: è tutto uno specchio!” (l’una), “E tu
allora..!, il tuo tappeto ha cambiato colore!” (l’altra). Batterono
un cinque, e ripartirono ridendo ognuna per la propria casa.
Dopo
poche sgambate, Claudia si voltò e gridò all’amica: “Ehi, con soldi
guadagnati oggi mangiamo pizza domani, va bene?”.
Luana sbraitò un assenso strafelice. Pasqua sera era davvero ottima
per una pizza con una amica.
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